Reishiki e reiho

Il significato profondo di reiho è il modo corretto e universale di fare le cose. Si tratta di mostrare rispetto e trattare ogni evento come un insegnante di te stesso e del tuo cuore. Quindi tutto nella vita è un’occasione per praticare reiho.
(T. Deshimaru)

La spada deve essere più di una semplice arma; deve essere una risposta alle domande della vita.
(M. Musashi)

Considerazioni sul reishiki e reiho
Le cose che viviamo nel dojo ispirano per forza i nostri pensieri. Per esempio quest’estate ho fatto alcune riflessioni legate all’ampiezza del significato di reiho e di come per noi occidentali sia difficile capire nel profondo il significato e le implicazioni di quello che facciamo.
Per chi pratica lo iaido l’etichetta e il comportamento formale dentro il dojo possono risultare all’inizio piuttosto difficili da capire ma reiho è qualcosa di diverso dal solo cerimoniale, è un concetto che permea non solo le arti tradizionali giapponesi ma in senso più generale tutta la vita quotidiana in Giappone. Come tutti sappiamo, i giapponesi hanno una estrema attenzione per tutto ciò che riguarda “modi di fare le cose”, le forme di galateo, saluti, ecc… Questi “modi corretti di agire” sono presenti nella vita quotidiana giapponese, sia al lavoro che a scuola, come in ogni tipo di relazione sociale, anche nelle relazioni tra familiari e amici intimi. Dovrebbe quindi essere inevitabile, per chi ha scelto di praticare iaido, cercare di capire il più possibile il significato e le implicazioni di questo modo di stare nel mondo e di rapportarsi agli altri che costituisce parte integrante del nostro keiko.

Alcuni aspetti del reiho sono tecnici e legati alla disciplina (come si fanno i saluti, come ci si posiziona nel dojo ecc.) però le regole dell’etichetta e le regole di comportamento non sono limitate solo a quanto succede nel dojo ma vanno molto oltre. Includono aspetti importanti come il modo corretto di vestire, l’atteggiamento con le armi, il modo di rapportarsi ai sensei e senpai ecc. Questi aspetti hanno un significato più generale che si basa sul buonsenso e sulla cortesia nelle relazioni.
Quindi il termine reiho ha in realtà un significato molto ampio che riguarda non solo il comportamento generale in dojo ma anche le regole che sostengono un vivere armonioso.
Reishiki e reiho dovrebbero essere una delle prime cose che si imparano quando si entra per la prima volta in un dojo. Tuttavia reishiki e reiho spesso sono per noi occidentali delle azioni meccaniche, che compiamo senza averne compreso il reale significato o addirittura in molte occasioni non le pratichiamo volutamente perché le consideriamo troppo “vincolanti” o “pesanti”.
Ho personalmente spesso commesso errori di reiho ed ancora oggi non sono sicura di non sbagliare inconsapevolmente nell’interpretazione delle diverse sottigliezze che la cultura nipponica possiede.
Oggi svilupperò due esempi dell’ampiezza del significato di reiho e di come spesso noi occidentali non capiamo veramente nel profondo cosa questi modi di comportamento significhino basandomi, come ho detto, su avvenimenti che hanno avuto luogo quest’estate. Nessuno si senta tirato in causa in modo negativo, sono solo spunti di riflessione per cercare di crescere tutti insieme su questa via che abbiamo scelto. Inoltre tutti noi abbiamo sbagliato e sbagliamo ma :

“Ammettere uno sbaglio è il primo segno di una grande saggezza.”
(Minamoto Yoshitsune)

1) Il reiho, il modo di vestirsi e la cura della nostra attrezzatura.
Nel manuale della ZNKR dell’arbitraggio il reiho è uno dei punti considerati per valutare un incontro di iaido. Lo stesso vale per i concetti generali del manuale ZNKR.
Cosa vuol dire quindi che la cura del nostro abbigliamento e della nostra spada è reiho?
Dobbiamo essere vestiti in modo dignitoso. Essere dignitosi nel modo in cui ci presentiamo è etichetta e ci permette di mostrare la nostra comprensione di un aspetto fondamentale della pratica, dimostra la nostra profondità di pratica.
Essere vestiti in modo corretto non ha nulla a che fare con il comprare vestiti costosi per la pratica, anzi vestiti dai colori troppo appariscenti o troppo evidenti vengono generalmente considerati fuori luogo dai giapponesi che amano usare un profilo più basso e più conformista. Però i vestiti devono essere puliti e a posto ed essere indossati in maniera corretta quindi garantendo una certa eleganza nell’insieme oltre alla pura funzionalità. Chi ha fatto il seminario con Kinomoto sensei ha sentito molto parlare di questo aspetto.
La nostra spada allo stesso modo deve essere in ordine. In questo caso esiste anche un motivo legato alla sicurezza e alla funzionalità dell’attrezzo che usiamo. Com’è possibile fare bene iaido se la nostra saya è rotta? Come possiamo dimostrare il corretto modo di sganciare se il nostro koiguchi non blocca per nulla la nostra lama? Come possiamo eseguire un buon taglio se ad ogni movimento la nostra tsuba produce fastidiosi rumori metallici? E se il mekugi non è a posto come valutiamo la sicurezza di quello che stiamo facendo?
Nuovamente non si tratta di comprare oggetti costosi ma di avere un’arma consona alla disciplina che stiamo praticando e tenuta in ordine, così come teniamo puliti ed in ordine i nostri vestiti.

Non capire l’importanza di questi due aspetti (abbigliamento e spada) è non aver capito il reiho e quindi non praticare in modo corretto, e questo vale in particolare se ho già raggiunto un certo grado.
All’inizio della mia pratica di kendo in Italia ho incontrato alcuni personaggi che teorizzavano che la via del samurai richiede sacrificio e che un samurai si veste in modo povero (spesso tendente allo stracciato) e, come esempio per capire il tipo di approccio, non mangia nei ristoranti durante i seminari ma vive anche questo aspetto con uno spirito di povertà e sacrificio. Erano tempi pionieristici, c’erano pochi contatti con il Giappone, nessun libro in italiano e c’erano personaggi che avevano una preparazione complessiva diversa dallo standard odierno.
Non è esattamente come veniva interpretato allora da alcuni, essere vestiti in modo stracciato è mancanza di profondità di pratica, avere una spada non idonea alla pratica è insufficiente comprensione del reiho (e della sicurezza di se stessi e degli altri)

“He bareth not the sword in vain. What he carries in his belt is a symbol of what he carries in his mind and heart, – loyalty and honour […] Even the commonest dirk has due respect paid to it. Any insult to it is a tantamount to personal affront. Woe to him who carelessly steps over a weapon lying on the floor!”*

“The end of all etiquette is to so cultivate your mind that even when you’re quietly seated, not the roughest ruffian can dare make onset on your person […] If the promise is true that gracefullness means economy of force, then it follows as a logical sequence that a constant practice of graceful deportment must bring with it a reserve and storage of force. Fine manners, therefore, mean power in repose.”*

“There was a great deal of truth in the saying ‘the sword is the soul of the samurai’. […] The state of the sword reflected the honour of its wearer, whose duty it was to polish his blade and keep it spotless all times.”**

2) Il reiho e la libertà di andare a praticare presso altri dojo
Questa è una classica regola che si basa sulla costruzione armonica di relazioni e sulla cortesia nel rapportarsi agli altri in particolare ai propri istruttori.
Succede spesso che presi dall’entusiasmo o perché abbiamo traguardi vicini o perché siamo di passaggio in una città, chiediamo di partecipare ad allenamenti presso altre palestre. Quest’estate è successo a più di una persona del nostro dojo. E’ una cosa positiva, vedere cosa e come si insegna in altri luoghi ci può aprire la mente ed aiutarci a capire come costruire meglio un gesto. Il fatto che vengano usate altre parole od esempi diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati a volte è illuminante. Da sempre Claudio ed io incoraggiamo le persone a partecipare agli stage in giro per l’Italia o l’Europa, è un modo di crescere. Questo è fuori discussione.

Quello che però viene considerato parte di una normale etichetta nel mondo dello Iaido è informare il proprio istruttore che si parteciperà ad uno stage o ad un allenamento e chiedergli se questo va bene. Il nostro istruttore o (e siamo fortunati ad averlo) il nostro sensei sono i responsabili della nostra formazione e della nostra crescita e, meglio di chiunque altro, sanno valutare cosa è meglio per noi. Inoltre in genere sono informati in modo più dettagliato di quello che succede nel piccolo mondo che ci circonda e ci possono evitare di sbagliare nelle nostre scelte. Al di là di tutto questo però ai nostri istruttori dobbiamo rispetto anche perché sono loro che ci hanno insegnato e ci insegnano quello che pratichiamo. Il rispetto rende automatico avvisare e chiedere l’autorizzazione per fare delle cose fuori dal dojo.
E’ un concetto spesso difficile da capire per un occidentale che si sente molto più autonomo ed indipendente di quanto non si sentirebbe in analoga situazione un giapponese che darebbe invece per scontato di dover chiedere. Noi invece spesso diamo per scontato che siamo completamente liberi di fare tutto ciò che vogliamo.
Ripeto, è più un concetto di forma che di sostanza, ma se togliamo la forma e l’etichetta dalla nostra pratica di arti marziali cosa rimane davvero?
Alcune citazioni di appoggio:

“Non ho imparato la Via per vincere gli altri, ma per vincere me stesso.” (Yagyu Munemori)

“Osserva un comportamento impeccabile all’insegna del rispetto universale”
(dojo Kun)

Danielle Borra, 7 dan kyoshi

________________________
*Bushido, di Nitobe Inazo, Kodansha International Ltd, 1999
**The heart of the warrior: origins and religious Background of the Samurai system in feudal Japan, Catharina Blomberg, Psychology Press, 1994

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