«Un monaco chiese ad un venerabile anziano: “Che cos’è la Via?”, l’anziano rispose: “La tua mente
ordinaria è la Via”. Questo aneddoto contiene un principio che riguarda tutte le discipline.
Domandando cosa sia la Via, la risposta che si ottiene è: “la tua mente ordinaria”. Questa è una
profonda verità. Espellere tutte le malattie dalla mente e generare la mente ordinaria, pur dimorando
nel mezzo della malattia, è lo stato dell’essere senza malattia.»
Yagyu Munenori, Heiho kadensho, a cura di W. S. Wilson, trad. it. di M. Amarillis Rossi, Luni, Milano 2004, p. 61
Tutti i praticanti, anche principianti, di iaido, kendo o jodo, sanno che la sillaba finale del nome della loro disciplina, -do, significa in giapponese “via”. Questa sillaba fa tutta la differenza nell’approccio a quelle che in occidente vengono chiamate impropriamente, ma comunemente, “arti marziali”.
Laddove infatti esistono iai-jutsu, ken-jutsu, o jo-jutsu, ovvero sistemi comprensivi di utilizzo marziale di una particolare arma con il fine esplicito di neutralizzare l’avversario in combattimento nel modo più efficace possibile, si sviluppa in età moderna, in Giappone, un parallelo utilizzo di quelle stesse armi, di quelle stesse tecniche, con un fine molto diverso. Si tratta del raggiungimento di uno specifico stato di illuminazione, che possiamo descrivere come vigile consapevolezza intuitiva, radicalmente anti-filosofica, almeno nel senso occidentale del termine.
Tale stato, che in verità consiste in un continuo processo in divenire, viene spesso tradotto in modo semplificato come “miglioramento personale”, termine decisamente più vicino, per quanto vago, all’attuale sensibilità occidentale.
Il passo di Yagyu Munenori che ho riportato sopra parla esattamente di questo altro fine, apparentemente così diverso da quello immediatamente più evidente nell’approcciarsi ad un’arma come la spada. Poco sopra, il maestro spiegava come ciò che viene inteso tradizionalmente nel buddhismo come “malattia” consiste nella categoria della fissazione, ovvero la staticità della mente focalizzata su una sola condizione che ne rapisce tutta l’attenzione per un tempo protratto. Quella che viene chiamata “mente ordinaria” è quella che in altri contesti viene tradotta come “non-mente”, ovvero la condizione di azione intuitiva, libera dalla condizione limitante del pensiero attivo. Siamo ad anni luce di distanza dal primato della vita contemplativa figlia della filosofia greca che domina, ancora oggi, nel mondo intellettuale occidentale. Si badi bene, non si tratta di definire quale approccio sia in sé superiore all’altro, entrambi hanno infatti portato gli esseri umani, nei rispettivi contesti, ad acquisizioni non banali in campi molto diversi tra loro.
Tuttavia, nel campo dell’uso della spada, non vi è dubbio che raggiungere la condizione della “mente ordinaria”, sia il fine più importante. Ma perché “ordinaria”? Proprio perché l’azione di successo non ha da essere straordinaria, bensì ordinaria: solo nel momento in cui ciò che facciamo emerge con naturalezza, senza doverci pensare più. Non bisogna farsi illusioni: il momento analitico, nell’apprendimento di ogni disciplina, è necessario, e anche in Giappone è così. Tuttavia, la via diviene realmente tale quando cessa di porsi uno scopo diverso da sé stessa; essa diviene “mente ordinaria” proprio nel momento in cui diventa tessuto vivente e vissuto della propria stessa identità. Un parallelo efficace credo lo si possa trovare nell’apprendimento delle lingue straniere. All’inizio il fine è imparare parole e grammatica, poi si passa ad un momento in cui occorre fare uno sforzo effettivo nel tradurre, ma solo alla fine, magari dopo anni, ci si renderà conto di pensare in quella lingua un tempo sconosciuta, e si potrà con naturalezza parlare, senza nemmeno accorgersi di parlare una lingua diversa dalla propria.
L’ordinarietà dell’azione coincide con la Via che ci si auspica di poter percorrere fino alla fine. Ed è dunque vero:
Nell’ordinario c’è dello straordinario.







