La bellezza non è mai abbastanza

La bellezza non è mai abbastanza è da intendere con un’accezione positiva, anziché negativa. Con questa frase non si vuole dar risalto o credito a quel modo di pensare per cui non si è mai abbastanza bravi, forti, sicuri e così via.
Bensì come sia quanto mai necessario, nello Iaido come nella vita io credo, andare alla ricerca di quelle sensazioni uniche e perché no ripetibili (almeno vuol dire che le ritroviamo) che tanto spesso ci dimentichiamo o tralasciamo, ristagnando in quell’oceano di incertezze e non consapevolezze tanto care quanto comode.
Già, perché anche se sembra assurdo, per molte persone è ben più difficile sentire e vivere le emozioni piacevoli nelle piccole cose e nelle seppur brevi conquiste quotidiane, proprio a causa di quella mancanza di attenzione e ascolto del nostro corpo e delle innumerevoli situazioni che ci circondano. Per carità, non che si possa o debba esser sempre felici, ma ri-scoprire il piacere di vivere un momento non sarebbe cosa da poco.

E con momento, specificatamente alla nostra arte, mi riferisco a tutta quelle serie di sotto-momenti che si vivono all’interno del dojo, di una competizione, di un enbu o di una cena tutti insieme.
Troppo spesso nel corso degli anni, e ormai stanno diventando tanti, ho sentito e visto persone abbandonare la Via o smettere di mettersi in gioco nelle gare o negli esami. Perché? I motivi sono sempre diversi, ma tralasciamo per un attimo quelli che possono esser impedimenti al di sopra della nostra portata, familiari, lavorativi, di salute ecc..
Capita che molte volte la ragione sia riconducibile ad un esame non superato o a gare perse. Che poi qualche persona non abbia abbandonato del tutto ma si sia solamente ritirata nel proprio dojo, creando un muro con l’esterno, poco cambia. Il risultato è sempre lo stesso.
Dal mio punto di vista non posso che ipotizzare che la causa sia un mancato raggiungimento di aspettative troppo elevate, un’eccessiva attivazione del sistema competitivo/agonistico che è parte di ogni essere umano, o una proiezione di sentimenti di rabbia e frustrazione, in realtà riconducibili alla vita quotidiana, all’interno della pratica dello Iaido. Ma queste sono solo supposizioni, per nulla verificate da alcun dato, anche se sarebbe alquanto interessante andare ad indagare le motivazioni che spingono le persone ad allontanarsi da tutto ciò.

E se provassimo a guardare ed a guardarci da un altro punto di vista?
Fare Iaido per ognuno di noi ha un significato diverso, ma certamente intimo e unico, almeno per i più.
Io ad esempio pratico ormai da 15 anni poiché mi mette in contatto con una parte molto profonda di me stesso, forse una delle più essenziali, e mi aiuta a mantenere l’equilibrio tra le altre parti che costituiscono il mio Sè.
Ma soprattutto ne apprezzo la bellezza.
La bellezza di poter esplorare con la mente fino in Giappone e immaginarsi lì, in qualche giardino incantato o tra qualche tempio di legno.

La bellezza di poter usare una spada, di sentirne il peso e la leggerezza, l’efficacia e la morbidezza, la pericolosità e l’eleganza, lo splendore e il suono.
La bellezza di poter stare con persone che si muovono insieme per qualcosa che li riempie e li completa, che dà loro gioie e sofferenze.
La bellezza di poter viaggiare e vivere ogni momento come effimero e al tempo stesso permanente.
La bellezza di dimostrare quanto abbiamo imparato in palestra e di rendere onore a chi ci insegna.
La bellezza di puntare sempre più in alto, spingersi oltre quella soglia sempre alla ricerca di una perfezione che mai raggiungeremo. Di migliorare passo dopo passo, conquistando un grado, una pacca sulla spalla o un debole cenno di assenso.
La bellezza di perdere. Perché è con le sconfitte che si cresce, con i confronti, con la collaborazione e l’umiltà. Vincere è bello, è gratificante. Ma non è questo l’obiettivo ultimo.
È stare bene con se stessi e ricercare continuamente, anche e soprattutto nelle sconfitte e nelle delusioni, nei momenti più bui e difficili, quel bagliore e quel sapore dolce che avviene solamente quando facciamo emergere quel nostro Io orientale, diventando sempre più consapevoli di ciò che ci emoziona e ci trasporta in un mondo altro, lontano dalle altre bellezze che abitano il nostro di mondo.

Perché allora è così difficile cambiare questo modo di vedere le cose?
Credo sia proprio parte di un atteggiamento mentale, diverso per ognuno di noi. Per le persone dotate di un minimo di autocritica, si è portati più a guardare gli errori e i fallimenti, che i piccoli successi che si conquistano durante la pratica.
Si pensa “questo non va bene, non riuscirò a cambiare il taglio, non vincerò mai una gara, non passerò l’esame, l’altro è più bravo di me….” e così via.
Spesso, inoltre, si tende ad assumere una posizione che guarda più gli altri piuttosto che se stessi, iniziando una serie di processi mentali che possono portare a invidia, frustrazione, insoddisfazione e insicurezza.
L’osservazione dell’altro dovrebbe essere uno spunto per apprendere, tralasciando quelle dinamiche competitive che tanto danneggiano la nostra pratica.
È quindi altresì importante riportare l’attenzione su ciò che riusciamo a fare, su quelle che sono le nostre qualità e abilità migliori, acquisendo sempre maggiore sicurezza e fiducia nelle nostre capacità, senza sottovalutarci e sminuirci più di tanto; e se altri riusciranno dove noi falliamo, che questo funga da stimolo e riflessione su ciò che possiamo migliorare.

Dobbiamo collaborare tutti insieme per la crescita del nostro movimento, troppi praticanti si sono persi lungo la strada e dobbiamo trovare il modo di evitare il più possibile che questo avvenga ancora.
Mi piacerebbe pensare che nei prossimi dieci anni, ai Campionati Italiani non ci siano “solo” 60 iscritti e 9 squadre, ma almeno il doppio o il triplo.
Ciò vuol dire che nel nostro piccolo ognuno di noi ha contribuito a far conoscere la bellezza ad altre persone, aiutando coloro che più erano in difficoltà nella Via.

Un caro saluto a tutti i praticanti, con la speranza che la rassegnazione non sia mai parte di questa Via, ma che diventi fonte di un continuo e dinamico cambiamento, verso quel qualcosa a cui ognuno di noi aspira.

Andrea Cauda, 5 dan

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© Le fotografie utilizzate in questo articolo sono state scattate da Alessio Rastrelli in occasione dei Campionati Italiani di iaido CIK 2019.

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