Nuovi inizi SGT: arbitraggio e competizione

Quest’anno per la prima volta non ho gareggiato ma solo arbitrato i campionati Italiani di iaido.  Dal 2003, almeno così riporta il sito Cik, ho sempre partecipato come competitor, nel 2020 sono solo arbitro.

Sono sincero, nessuna emozione particolare o rimpianto. La vita è fatta di cicli, il mio come competitor è finito. Prosegue quello di arbitro e continua la mia ricerca nella via dello iaido.  Come arbitro si ha una grande responsabilità, non è facile e chi dagli spalti critica i risultati dovrebbe scendere in campo e provare a dover decretare vittoria o sconfitta, consapevole che a volte le vittorie conducono a facili entusiasmi e le sconfitte a inutili depressioni.

Arbitrare è un po’ come competere: mettercela tutta per non sbagliare, guardare tutto e lasciarsi emozionare dalle cose belle degli atleti ma giudicare anche gli errori e riuscire a dargli il giusto peso. 

Mi manca la competizione? Sì, mi manca quella parte della gara che ti prende allo stomaco e ti dà la scarica di adrenalina. Ci perderò il sonno? No, sono sempre pronto a nuove scommesse: Kyoto Taikai e se possibile il prossimo anno l’Osaka Taikai perché “il lupo perde il pelo ma non il vizio” e l’esame da 8° Dan non può cogliermi impreparato!

Claudio Zanoni, renshi 7 dan

Questo febbraio, nel weekend dell’8-9, ho preso parte al mio primo campionato italiano di Iaido, con annesso esame da 1° Kyu. È stato un week-end intenso, iniziato venerdì pomeriggio con il viaggio verso Castenaso (dove i senpai Pierluca e Chiara hanno risposto ampiamente alle mie numerose domande) e finito domenica sera, completamente stanco e contento dell’esperienza vissuta.

Il sabato inizia presto, sveglia 7.30, colazione e partenza per il palazzetto dello sport per completare la registrazione. Lì scopro che siamo in tanti ad avere la passione per questa disciplina, tutti si conoscono e c’è un’atmosfera gioviale. Mi cambio, saluto i senpai e mi scaldo un po’ per allentare la tensione provando i kata che dovrò affrontare nelle pool. Inizio con Mae e commetto subito un errore: il mio taglio è troppo “profondo” e la spada sbatte per terra. Fra me e me penso: “Iniziamo bene”, ma un maestro si avvicina dicendomi che non è un errore importante, basta andare avanti mostrando una faccia di bronzo. Colgo al volo il consiglio e continuo il riscaldamento.

Iniziano i campionati, tutti in riga per il saluto e mi rendo conto che noi siamo in tanti, almeno il doppio di tutti gli altri dojo. Partono le gare dei 6°, 5° e 4° dan: i nostri vanno bene, Andrea in finale e gli altri senpai portano a casa tre medaglie di bronzo. Piccola pausa per permettere agli arbitri di cambiarsi ed iniziano le pool della categoria “mudan”. Alberto è il primo a tirare, va benissimo, 3-0 e 3-0, e passa la pool come primo. Tocca a me, sono un po’ agitato, ma nulla di che. Eseguo i miei kata (1, 2 e 6), mi sembra di farli bene e di metterci il giusto fighting. Finisco per primo e aspetto il voto dei giudici che è una doccia gelata: perdo 3 a 0. Torno indietro e mi sistemo, tocca di nuovo a me. Su consiglio di Chiara non mi lascio scoraggiare e rimango concentrato. Rieseguo i kata e mi sembra di farli un po’ meglio, mi sento più fluido, ma il risultato non cambia: sconfitta per 3 a 0.

Per me i campionati italiani finiscono qui. I senpai mi dicono che ho tirato bene, ma non è stato sufficiente. Sono dispiaciuto ed incazzato, non mi piace perdere e se gareggio provo sempre a vincere. Altrimenti che senso ha gareggiare?! Continuo a guardare le gare e cerco di capire dove ho sbagliato. Osservando gli altri partecipanti, cerco di capire come migliorare e la rabbia per la sconfitta si traduce in una voglia matta di tornare in dojo ad allenarmi. Per fortuna martedì è vicinissimo.

Sabato passa in un lampo e domenica mattina siamo di nuovo al palazzetto per fare il tifo per la squadra. Qualcuno è tornato a casa e molti sono impegnati ad arbitrare. Siamo rimasti io e Alberto che dobbiamo fare l’esame nel pomeriggio. Ci diamo da fare per la squadra, segnando formazioni e punteggio delle altre squadre. L’attività mi diverte e, ciliegina sulla torta, la squadra vince l’oro.

Prima di sapere quali saranno i kata per gli esami c’è ancora tempo per l’embu degli arbitri. Si cimentano quasi tutti nei kata di scuola antica e finalmente vedo la maestra Danielle praticare! Non avevo ancora avuto questa opportunità perché da quando sono entrato in palestra ha sempre insegnato. Infine, l’ora dell’esame si avvicina, vengono appesi i kata (per il primo kyu ci sono 1, 4, 6, 8 e 10) ed inizio a scaldarmi. Alterno pratica e tappa in spogliatoio per risistemare l’hakama: vestirsi bene è ancora un mistero per me! Alla fine l’esame va via in un lampo, faccio il mio con tranquillità e il mio numero è presente fra quelli che hanno passato l’esame.

L’obiettivo di questo weekend è raggiunto, anche se c’è ancora un po’ di amarezza per la gara. I senpai ci fanno i complimenti e ci ricordano la nostra tradizione… bignole per tutti! Da questa esperienza mi porterò dietro ricordi sia belli che brutti ed ho imparato che il capo ha sempre ragione (meglio fare una gara prima di un esame, la tensione sparisce). Ma la cosa più importante – dopo aver visto molti praticanti tirare – è che siamo fortunati ad avere Claudio e Danielle che riportano tutte le novità sullo Iaido dal Giappone e ci spingono a fare sempre meglio.

Marco Lassalle, 1 kyu

Per la prima volta, ai Campionati Italiani di Iaido 2020 che si sono svolti a Castenaso (BO) l’8 e il 9 febbraio scorsi, ho arbitrato le gare, sia individuali che a squadre.

Come si dice, c’è sempre una prima volta nella vita. Quella situazione mi ha fatto capire una serie di fatti e detti che hanno punteggiato i miei dodici anni di pratica; soprattutto mi è tornata alla mente una frase pronunciata da Nino Dellisanti, quando fui spedita a sostenere uno di quegli esami interni per i kyu sotto al 1°, con una commissione formata dai gradi più alti della nostra palestra e di altri da fuori. 

Era, forse, fine giugno del 2008.

Nino disse: ”Nelle valutazioni non c’è affetto”. Ecco, queste parole si scolpirono nella mia testa e nel tempo divennero sempre più chiare. Perché nel momento della valutazione dei candidati che disputano una gara , occorre innanzitutto quasi cancellare i tratti delle persone che si hanno di fronte. Il mondo di questa disciplina è numericamente ridotto e ci si conosce bene o male tutti quanti; inoltre, fino a poco prima anche tu sei dall’altra parte della barricata. 

E’ necessario uno sforzo di astrazione che permetta di soppesare esclusivamente la performance dei due atleti. Al tempo stesso, poi, ci si mette in gioco sulla base delle proprie conoscenze tecniche e ciò è un’altra grande fonte di apprendimento e di confronto. Le verifiche continue e ripetute sono alla base di ogni arte marziale.

Un altro elemento di cui ho colto la necessità è la liturgia dell’abbigliamento e dei movimenti della terna arbitrale: è davvero qualcosa che aiuta a calarsi in un ruolo specifico e nello spirito che quel ruolo richiede.

Devo dire che ho trovato questa esperienza molto interessante ed arricchente. A tale proposito desidero ringraziare la federazione ed i responsabili della commissione arbitrale per aver dato l’opportunità ai nuovi arbitri di debuttare in questa veste.

Ringrazio anche gli arbitri senior che sono stati accoglienti e prodighi di cure verso i nuovi arrivati, il che ha contribuito a metterci a nostro agio e a sentirci sicuri.

E ovviamente, last but not least, il grazie maggiore va ai miei sensei Claudio e Danielle perché tutto questo non sarebbe stato possibile senza il loro costante impegno e la dedizione che esprimono nei confronti degli allievi.

L’arbitraggio è un ulteriore banco di prova e non un punto di arrivo; è qualcosa che ti costringe a fare i conti con la tua pratica e le tue idee e contribuisce all’idea che la bellezza di tutto questo stia nell’essere perennemente in cammino e non sentirsi mai giunti in cima.

Cristina Gioanetti, 4 dan

A fine gennaio Sensei Zanoni ha comunicato i nomi della squadra per i campionati italiani 2020 e per me è stata davvero una bella sorpresa quando quel martedì mattina ho visto il mio cognome indicato nel messaggio di Whatsapp. Ho dovuto letteralmente rileggerlo tre volte perché non ci credevo!

La prima sensazione è stata bellissima, ero stata scelta per questo ruolo e tutto ciò mi riempiva di orgoglio, ma un secondo dopo la mia mente stava già sabotando tutto e mi chiedeva “sarai in grado di non deludere i tuoi Sensei?”. Ho ancora difficoltà a controllare questo genere di emozioni e davvero non volevo deludere il Sensei e la Maestra.

Nei giorni successivi ho cercato di trovare nella respirazione una soluzione, ma neanche quella pareva funzionare; ho cercato di ascoltare il mio corpo, vedere i miei difetti e sperare in un buon risultato sabato. Quello mi avrebbe risollevato e forse tranquillizzato un po’. Risultato che però alla fine non è arrivato e le parole di Claudio dopo le gare mi avevano demoralizzato molto, sembrava deluso. 

La mattina seguente avevo però un’altra carica, un’altra motivazione: Claudio aveva ragione, non mi ero preparata nell’ultimo periodo, anzi la mattina del sabato ero lì solo per stare con i miei compagni e amici, non ero lì per vincere. Oggi (domenica ndr) doveva essere diverso. 

E così è stato: almeno per il mio spirito (gli incontri non sono andati benissimo); ero consapevole che il mio umore e la mia energia potevano incidere nella vittoria e sapevo che dovevo fare la mia parte.

Per una volta non ho dovuto solo pensare alla mia gara e al mio ritmo, ma pensare anche al ritmo degli altri, sincronizzarmi con loro, un po’ come accade nel Jodo. In più ero fortunata perché con me c’erano le persone con cui avevo legato fin da subito in dojo a Torino, mi sentivo più tranquilla.

Un’esperienza davvero bella, un grazie ai miei Sensei che mi hanno permesso di realizzarla. 

La porto nel mio bagaglio personale di esperienza di vita, un’altra esperienza che mi ha reso felice.

Ramona Paravano, 2 dan

In occasione dei Campionati Italiani di Iaido a Castenaso, pensavo che avrei dovuto semplicemente presentarmi per sottopormi finalmente all’esame per 1° kyu. Si sa però che la vita è strana a volte, e ci capita di infilarci in situazioni in cui non avremmo mai pensato di trovarci; si sa anche che le “prime volte” possono essere folgoranti, più nel male che nel bene, e che spesso si impara più dalle sconfitte che dai successi. Per aspera ad astra avrebbero detto i latini.

I maestri Claudio e Danielle hanno suggerito che partecipassi alle gare il giorno prima dell’esame, perché sarebbe stata un’ottima pratica per preparare l’esame il giorno dopo, e per superare “l’ansia da prestazione” che inevitabilmente si presenta in occasione della prova (e forse io lo so meglio di altri, essendo un individuo ansioso di base). Queste sono state le uniche motivazioni che mi hanno spinto ad accettare: non avevo nessuno spirito agonistico, né desiderio di portare qualche risultato a casa, ma volevo dare il meglio di me al momento dell’esame, anche come ringraziamento a chi ha impegnato tempo e fatica per farmi comprendere il necessario.

Cos’è avvenuto infine una volta giunto lì? È successo che ho superato le eliminatorie come primo della mia pool, ma sono uscito subito dopo, prima di arrivare in zona medaglia. Questa pratica e questa bella dose d’ansia scaricata mi hanno effettivamente preparato un po’ di più all’esame del giorno successivo, in cui ero decisamente più calmo e controllato; quindi tutto si è risolto per il meglio, le gare hanno avuto l’effetto sperato, l’esame è stato superato. Non ero preparato però a tutte le altre emozioni che ho provato in queste due giornate.

Prima tra tutte, il desiderio di competizione: non ero interessato ai miei risultati durante le gare, fino al momento in cui ho visto alzarsi quelle tre bandierine tutte in mio favore. Questo non è stato un piacere volto ad alimentare il mio ego, caratterizzato dal desiderio di prevaricare sugli altri, l’ho percepito più come un riconoscimento del lavoro che ho fatto durante i miei allenamenti, in cui ho sempre cercato di migliorare me stesso. In quelle occasioni il mio iaido è stato giudicato migliore di quello dei miei “rivali”, ma è stata poi la sconfitta a farmi comprendere quali sono i miei limiti: l’essere impacciato a causa di un eccesso di tensione (e si è notato), il non sapere esattamente come gestire il kaishisen (che mi ha portato a commettere un vero e proprio errore nel dodicesimo kata), il non saper ancora gestire bene il mio corpo (che è sempre perennemente proteso in avanti), e ovviamente tante altre piccole cose. In tutto ciò, ho avuto modo di vedere “tanti tipi di iaido” differenti, e ho avuto quindi modo di approfondire dove posso e devo migliorare, e magari un giorno stringerò sempre maggiori e migliori rapporti di sana rivalità!

La seconda (forse prima per importanza) fondamentale emozione che ho provato è il senso di appartenenza ad un gruppo. Nel dojo siamo tanti, ci provano in tutti i modi ad eliminarci, ad esempio con la mandatoria lezione privata sul saluto tenuta da Stefania, ma siamo gente coriacea. Ho conosciuto tutti i senpai durante gli allenamenti, chi più, chi meno, ma ritrovarci insieme ai campionati, come un unico gruppo di persone che guardano nella stessa direzione, che aspirano agli stessi obiettivi, che si danno una mano l’un l’altro per raggiungerli, è una sensazione che non si dimentica facilmente. Mi sento immensamente in debito con chiunque mi abbia aiutato in loco a prepararmi alle gare e all’esame, con un po’ di pratica e correzioni, o anche solo con qualche parola di conforto e incitamento. Forse è questo il motivo per cui la vittoria che mi ha commosso di più è stata quella della nostra squadra, più che le singole vittorie dei nostri iaidoka.

Sono grato al fato di avermi indirizzato al dojo della S.G.T. di Via Magenta, sono grato ai maestri di avermi guidato fino a qui, sono grato ai senpai per tutto ciò che mi hanno insegnato dagli inizi ad oggi. Siamo una bellissima squadra. Ad maiora!

Alberto Cramarossa, 1 kyu

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© Ringraziamo Marcello Galli per le fotografie che ritraggono le premiazioni.


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