«L’abbigliamento è una protezione dal freddo e dal caldo, e serve per il rispetto della decenza. Ideato a seconda del tipo di lavoro che uno fa, c’è l’abito semplice e quello raffinato, quello colorato e quello ricamato, ciascuno con l’uso che gli è proprio. E se non li usi in modo corretto, anche la tua mente ne resterà squilibrata. Quando ti vesti in modo informale, la mente sarà di conseguenza rilassata, mentre se indossi un abito da cerimonia sarà controllata e all’erta. Quindi scegliere la qualità, il modello e la stoffa secondo le caratteristiche proprie dell’abito nutrirà in modo naturale il tuo umore.»
Yamaga Soko (1622-1685), in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido Sourcebook,
Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, pp. 62-63]
L’abbigliamento è un modo del linguaggio. Già nel mondo animale è ben evidente come l’aspetto esteriore di un dato esemplare possa fare la differenza nella sopravvivenza della specie, sia nel corteggiamento in vista dell’accoppiamento, sia nella protezione dagli agenti atmosferici o mimetismo con l’ambiente circostante o anche nel segnalare la propria pericolosità a potenziali predatori. Gli umani, rispetto ad altri animali, hanno sviluppato questo tema in modo peculiare, inventando l’abbigliamento. Dalla mitica foglia di fico sino all’alta moda della Fashion Week, gli esseri umani, per ragioni essenzialmente funzionali e culturali allo stesso tempo, indossano vestiti. Oggi, almeno in occidente, ciascuno di noi possiede abiti per occasioni e attività differenti, e solitamente ne abbiamo anche più del necessario. Ogni vestito può essere più o meno appropriato in base al contesto che siamo chiamati ad affrontare, ma tendenzialmente scegliamo i nostri vestiti
secondo il gusto e la personalità individuale. Negli ultimi decenni, in particolare dalla fine degli anni ’60, il vestiario ha come obiettivo principale, nei limiti del socialmente accettabile, l’espressione della personalità del singolo. Il conformismo è comunemente rigettato, e anche laddove si renda in parte necessario, si tende a premiare chi, anche in quei limiti prestabiliti, trova un margine lecito per
esprimere il proprio stile. Questo tratto culturale, sia pure di notevole successo in buona parte del mondo, non riempie comunque tutti gli spazi della nostra contemporaneità. Significativamente, sono gli spazi tipici del disciplinamento moderno a imporre un certo tipo di conformismo nel vestire: la caserma, l’ospedale e, in misura assai minore, la scuola, impongono o possono imporre una divisa,
uguale per tutti coloro che condividono un determinato status. Potremmo dire che la divisa è uno spazio di resistenza residuale del moderno contro il post-moderno. Questa lunga premessa è importante per capire un fraintendimento diffuso anche tra chi in Europa si
avvicina alla pratica dello iaidō. Il corretto abbigliamento, hakama e gi opportunamente indossati, è il primo punto di valutazione per un esame di iaidō, già a partire dai gradi iniziali. Molti principianti, e spesso anche molti istruttori, sottovalutano grandemente l’importanza di questo dato, a partire dalle sue implicazioni. La trascuratezza del vestiario, così come la ricerca di un presunto stile personale
che esca dalle norme imposte dalla ZNKR, comunica più di quanto possiamo immaginare. E non solo perché il bello e l’ordine sono esteticamente preferibili al brutto e al disordine, ma perché l’oggetto della comunicazione riguarda in primo luogo l’interiorità del praticante. Non va dimenticato che il contesto culturale in cui si sviluppa il budō è profondamente moderno, e non post-moderno. Questo significa anche che la dicotomia occidentale tra interno ed esterno, tra forma e sostanza, è ridotta al minimo, e anzi scongiurata. Vestire abiti malconci non dovrebbe essere inteso come un segno di abnegazione ascetica secondo modelli filosofici greci, ma come un riflesso della confusione interna
che viene comunicata all’esterno; allo stesso modo l’attenzione all’esecuzione delle forme non è affatto una motivazione valida per presentarsi sbracati ad un esame. Infatti, come nella pratica di un kata non può esserci una separazione tra pensiero e atto, così ad un livello ancora più essenziale e semplice, non può darsi una separazione tra la profondità di pratica che esprimiamo e il vestiario con
il quale ci presentiamo. Naturalmente non c’è nulla di male nel scegliere liberamente il proprio abbigliamento quotidiano, e anzi credo sia un diritto straordinariamente importante per ciascuno di noi, ma occorre anche capire come lo iaido non segua necessariamente il nostro modo di pensare. Nel dojo, come nella vita, l’eleganza è una forma di saggezza.





