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Gare di Iaido: Fighting e Tecnica

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Gare di Iaido - Danielle Borra

di Danielle Borra – 7° Dan Iaido Renshi
9 gennaio 2017

Quest’anno ai campionati europei ho arbitrato i gradi bassi (mudan-2° dan) quindi le riflessioni riguardano solo quanto ho visto in queste categorie.

Le persone del gruppo italiano erano molto preparate e mi avevano colpito per la fluidità e la padronanza della tecnica, eppure non ci sono stati risultati.

Spesso, vedendoli in gara, sembrava mancasse loro qualche cosa. Esprimevano uno Iaido quieto, fluido, preciso. Alcuni avversari erano molto meno precisi ma esprimevano un seme esteriore decisamente più forte, per esempio gli spagnoli e i greci.

Gli arbitri spesso sono influenzati da questo aspetto e tendono a privilegiare nei gradi bassi un’espressione più “forte”, un movimento che assume velocità e jo-ha-kyu (come il nuki tsuke nel settimo) o comunque un atteggiamento di forte seme sull’avversario. E’ molto più difficile e richiede più profondità di pratica valutare uno Iaido più quieto in cui l’avversario e la concentrazione vengono espresse in modo più interiorizzato. A volte non si riesce a capire bene questo aspetto e, come arbitri, ci facciamo distrarre da movimenti più appariscenti che ci sorprendono in qualche modo.

Nel regolamento arbitrale nell’articolo 11 sono descritti chiaramente gli elementi che determinano la vittoria, ma valutarli è tutt’altro che semplice.

Determinazione del vincitore – Art. 11: Per la determinazione del vincitore bisogna valutare come segue:

La vittoria di uno dei concorrenti viene decisa in base alla differenza di kokorogamae e alla capacità di realizzare ki-ken-tai-icchi; questi elementi devono originare da uno spirito pieno (kisei), una postura corretta e una tecnica precisa, fondandosi sui principi che regolano l’uso della katana (tōhō), e devono essere realizzati con un corretto reihō e sahō.

Art. 7: Per la determinazione del vincitore di cui al punto 1 dell’art. 11 delle norme generali devono essere considerati i seguenti criteri:

    • Tecnica:
    • Reigi (atteggiamento corretto – sahō).
    • Profondità della pratica.
      • Corretti nukitsuke, kiritsuke
      • Corretti sayabanare, hasuji
      • Corretti chiburi, kakudo
      • Corretto nōtō
    • Kokorogamae:
      • Tranquillità di spirito
      • Metsuke
      • Presenza di spirito, zanshin, ma e maai
    • Ki-ken-tai icchi
    • Lo iai deve rispettare le logiche e i principi del budō.
    • Si fa riferimento a “Punti da osservare durante l’arbitraggio e gli esami” contenuti nel supplemento in “Lo iai della ZNKR”.

Per esempio cosa significa uno spirito pieno? E cosa conta di più la corretta tecnica o lo zanshin? E’ veramente molto difficile e spesso un movimento che contiene molto zanshin può essere preferito anche se leggermente meno preciso. Ovviamente se si sale di grado le considerazioni cambiano.

I praticanti italiani fino al secondo dan avevano molta precisione ma lo zanshin era, almeno apparentemente, più debole.

Detto questo è interessante provare a capire come mai manca questo aspetto nelle persone della nostra palestra che si allenano regolarmente con noi.

In effetti Iaido è in parte copiare. Negli ultimi anni abbiamo lavorato sul mio 7° dan e stiamo lavorando ora sull’esame di Claudio. Ci stiamo allenando a muoverci senza stop, a togliere la forza, a trovare la fluidità e realizzare kasotechi attraverso lo sguardo, la presenza, il corpo ecc.

Tutti concetti di pratica molto avanzati. Le persone che lavorano con noi tendono ad imitare quanto studiamo o come ci muoviamo o quello che Renè ci dice.

Però Zanoni non era così quando era un 4° dan ed esprimeva un seme molto più esterno di adesso, il suo Iaido aveva una buona componente di “aggressività” di tipo esteriore. Oggi non è così ma i concetti applicati oggi nella pratica di Claudio sono troppo avanzati per gradi fino a 4° dan.

Inoltre in palestra per motivi di vario tipo, famiglia, lavoro, salute, i sempai sono un po’ assenti e non riescono a trasmettere questo tipo di pratica, non costituiscono un esempio in questo senso. In parte questo è dovuto anche al fatto che  a loro volta studiano per il passaggio di 5° dan e stanno cercando di cambiare alcune cose.

Forse le persone fino a secondo dan del nostro dojo in questo momento tendono a seguire uno Iaido troppo avanzato e si perdono alcuni dei passaggi evolutivi naturali che dovrebbero esserci.

Probabilmente questo sarà utile in futuro, pensate per esempio a quanto lavoro stanno facendo Stefania o Sappino (due esempi di fighting piuttosto evidente) per sostituire un seme esteriore con uno più interiore e per muovere il corpo senza stop e con uno zanshin più evoluto. Per ora però il risultato per i gradi bassi è la mancanza di un seme evidente e l’impossibilità (ovvia) di dimostrare un seme avanzato.

Insomma mi sembra che si saltino dei passaggi.

Soluzioni?

Ho scambiato qualche parola sul tema con Claudio ed Alessio.

Si può forse intervenire alternando maggiormente le metodologie di allenamento: a volte studiando la tecnica, a volte lasciando molta libertà di pratica in cui provare a sviluppare di più kokorogamae, ki-ken-tai icchi ecc. Forse la pratica libera, che è così difficile da attuare, può aiutare in tal senso.

Si può provare a prendere degli esempi esterni al dojo che abbiano le caratteristiche che stiamo cercando ed invitarli oppure guardarne i filmati.

Si possono pensare allenamenti specifici su questi punti.

Però, e lo abbiamo detto molte volte a lezione, è necessario che ci sia un’assunzione di responsabilità da parte dei praticanti per migliorare veramente il proprio Iaido.

Altri suggerimenti?

La difficoltà di diventare buoni insegnanti

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insegnamento iaido

Una delle cose che più mi salta all’occhio durante le lezioni, è la difficoltà per gli insegnanti meno esperti o alle prime armi di capire quali sono le fasi importanti dell’insegnamento.

Mi stupisco sempre di quanto venga cercata nel principiante la correttezza tecnica, chiedendo dettagli che non sono, a quel livello, così importanti. Inoltre spesso l’approccio è, passatemi il termine, un po’ saccente e mi ritrovo a pensare con apprensione ai principianti che spesso sono vittime di queste lezioni.

Una delle cose di base da conoscere per un buon insegnante sono le fasi di apprendimento degli allievi, formare un allievo è un po’ come formare una scultura, non si parte dal particolare, ma si parte dalla forma di base e piano piano bisogna cercare di dare all’opera la forma finale con tutti i particolari importanti per realizzare la bellezza e completezza della scultura.

Per un principiante con pochi mesi di pratica è difficilissimo mettere assieme le varie nozioni che proviamo ad insegnargli, la cosa più importante dovrebbe essere la forma abbozzata del Katà, se il piede non è corretto, se la spada non è orizzontale, se la postura non è corretta, in questa fase non ha nessuna importanza. Dobbiamo cercare di stimolare lo studente evidenziando le parti positive e piano piano di correggere quelle negative, in questa fase l’unico nostro obbiettivo dovrebbe essere riuscire a far fare il katà , più o meno.

Nel momento in cui lo studente pratica oramai da qualche tempo e conosce le basi del Katà si potrà allora procedere con piccole correzioni, nella posizione del corpo, nel caricare più grande (difetto comune e costante), ma sempre cercando di lodare molto spesso le cose positive e non di rimarcare le negative.

Ovviamente dipende dalla capacità di apprendimento dell’allievo, ma mediamente si dovrebbe iniziare ad approfondire e pulire la forma dopo almeno un anno di pratica, ma soprattutto dopo che le basi dei katà sono acquisite. Se lo studente non deve più pensare alla sequenza del katà allora potrà pensare alla punta ai 45 gradi del chiburi, ecc. ecc.

Discorso completamente diverso per gli allievi più anziani dai quali si deve iniziare a pretendere la forma finale della scultura, chiedendo di limare le parti sbagliate o di aggiustare quelle non completamente corrette. In questa fase, solitamente compresa fra il 3° a 5° dan, entrano in gioco altri fattori, fattori che potete ritrovare nelle fasi dell’insegnamento scritto da Danielle, che vanno oltre la mera tecnica, ma che influenzano in qualche modo la nostra pratica.

In questa fase più avanzata l’insegnante ha il dovere di richiedere l’affinamento dell’esecuzione mediante il cambiamento. Vi posso assicurare che è decisamente frustrante vedere com’è difficile cambiare e dover ripetere le stesse cose all’infinito sperimentando sempre strade nuove e nuovi espedienti per spiegare la stessa cosa allo stesso allievo, ma in fondo questo è il compito di un insegnante, cercare sempre nuove strade per far progredire gli allievi e progredire con loro.

In questa fase questi stessi praticanti, interpellati e coinvolti nella lezione, molte volte non vedono delle cose macroscopiche soffermandosi solitamente su punti teorici o filosofici di minor rilievo.  Secondo me invece si dovrebbe essere molto più inflessibili con un 4° dan che esegue un movimento scorretto rispetto al principiante che ha il suo bel da fare a ricordarsi tutto quello che gli viene detto.

Non voglio e non farò uno specchietto con le varie fasi e l’importanza delle cose da insegnare rapportate al grado, ma tutti coloro che iniziano ad insegnare dovrebbero ricordarsi i momenti in cui si sono sentiti completamente incapaci di realizzare determinate cose, o determinati movimenti, ma che poi, grazie al loro impegno e alla dedizione del loro insegnante, sono riusciti a realizzare e che ora sembrano assodate. Questi momenti di difficoltà e crescita si incontrano in tutte le fasi della nostra vita marziale e non solo da principiante.

 

Insegnare Iaido

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Insegnare iaido

di Danielle Borra – 7° Dan Iaido Renshi
4 dicembre 2016

Sulla rivista Ki è stato pubblicato l’articolo di Rigolio che riguarda il corso istruttori iaido tenutosi a settembre. (Leggi l’articolo qui)

Prendo spunto per alcune considerazioni del tutto personali.

In quella sede per la prima volta ho realizzato le difficoltà che ci sono nell’insegnare Iaido. Per la prima volta in modo lucido e consapevole. So da sempre che non è facile insegnare iaido e vedo o ho visto alcune lezioni che mancavano assolutamente di logica. Il pensiero però è sempre rimasto latente e non l’ho mai approfondito. In quelle poche ore invece ho focalizzato la mia attenzione sul tema e sono rimasta colpita da quanto ho percepito.

Tornando molto indietro nel tempo mi sono ricordata di alcune affermazioni fatte da Zanoni le prime volte che ha fatto lezione con me. Lui era abbastanza colpito da una cosa che io ritenevo molto ovvia: le lezioni erano chiare, si capiva cosa volevo ottenere ed erano sviluppate secondo una sequenza logica. A me, che insegno da molti anni in diversi ambiti, pare il minimo ovviamente, ma non sempre è così. Insegnare è difficile e la formazione degli insegnanti di Iaido è fondamentalmente una formazione da autodidatta, con tutti i pregi e i difetti del caso.

Dirò alcune banalità.

Per insegnare è importante conoscere bene l’argomento, se insegniamo una cosa che non abbiamo approfondito abbastanza risulteremo inevitabilmente incerti o approssimativi. Possiamo compensare con il carisma personale ma se abbiamo un pubblico intelligente davanti a noi non dura a lungo. L’incertezza si vede e si trasmette. Non è possibile insegnare una cosa che non sappiamo fare a meno che la premessa sia “sperimentiamo insieme”.

Non si possono insegnare troppe cose insieme bisogna scegliere le cose che si ritengono più importanti in quel momento e sviluppare quelle. Inutile riempire di dettagli persone che non sanno muoversi. In questo senso programmarsi degli obiettivi per la lezione e pianificarne lo svolgimento è importante. Se invece ci mettiamo lì e cominciamo a guardare e correggere le cose che man mano vediamo nei nostri allievi potremmo perdere la logica sequenziale dell’insegnamento.

L’insegnamento dipende dal target, non posso insegnare a tutti nello stesso modo. Se ho dei gradi bassi è importante insegnare le cose relative al movimento, se ho gradi più alti posso approfondire. La profondità di pratica determina il livello dell’insegnamento. Non può essere sempre uguale. Se lo è le mie capacità di insegnamento sono limitate.

Bisogna trasmettere certezze e queste si hanno solo con la profondità della propria pratica. Nuovamente non si possono insegnare cose contraddittorie o cambiare spesso interpretazione dei movimenti. Bisogna dare certezze. Le certezze devono però basarsi su una reale pratica e conoscenza, se non è così nuovamente la credibilità dura poco.  La propria profondità di pratica però permette di sapere che esistono interpretazioni diverse e quindi di evitare gli assolutismi specie se il pubblico a cui è diretta la lezione non è un pubblico di nostri allievi. Gli assolutismi evidenziano una conoscenza limitata.

Bisogna avere un reale interesse rispetto alla crescita dei praticanti. Insegnare non è mettersi in mostra su un palcoscenico ed esibirsi è trovare il modo di incanalare l’interesse delle persone secondo un percorso corretto che potrà svilupparsi e progredire nel tempo.

Tutto ovvio e banale.

Sulla formazione insegnanti siamo però molto indietro rispetto ad altre nazioni o altri settori ed è sicuramente una cosa sulla quale sarebbe importante investire. Abbiamo veramente lasciato troppo spazio ai singoli con risultati a volte eccellenti a volte no.

 

 

La respirazione

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mokuso

di Danielle Borra – 7° Dan Iaido Renshi
11 novembre 2016

 

La respirazione secondo il Maestro Sakono, Hanshi 8° dan (Modena 5 novembre 2016)

Come è noto a chi lavora con me e Claudio l’argomento respirazione non è fra le cose su cui ci soffermiamo più di tanto nel nostro insegnamento.  Entrambi riteniamo che sia un problema che ci si deve porre molto avanti nel progredire della nostra pratica.

E’ però un argomento che interessa molto lo iaidoka medio italiano e spesso succede durante gli stage che venga posta la domanda: “ma come si deve respirare nello iaido?”

Il Maestro Sakono quest’anno ci ha fornito una risposta interessante che vale la pena di condividere.

La premessa del Maestro è stata che la respirazione è un discorso che riguarda i gradi alti.

Secondo il Maestro durante il kata bisogna evidentemente respirare,  ma bisogna farlo in modo che l’avversario non si renda conto di quanto avviene, non si deve vedere, in altre parole, come gestiamo il respiro. Se immaginiamo di avere veramente davanti a noi un avversario non possiamo assolutamente pensare di fargli vedere quando recuperiamo il respiro perché quello è un momento in cui possiamo essere sconfitti.

Ne consegue che non si può inspirare quando siamo fermi fra un movimento ed un altro poiché la respirazione in quel momento potrebbe far muovere il corpo o la spada e si renderebbe visibile quanto stiamo facendo creando i presupposti per una sconfitta.

 

“il momento di recupero del respiro (l’inspirazione) deve essere rubato all’avversario”

 

L’aria deve essere recuperata nel movimento, in mezzo al furikaburi per esempio per poi riuscire a tagliare con efficacia e, nella maniera più assoluta, non fra il nukitsuke e l’inizio del furikaburi, non nel momento di arresto fra un movimento e l’altro.

Ovviamente il respiro deve andare verso il tanden.

Ecco quanto ha detto il Maestro.