EIC Atene 2019: tre prospettive

Sveglia presto. Doccia veloce. 1 minuto per vestirsi. Colazione al volo.
Si parte. Si sa già cosa fare.
Ognuno è al proprio posto.
I ragazzi non devono pensare.
I ragazzi devono essere tranquilli.
I ragazzi devono solo agire.
Occhi arguti che osservano e ricordano.
Piedi veloci per trasmettere e registrare.
Cervello esperto che analizza e dirige.
Mirmidoni nell’arena come leoni.
Staffette sugli spalti come neuroni.
Stratega come oracolo.
Nervi tesi. Denti digrignati. Respiri trattenuti.
Battersi più che vincere.
Unità più che personalità.
Attimo più che eone.
Fine.
Si torna a respirare, del risultato non importa, ognuno era al proprio posto.
Tutti erano sincronizzati come gentiluomini ad un valzer, tutti erano coordinati come veterani in trincea, tutti erano concentrati come neurochirurghi davanti ad un cranio reciso.
Ora, contenti del risultato portato a casa, davanti ad una birra, ci dimentichiamo gli scaltri sguardi affilati che ci scambiavamo per prevedere le mosse del nemico e sopraffarlo.
Ora, con un altra birra cerchiamo di dimenticare di come stridevano i nostri denti in reazione alla tensione, di come scricchiolavano i nostri tendini ansiosi, delle tempie martellanti che rallentavano il tempo.
Ma, domani, torneremo a cercare tutto quello che oggi cerchiamo di dimenticare.
Il perché non lo sappiamo o forse sì.
Ma non ci interroghiamo.
Ci siamo trovati, tutti, a cercare conforto in una spada.
Siam fatti così…

Alberto B., mudan

Canto d’inverno dei Furor Gallico risuona a basso volume dal mio cellulare, posato sul comodino. Sono le cinque e i miei occhi sono aperti già da un’oretta. Sguscio di soppiatto fuori dal letto, causando comunque un sonoro sbuffo da parte di Iron. Indosso per la terza volta quest’anno la tuta della Nazionale. Il tempo passa veloce, in un attimo sono in macchina e il panorama davanti ai miei occhi scorre familiare. Ecco Claudio e Danielle, ecco Andrea. In un batter d’occhio siamo sulla navetta per Malpensa, poi sull’aereo dove Whatsapp è forzato al silenzio. Claudio, che non ha mai scordato la mia sbadataggine a Berlino, mi ricorda di non dimenticare niente a bordo. Ormai è quasi un rito. Restiamo io e la mia musica “da campionato”: Tarja Turunen, Lzzy Hale, Chester Bennington.

Atene, che per me fino a quel momento era esistita solo sui libri di storia e di filosofia, ci accoglie con un temporale abbastanza intenso da lasciare la metropolitana senza corrente. Non tutto il male viene per nuocere: viaggiamo in taxi fino all’albergo, raccogliendo Vittorio strada facendo. Vittorio è al suo primo Europeo, per me è il settimo, per Claudio il ventunesimo. Mi sembra positivamente emozionato e mi auguro che l’esperienza gli piacerà quanto è piaciuta a me.

Ritrovare in albergo gli amici con i quali si sono calcati gli shiaijo in passato mi fa sentire decisamente presente al momento. Ci siamo: sta per iniziare davvero. Mi passa per la testa una sola domanda: stavolta riuscirò a non farmi sconfiggere dalla mia mente, a non far deviare le mie energie verso la ricerca di un risultato assoluto? Durante l’anno ho lavorato su me stessa così intensamente che a volte è stato estenuante. Chissà perché lo iaido finisce per essere una cartina tornasole incapace di mentire: se qualcosa non va si vede e a nulla serve inventare delle giustificazioni per aggirare il problema. Ho voglia di divertirmi e dimostrare quello che ho imparato durante tutto l’ultimo anno, senza altre mire, anche perché sono capitata in una pool particolarmente tosta (Spagna e Svezia) e so che non è assolutamente scontato che io riesca ad avanzare nella competizione.

Ricordo chiaramente che sabato mattina sono riuscita a pensare ad una sola cosa: spero di durare almeno qualche incontro, perché ho proprio voglia di fare iaido oggi. Per me è stato un primo grande traguardo personale, nonostante la fifa che attanaglia tutti prima della performance. Il mio shiaijo è stato seguito da Andrea Setti, cui sono legata come se fosse mio fratello maggiore. Andrea mi ha dato molto coraggio con la sua presenza e con le sue parole, credeva fermamente in me (più di me, senza dubbio) ed è stato il mio punto di riferimento anche quando le danze si sono fatte decisamente più frenetiche del previsto e mi sono trovata ad affrontare tre incontri di fila: ottavi, quarti e semifinale contro tre giganti – Marshall, Heungens, Pihlaja. Frastornata, mi sono resa conto d’essere arrivata alle finali e che lì con me c’erano Kevin, Gabriele e Claudio. Mi sono sentita felice: sono riuscita a trovarmi in fila con il mio maestro, per l’ultima competizione della sua sfolgorante carriera agonistica. La finale è stata una dura prova, peccato aver sfiorato l’oro e non averlo colto. Ma mi è rimasta impressa una cosa. Quando io e Ferreiro ci siamo inchinate, dopo il match, sembrava esausta quanto me e aveva gli occhi lucidi. Non si può essere tristi per aver perso contro un avversario che ha dato tanto valore al momento che avete vissuto insieme. Mi sono sentita bene. La sera ho trovato tantissimi messaggi incoraggianti sui social, mi ha fatto veramente piacere, perché è bello riuscire a trasmettere la propria passione.

La domenica c’erano in programma due eventi rilevanti, per me. La gara a squadre e l’esame per il passaggio di grado del mio maestro. Strana cosa, la gara a squadre in Europa. In realtà non c’è mai in gioco una selezione di quattro persone e basta. Più che altro si distribuiscono i ruoli: quattro in front e gli altri in back office ma tutti tesi verso un obiettivo comune, esattamente come il giorno prima, nè più nè meno. Non si avanza da soli. Con questa premessa, valuto che è il mio terzo anno “in squadra”: a Torino siamo usciti subito, a Zawiercie ho fatto la riserva, stavolta il coach ha deciso che tiro anche io insieme a Ilaria Mencaroni e ad Andrea Cauda con Vittorio Secco pronto a entrare al mio posto o a quello di Andrea in caso serva una sostituzione. Eravamo sul pezzo, carichi e motivati a raggiungere il podio. Un po’ perché è il lavoro che la Nazionale deve fare, ma in gran parte perché sapevamo bene quanto a Claudio la squadra stesse a cuore e volevamo regalargli questa soddisfazione prima del suo ritiro dal campo. Purtroppo siamo usciti contro l’Olanda vincente, ma ce l’abbiamo fatta, abbiamo raggiunto il bronzo.

Era fatta, ormai niente dipendeva più da me. Mi sono seduta sugli spalti, vicina ad Alberto, Kevin e Vittorio. Dopo un po’ ci ha raggiunti anche il sensei Van Amersfoort. Abbiamo tifato per Stefano, Eugenio e Davide, abbiamo guardato Claudio. Volevo filmare il suo esame, ho dovuto appoggiare il telefono sul ginocchio alzato perché le mani mi tremavano troppo. Avevo ancora le cuffie attaccate al dispositivo, Vittorio le ha tenute in pugno tutto il tempo per evitare rumori di sottofondo nella registrazione. Andy Watson sensei ha richiamato la fila in cui si trovava Claudio fuori dall’area d’esame. Abbiamo iniziato tutti a sperare. Quando finalmente il cartellone è stato affisso, abbiamo investito il nostro coach come una piccola marea umana. È stato naturale: Claudio ha una passione per lo iaido talmente forte da essere contagiosa, penso faccia parte delle tante ragioni per le quali è stato un leader trascinante per la Nazionale in tutti gli anni in cui ho potuto viverla anche io. I suoi successi sono successi per tutti. Come allieva, ho visto coi miei occhi quanto impegno abbia messo nella preparazione del settimo dan e come non si sia arreso nonostante la batosta ricevuta al primo tentativo in Giappone. René Van Amersfoort sensei, grande, grosso e saggio, ha pianto di commozione. In realtà pure questo è stato contagioso e dopo un po’ ho iniziato anche io, che non sono riuscita a chiudere bene i rubinetti neanche in autobus.

Atene è stato un campionato speciale, dove la Nazionale italiana ha dato tanto e dal quale ha ricevuto molto. Non penso di essere mai riuscita a godermi così tanto un evento.

Dopo tre giorni di iaido a questo livello di intensità, tornare a casa con il desiderio di farne ancora, farlo meglio e dedicarcisi ancora di più credo sia un segno inconfondibile: stavolta sono sulla buona strada.

Chiara Bonacina, 3 dan

La fine e l’inizio.

Eccoci qui al consueto e annuale appuntamento con la competizione europea, quest’anno svoltasi ad Atene, in Grecia.

In questo pezzo, non mi concentrerò particolarmente sulle gare, che come ormai capita da tre anni, sono state un vero successo per la nostra Nazionale. Primo posto nel medagliere, ben 3 ori portati a casa, di cui due dai nostri giovani praticanti, Gabriele e Kevin, che dimostrano come, rispetto al passato, qualcosa si sta muovendo anche nei gradi più bassi. E questo riscuote in me enorme piacere.

È compito nostro, degli “anziani”, far si che le nuove generazioni crescano al meglio e soprattutto si divertano. Perché far parte della Nazionale vuol dire anche questo: esser in un gruppo di amici, compagni, che prima di tutto passano tanto tempo insieme (nei raduni, negli allenamenti e poi durante i Campionati), cercando di gustare ogni singolo piacevole momento, e poi concentrarsi come un’unica forza verso le competizioni, per dare il meglio di sé. E perdere fa parte del gioco, non può far altro che aiutarci a fare sempre di più e cercare di migliorare quanto più possibile.

Quest’anno era da me particolarmente sentito per via di tre questioni importanti da affrontare: la gara a squadre, che come sempre riveste un significato intenso; l’ultimo anno da coach del mio Maestro Claudio e il suo esame da 7 dan, di cui, umilmente, sentivo di farne parte, anche se minimamente.

Ci tenevamo particolarmente a regalare una medaglia al nostro Coach, affinché ci congedassimo da lui nel migliore dei modi, e anche se speravo di arrivare più in alto, la medaglia di bronzo è stata comunque un ottimo risultato. La squadra ha gareggiato molto bene, e più di così forse non potevamo fare. Quindi un plauso a tutti noi, e ai ragazzi che dall’esterno ci hanno dato un’enorme mano.

L’ultimo anno da Coach di Claudio assume tanti significati diversi, è la fine di un ciclo durato tanti anni, di cui per la maggior parte ho avuto l’onore di farne parte. È stato pieno di successi, risate, confronti e discussioni. Ci si è persi e poi ritrovati. Forse in tutti quesi anni non sono mai veramente riuscito a dimostrare quello che Claudio voleva, per tutta una serie di fattori. Sicuramente però, la sua eredità, d’ora in poi, la sento anche nelle mie mani e l’impegno sarà massimo affinché il gruppo della Nazionale cresca sempre di più e non si rovini quanto di eccezionale ha costruito lui in questi anni. Sperando che la linea di successione continui come previsto, sono fiducioso che ognuno di noi metterà il cuore in questo progetto. Contaci, capo.

Per quanto riguarda l’esame da 7 Dan, tutti avevano dentro di sé una speranza, un’idea e un legame con questo grande salto. E si è visto nella reazione di ogni singola persona al momento dell’ufficialità del passaggio di grado. È stato davvero emozionante.

Conosco Claudio da 16 anni, è stato il mio primo e unico Istruttore (ora Maestro si può dire) e ha assunto diversi ruoli nella mia vita, tutti che hanno lasciato un segno più o meno intenso. Avevamo iniziato che lui era un 4 Dan e ricordo ancora la prima volta che varcai le porte della Magenta. Da li, grazie anche a lui, fu un sogno che si stava realizzando. Ricordo la prima volta che mi diede il suo Iaito in mano, i nostri primi stage insieme, così come tutti i campionati e i viaggi fatti. E certamente non dimenticherò mai la sua emozione nel vedermi vincere i primi Campionati Europei, nel lontano 2009, consapevole, forse, di vedere il risultato del suo instancabile lavoro.

Abbiamo visto passare tanti allievi in tutto questo tempo, la maggior parte si sono persi lungo la strada, me compreso per un certo periodo, e so che questo è stato difficile da digerire. Di ciò, me ne scuso ancora.

Vederlo quindi raggiungere un traguardo così importante, e credo dovuto, per lo Iaido che esprime e per tutta la passione che ci ha messo in questi anni, è come se fosse stato un successo anche per me. Inevitabilmente, ci siamo accompagnati in questa Via, con lui giustamente sempre un passo avanti e io uno indietro. 

E lo faremo ancora, finché un giorno, forse, saremo fianco a fianco, magari con lo stesso grado, ma sempre come Maestro e Allievo.
Brava Nazionale. Bravo Claudio e brava Danielle. Non vedo che luce in ogni nostro passo, se fatto insieme.

Andrea Cauda, 5 dan

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© Si ringrazia Kim Croes per le fotografie.

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