«La biografia di Kuai Tong nei Documenti di Han dice: “Una tigre feroce che esita non è
paragonabile a un’ape che punge o a uno scorpione. Un eroe che dubita non è paragonabile ad un
ragazzo rassegnato a morire”. Non che le tigri e i lupi non abbiano coraggio, o che gli eroi non siano
valorosi, ma se esitano, dubitano o non si scagliano subito sulla preda, è come se avessero paura.
Allora è più temibile la puntura di un’ape o di uno scorpione, oppure l’affondo di pugnale di un
ragazzo. La vera questione è se andare avanti oppure no.»
Hirayama Heigen (1759-1828) in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido Sourcebook,
Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, p. 240]
Kuai Tong fu un importante consigliere politico cinese nei primi anni della dinastia Han, alla fine del III secolo a. C. Non sono in grado di stabilire quale fosse il contesto originario della citazione tratta dalla biografia di Kuai Tong, ma certamente molti secoli dopo Hirayama Heigen pone in connessione il detto dell’antico maestro cinese con il concetto di risolutezza nell’esecuzione in un’azione marziale.
Particolarmente interessante è qui il fatto che il tema dell’esitazione sia messo in relazione all’identità e alle qualità specifiche di chi esita. La tigre feroce e l’eroe sono senza dubbio ben più minacciosi di per sé rispetto ad un’ape o ad un ragazzo. Ma il punto è proprio questo: l’errore cognitivo che viene evidenziato dal paragone, apparentemente assurdo, consiste nella valutazione decontestualizzata del potere o della pericolosità che l’individuo può esercitare in quanto individuo isolato e non in relazione con altro.
Molte realtà storiche, purtroppo anche recenti, evidenziano la realtà drammatica di questo detto: moltiimperi senza dubbio economicamente e militarmente ben preparati e temibili hanno perso guerre contro una resistenza molto meno attrezzata ma più decisa. Lo stesso vale a livello individuale. In un combattimento si tende a valutare l’avversario sulla sola base delle informazioni a disposizione, che determinano a priori se questi può essere più o meno forte. Quel che viene ignorato però è spesso anche ciò che più è determinante: non sono false le informazioni che abbiamo sulla tigre feroce o sull’ape, ma è logicamente fallace pensare di dedurre da tali informazioni il comportamento o la risolutezza che sia la tigre, sia l’ape, avranno nei nostri confronti durante lo scontro.
Ricordo un aneddoto dai tratti comici sulla mia infanzia. Avevo dieci o undici anni, quando in un pomeriggio d’estate dalla finestra aperta di camera mia entrò una vespa che, dopo un volo di ricognizione, si posò calma sul vetro. Quando vidi entrare la vespa mi allarmai, e quando si poggiò sulla finestra pensai tra me che se l’avessi fatta volare per farla uscire, forse mi avrebbe punto; allora, tronfio della mia grandezza fisica contro quella della vespa, pensai che la mia mano potesse essere abbastanza veloce e forte da schiacciarla contro il vetro, e mettere così fine alla pericolosa minaccia dell’insetto. Naturalmente avevo valutato male: al sonoro impatto della mia mano infantile sul vetro, la piccola vespa era riuscita a spostarsi esattamente in corrispondenza del centro della mia mano, dove c’era ancora abbastanza spazio per lei rispetto al vetro verso il quale desideravo schiacciarla.
Risultato: non solo non ho ucciso la vespa, ma quella mi ha prontamente e dolorosamente punto la mano, per poi fuggire. Fanno male le punture di vespa. Ad ogni modo, l’errore è chiaro: avevo tremendamente sopravvalutato le mie capacità, e soprattutto non avevo considerato il possibile fallimento del primo e unico colpo diretto verso il vetro. Nel momento in cui la mia arrogante azione di attacco non era andata a buon fine e ho sentito il rigido corpicino della vespa contorcersi infuriato sotto la mia mano, l’esito era già scritto: io ho esitato, la vespa no. Io ho avuto paura, la vespa no.
Anche questo ha a che fare con lo iaido.






