Nella Galleria dell’Accademia di Firenze, sono conservate quattro statue eseguite da Michelangelo Buonarroti, databili tra il 1520 e il 1530, quando lo scultore era ormai nel pieno della sua maturità artistica.

Il gruppo, denominato “Prigioni”, avrebbe dovuto fare parte di una serie di statue, a grandezza superiore al naturale, rappresentanti figure incatenate in varie pose come prigionieri – da cui il nome – con la funzione di adornare il monumento funebre di papa Giulio II collocato nella basilica romana di San Pietro in Vincoli, lo stesso che include il celebre Mosè.

Si tratta di opere di estremo interesse, anche se assai penalizzate dal fatto che, condividendo esse lo stesso spazio espositivo con il David, capolavoro indiscusso dell’arte di tutti i tempi, finiscono per passare ai più quasi inosservate.

La loro particolarità risiede nel fatto che queste statue costitituiscono uno dei migliori esempi di non-finito della storia della scultura.

Questa tecnica, inaugurata da Donatello e perfezionata proprio da Michelangelo, prevede che l’opera appaia incompiuta perché l’artista ha scolpito il blocco in modo tale che coesistano parti modellate e parti grezze non utilizzate.

L’effetto assai potente che si ricava osservando queste opere è quello di assistere a figure che sembrano imprigionate nel materiale.

L’appellativo “Prigioni” potrebbe quindi alludere non solo alla destinazione finale delle figure – progetto mai realizzato – ma anche alla tecnica utilizzata.

Il concetto di non-finito si presta a numerose interpretazioni estetiche, filosofiche e persino neurologiche, quali il superamento del concetto di forma, o il riempimento percettivo, da parte di chi guarda, delle parti rimaste sospese.

Ma, senza spingerci troppo lontano, dobbiamo ricordare che Michelangelo era nato scultore.

Aveva trascorso la sua infanzia e gli inizi dell’adolescenza a Settignano, una frazione di Firenze nota per i suoi scalpellini poiché nelle colline circostanti vi erano cave di pietra serena, un materiale tradizionalmente utilizzato nell’architettura di pregio.

Egli stesso, nelle sue memorie, ricordava di avere ricevuto dalla sua balia – figlia e moglie di scalpellini – “latte impastato con la polvere di marmo”.

Ma dobbiamo anche ricordare che Michelangelo era soprattutto un uomo del Rinascimento e, in quanto tale, aveva esplorato tutti gli aspetti dello scibile, dedicandosi non solo alla scultura, ma anche alla pittura, all’architettura e alla poesia.

Durante tutta la sua lunga vita egli scrisse molto, più di trecento componimenti tra Sonetti e Rime, dove si leggono le riflessioni di questo genio solitario, in perenne equilibrio tra tormento ed estasi, per il quale l’atto creativo poteva essere unicamente soffocato dai puri limiti della materia.

In uno di essi, composto presumibilmente tra il 1538 e il 1544 – quindi pochi anni dopo l’esecuzione delle “Prigioni”- Michelangelo scrive:

“Non ha l’ottimo artista alcun concetto c’un marmo solo in sé non circonscriva col suo superchio, e solo a quello arriva la man che ubbidisce all’intelletto”

La cui parafrasi è la seguente:

“L’ottimo scultore non concepisce un’idea che il solo marmo non contenga già in sé, con la parte superflua, e la mano riesce a raggiungerla solo se ubbidisce al pensiero”

Michelangelo credeva quindi che ogni blocco di marmo avesse già presente al proprio interno una forma intrinseca che aspettava solo di essere rivelata, per cui la sua opera consisteva semplicemente nel rimuovere l’eccesso di marmo “intorno” ad essa.

In altre parole, per lui, scolpire era un processo di liberazione, non di creazione; un togliere, non un mettere.

Per questo motivo, non accontentandosi di qualsiasi pezzo di pietra, per ogni sua singola opera egli trascorreva mesi nelle cave di Carrara alla ricerca del blocco perfetto, nel quale affermava di vedere già l’immagine finale prima ancora di iniziare a scolpire.

Come non percepire quindi, osservando queste opere, lo sforzo terribile trasmesso dalla muscolatura possente, tesa nel tentativo di liberarsi dall’interno dalla materia che lo opprime; ma come non immaginare anche l’analogo sforzo creativo dello scultore, impegnato a rendere possibile il miracolo grazie alla propria maestria nell’arte del togliere.

La grandezza di quest’opera incompiuta diventa quindi quella di raffigurare drammaticamente l’attimo immediatamente precedente alla liberazione, quando il risultato finale è ancora incerto, tutt’altro che scontato. In uno dei dialoghi di Platone, si legge di come Socrate riesca ad aiutare uno schiavo privo di cultura a comprendere il teorema di Pitagora, a conferma che, nonostante l’ignoranza in cui si trovava, egli potesse ritrovare da sé i passaggi logici necessari, evidentemente già presenti in forma latente nella sua mente.

In altri termini, per Platone “conoscere è ricordare”.

Questo concetto, che in filosofia prende il nome di anamnesi (ricordo) è il sostrato del processo di liberazione descritto da Michelangelo, con cui l’opera non attende altro che di essere finalmente riscattata dalla materia in eccesso che la cela.

Ognuno di noi, quindi, è solo apparentemente ignorante così come ogni blocco di marmo è solo temporaneamente non-opera.

Ma, come ci insegna Michelangelo, per compiere il “miracolo” occorre togliere, non aggiungere: e qui le cose veramente si complicano, perchè ci viene richiesto di essere artisti, scultori di noi stessi.

L’arte del togliere è tutt’altro che intuitiva, in quanto prevede comprensione, conoscenza ed autoconsapevolezza.

La tendenza, anzichè a togliere, è generalmente quella di aggiungere: a volte, banalmente, per mancanza di comprensione e conoscenza, molto più spesso per mancanza di autoconsapevolezza. Infatti, quando non si è capito esattamente cosa fare o, peggio, non si riesce a percepire la differenza tra il nostro essere/agire e il modello di riferimento, si tende naturalmente a colmare i vuoti attingendo a se stessi, cioè “aggiungendo”.

In questi casi, il risultato non è affatto buono, a volte è disastroso.

Veramente il concetto di non-finito può essere inteso come una metafora dell’esistenza, perchè ognuno di noi, nella propria vita quotidiana, può riscoprirsi a ricoprire, allo stesso tempo, il duplice ruolo di opera ed artista.

Ma, per concludere, non posso certo dimenticare che questo articolo è principalmente rivolto a chi, come me, pratica arti marziali tradizionali giapponesi.

Tutte queste discipline sono intimamente connesse alla spada, anche quando questo legame risulta a prima vista meno evidente.

Nell’Aikido, ad esempio, uno dei principi fondamentali è quello della “mano-spada”, in base al quale ogni tecnica dovrebbe essere effettuata come se si stesse impugnando appunto una spada se non, addirittura, immaginando la nostra stessa mano come una lama.

Ora, l’azione del tagliare racchiude in sè una miriade di significati, perchè la si può ad esempio interpretare come un atto di riduzione dell’ego, come un atto di compassione, o un atto di giustizia.

Ma volendosi limitare al puro gesto fisico, il taglio corretto richiede sicuramente la totale assenza di forza e di movimenti inutili.

Ancora una volta, quindi, un’azione che chiama a togliere. 

Scolpire, tagliare….

Ebbene, mi piace molto avvicinare questi due “strumenti di lavoro”, lo scalpello e la spada, utilizzati entrambi per togliere quello che c’è di troppo dalla nostra arte, dalla nostra vita.

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