Recentemente, mi è ricapitato tra le mani un vecchio libro di Aikido di Koichi Tohei, intitolato “Il KI nella vita quotidiana”, che avevo comprato tanto tempo fa, all’inizio della mia pratica. La storia di Tohei è, per molti versi, simile a quella di altri allievi diretti del Morihei Ueshiba, il fondatore dell’Aikido: dopo varie esperienze ritenute non pienamente soddisfacenti, era infine approdato a quest’arte e l’aveva fatta propria, diventandone in breve tempo uno degli esponenti di spicco, al punto da essere inviato alle Hawaii da Ueshiba stesso, agli inizi degli anni ’50, con il compito di iniziare a diffondere questa nuova disciplina al di fuori dei ristretti confini del Giappone. Dalle isole Hawaii agli Stati Uniti il passo fu breve e i grandi successi raccolti da Tohei in quelle terre lontane gli valsero successivamente, cosa più unica che rara, il conferimento del 10° dan da parte dello stesso fondatore. Ma, come spesso accade, le cose erano destinate a cambiare. Tohei aveva sempre posto, più di chiunque altro, una particolare enfasi sullo sviluppo del KI, rendendo la tecnica quasi un aspetto secondario della pratica rispetto ad esso. Le tensioni con gli altri istruttori anziani, acuite soprattutto dopo la morte del fondatore, portarono ad un’inevitabile spaccatura e al conseguente allontanamento di Tohei dall’Aikikai, l’organizzazione principale dell’Aikido guidata dal figlio di Ueshiba. Negli anni ’70, Tohei fondò la Ki no Kenkyukai, dedicata alla diffusione del suo KI-Aikido. In realtà, niente di nuovo: altri allievi della prima ora (uchi deshi) di Ueshiba, come Gozo Shioda e Morihiro Saito, ciascuno convinto che la propria interpretazione dell’Aikido fosse più vicina al messaggio originale, avevano già abbandonato prima di lui la via maestra, e avevano raggiunto anch’essi una certa notorietà in Giappone e all’estero. Analogamente ai suoi omologhi, Tohei scrisse molto, ma un suo tratto caratteristico è sicuramente quello di non essersi limitato ai soliti manuali di tecniche. Al contrario, molti dei suoi libri, come quello a cui accennavo all’inizio, affrontano un tema di estremo interesse, ovvero la concreta applicazione dei principi del suo KI-Aikido nella vita quotidiana. A questo proposito, Tohei scrive nella prefazione al suo libro:
“Poche persone al mondo sono consapevoli di quale sia la loro forza reale. Molte persone vedono solo quella parte della loro potenza che emerge come la punta di un iceberg e dimenticano la parte molto più vasta che sta sotto la superficie delle acque. Forse costoro sono soddisfatti di come sono; forse, al contrario, sono scontenti a causa della loro incapacità.Un uomo che erediti una fortuna, la chiuda in cassaforte, ne perda la chiave e, lamentandosi di non possedere denaro, chieda prestiti ad altri, si coprirebbe certamente di ridicolo. Sarebbe meglio per lui ritrovare la chiave e fare libero uso della forza che possiede.”
Queste parole racchiudono, a mio avviso, un messaggio estremamente importante. Troppo spesso, infatti, siamo portati a svilire la nostra pratica, relegandola alle poche ore di allenamento ed escludendola dalla parte preponderante della nostra vita. La cura del portamento, la ricerca quasi ossessiva della perfezione del gesto, l’attenzione verso ritmi, tempi, distanze – tutti aspetti fondamentali delle nostre discipline – perdono drammaticamente di significato se cadono in una quotidianità grossolana, approssimativa e dominata dalla banalità.La vita può essere un campo incolto o un giardino: in quest’ottica, le arti marziali non sono un fine, ma uno strumento, un’opportunità di crescita globale. Ritrovare questo libro letto e poi dimenticato mi ha veramente colpito, in quanto, da diverso tempo ormai, sono proprio alla ricerca di queste cose
Nulla accade per caso, almeno così dicono.








