La complessità delle arti marziali per noi “occidentali”

Sono sempre più consapevole, e l’ultimo viaggio in Giappone ha rafforzato in me questa convinzione, che per noi “occidentali” sia una fatica immane studiare realmente un’arte marziale nel vero senso della parola.
Provo a spiegare quello che è il mio pensiero/convinzione.
Oramai sono circa 15 anni che, oltre a studiare, insegno Iaido, e sempre più si sta facendo strada dentro di me l’idea che il problema risieda proprio nella nostra storia e nella nostra cultura, che determinano la mancata capacità di approfondire, come farebbe un “orientale”, lo studio dell’arte marziale che ci affascina.
Lo studio profondo della Via che abbiamo scelto, contrariamente a quello che pensiamo, si fa più duro man mano che progrediamo, le cose da studiare sono più profonde, effettuare dei cambiamenti comporta uno sforzo notevole, perché tutto quello che abbiamo imparato nella prima parte del nostro cammino deve essere poi approfondito. Nei primi tempi siamo sostenuti dall’entusiasmo che ci dà la spinta per impegnarci al massimo nell’imparare, ad un certo punto questo spirito ci abbandona e le cose da imparare o da cambiare diventano sempre più difficili. Non riusciamo a renderci conto che il modo di imparare cambia ed è a quel punto che il nostro cammino inesorabilmente si arresta.

Le priorità cambiano, quello che prima era il giorno più atteso, il giorno della pratica, diventa il giorno della “palestra” e qui l’occidentale che è in noi si manifesta e non capisce che sta rovinando tutto il lavoro svolto. La “palestra”? Andare in palestra significa andare a sudare, a scaricare ansie, tensioni, arrabbiature. Andare in dojo ha un significato completamente diverso, dovremmo abbandonare tutta la nostra vita, i problemi, le tensioni, la nostra personalità per dedicarci interamente allo studio: i giapponesi studiano, gli occidentali si allenano. Provate a riflettere sui due punti di vista e inizierete a capire la differenza.
Durante gli ultimi campionati europei ho rilasciato diverse interviste, non perché sia famoso ma in qualche modo l’avvenimento ha movimentato un po’ i media sullo Iaido e la CIK mi ha incaricato di relazionarmi con alcuni giornalisti, i quali tutti, indistintamente, quando menzionavo lo ”studio” in qualche modo rimanevano spiazzati ed alcuni mi hanno anche chiesto perché definissi la pratica “studio” e non “allenamento”.

“Studiare” per me ha un significato estremamente diverso da “allenarsi”, allenarsi è solo cercare di migliorare la performance, lo studio prevede di migliorare la performance in tutta la sua globalità, che per noi marzialisti dovrebbe voler dire, approfondire la tecnica ma anche il significato, perché una cosa si fa cosi e non cosà, da dove nasce questa determinata tecnica e dove affondano le sue radici, l’influenza che le religioni e o le filosofie di vita hanno dato alla disciplina, ecc. ecc.
In qualche modo per noi occidentali dopo un po’ nasce la convinzione che l’ora in palestra sia sufficiente per ottenere il grado o avanzare nella pratica. Certo che è sufficiente se quello che si vuole ottenere è lo sfogo delle problematiche della vita di tutti i giorni e lo Iaido diventa il “dopolavoro ferroviario”, ha la stessa valenza della partita di briscola e dell’”ombra” (bicchiere di frizzantino) con i colleghi. Va benissimo, ma questo non è studio di un’arte marziale. Per esempio, partecipare ad un seminario ed essere presenti solo un giorno, al di là degli obblighi lavorativi, non è studio. Uno dei ragazzi in dojo ha fatto un commento a tal proposito che mi ha fatto sorridere: « ma mica è uno spettacolo, che la domenica replica quanto fatto il sabato! ». È solo un esempio, ma ancora una volta dimostra quanto sia dura studiare un’ arte marziale ed impegnarsi fino in fondo alla ricerca di quel qualcosa che ci aveva affascinato quando abbiamo iniziato.

Chiudo ricollegandomi a quanto scritto da Danielle sul futuro nel suo ultimo articolo, io ho 55 anni ed in qualche modo tra qualche anno smetterò di insegnare, o per lo meno, non potrò più insegnare dimostrando quello che voglio che gli allievi realizzino, a quel punto cosa resterà? Il dojo in quanto tale cesserà di esistere? Forse rimarrà la palestra, come ce ne sono tante, ma quello che per me è dojo probabilmente non esisterà più, ed ancora una volta la nostra cultura superficiale occidentale potrebbe prendere il sopravvento.

Claudio Zanoni, 6 dan renshi

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1 Comment

  1. Grazie le tue parole rendono più brevi le conversazioni al bar con le ragazze su cui si vuole fare colpo: ” e tu che fai?” “Kendo, Iaido…” “… alla tua età (io 58) e perchè?”
    “… perchè così posso studiare e diventare sempre migliore fino a 98 anni. O almeno provarci…”
    Alle ragazze piacciono i tipi tosti

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