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L’uso asincrono della mano sinistra

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Katana

Quest’anno ho avuto la fortuna di praticare con Ishido Kotaro sensei. E’ la seconda volta che ho l’opportunità di lavorare con il Fuku-kanchō, ma quest’anno è successo ben tre volte ravvicinate (Giappone, Lucca, Budapest) e questo è stato decisamente interessante.

Ovviamente nel suo insegnamento si riconosce un tratto comune, un quadro famigliare e un impianto ben definito ma ci sono sfumature che mi hanno colpito. Tutti noi diciamo le cose in maniera diversa, enfatizzando alcuni concetti rispetto ad altri, usando parole diverse. Questo vale ovviamente anche per Ishido Kotaro Sensei. Queste differenze a volte sono illuminanti.

Ogni gesto, anche il più piccolo, porta in sé un significato tecnico e spirituale profondo.

Fra le tante cose che mi hanno colpito vorrei citare il modo in cui si deve usare la mano sinistra. E’ un concetto su cui Kotaro Ishido Sensei ha insistito molto e che ha citato in più di un’occasione negli incontri di pratica che abbiamo avuto. Inoltre, è uno dei punti su cui il Maestro Ishido mi aveva detto di lavorare due anni fa.

Il termine sayabiki (鞘引き), come tutti sappiamo, si riferisce all’azione attiva della mano sinistra di tirare il fodero all’indietro e verso il fianco sinistro contestualmente all’estrazione della lama. Tirare il fodero indietro con la mano sinistra genera una forza di reazione che accelera l’estrazione della lama con la mano destra. Questo principio è noto in giapponese come tasuki no chikara ( forza incrociata), ovvero la potenza generata dalla tensione tra due forze opposte e coordinate. Questa azione non è passiva: non si tratta semplicemente di «tenere» il fodero fermo mentre la destra estrae, ma di esercitare una trazione deliberata e coordinata in direzione opposta al movimento della lama. Chiunque vi spiegherebbe il movimento in questo modo e lo abbiamo sentito, oppure spiegato, così molte volte.

Il punto chiave per me è nella parola contestualmente.

Ishido Kotaro Sensei ha più volte mostrato e spiegato che il movimento in realtà inizia con la mano sinistra che lavora prima della mano destra. Quindi non contestualmente ma con quella che in ambito neuroscientifico e biomeccanico si chiama “coordinazione eterofasica o asincrona”. Non è un concetto semplice il cervello umano tende naturalmente a sincronizzare i movimenti delle due mani alla stessa velocità, o perlomeno il mio lo fa e per disaccoppiare il movimento devo utilizzare una certa attenzione.

Prima che si generino degli equivoci il Maestro lo spiega come un leggero disallineamento. Per capirci se un osservatore guarda il movimento non coglie la differenza a meno che sia realmente concentrato solo su questo punto. Il movimento costruito con questo leggero disallineamento crea una maggiore forza e dinamicità.  Quindi il movimento è armonico, il gesto appare «naturale», privo di sforzo apparente pur nella sua potenza.

Non è un concetto del tutto nuovo; il Maestro Ishido lo aveva spiegato in particolare in relazione al 5° kata ZNKR e ai tagli ad una mano. Lo stesso concetto era stato spiegato anche in relazione ad alcuni movimenti del corpo. Questa volta però credo di aver capito meglio l’utilizzo del movimento disallineato grazie ai molti esempi che Ishido Kotaro Sensei ci ha fatto vedere e grazie alle parole che ha usato per spiegarci il concetto. Ovviamente poi ci va pratica per allenare il cervello ai movimenti asincroni che sono tutt’altro che “naturali”.

Per altro fra le tante cose belle che ci sono nel frequentare un Dojo e un Maestro giapponese c’è questa: si continua ad imparare, si scoprono sempre nuovi approfondimenti e nuove possibilità di miglioramento e si ritorna alla pratica con lo spirito giusto: Shoshin o mente del principiante.

  Non posso che ringraziare Ishido Kotaro Sensei per tutti gli insegnamenti, la pazienza e la gentilezza con cui ci ha aiutati quest’anno.

Sayabiki e sayabanare ci insegnano che nello iaido — come nella vita — la potenza nasce non dall’accumulare forza, ma dalla perfetta coordinazione tra dare e ricevere, avanzare e cedere, agire e lasciare accadere.

Buone Vacanze dalla S.G.T.

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L’angolo Zen

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Takuan Sōhō, La saggezza immutabile, il Cerchio ed.

Eihei Dōgen

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Nell’ultimo seminario per alti gradi a Modena ho partecipato alla sessione dei quinti Dan sotto la guida di Shiiya Sensei (Kyoshi 8. Dan). Alla fine dell’ultimo allenamento, la domenica mattina, il maestro ha preso un momento per raccontarci una storia che – ci ha confidato – motiva continuamente il suo proprio percorso nello iaido, e che contiene insegnamenti utili per ogni praticante.
Contrariamente alle aspettative non si tratta di un racconto marziale né della massima di qualche grande spadaccino del passato. Riferisce invece di una storia di vocazione spirituale accaduta al celebre monaco Eihei Dōgen (1200-1253), fondatore della scuola Sōtō del Buddismo Zen. Spinto da una ricerca spirituale assoluta, Dōgen decise di intraprendere un viaggio in Cina, un’impresa all’epoca rischiosa, per comprendere il vero Dharma e la natura di Buddha. Nello specifico, l’episodio raccontato da Shiiya Sensei si trova nel primo capitolo dello Eiheishingi sotto il titolo di Tenzo Kyōkun. Di quest’opera esiste una traduzione italiana sotto il titolo di Istruzioni a un cuoco zen (Ubaldini: Roma 1986), ma in questa sede riporto una traduzione personale da quella inglese di Thomas Wright:
«Quando mi trovavo sul monte Tiantong, un monaco di nome Lu, proveniente dalla prefettura di Qingyuan, svolgeva il servizio di tenzo (responsabile della cucina del monastero). Un giorno, dopo il pasto di mezzogiorno, stavo camminando verso un altro edificio del complesso quando notai Lu che stava facendo essiccare dei funghi al sole davanti al butsuden (la sala del Buddha). Portava un bastone di bambù, ma non aveva alcun cappello sul capo. I raggi del sole picchiavano con tale intensità che le mattonelle del passaggio bruciavano i piedi. Lu lavorava duramente ed era coperto di sudore. Non potei fare a meno di pensare che quel lavoro fosse troppo gravoso per lui. La sua schiena era curva come un arco teso e le sue lunghe sopracciglia
erano bianche come quelle di una gru.
Mi avvicinai e gli chiesi quanti anni avesse. Mi rispose che aveva sessantotto anni. Poi gli domandai perché non si servisse mai di assistenti. Egli rispose: “Gli altri non sono me.” “Hai ragione”, dissi; “vedo bene che il tuo lavoro è una manifestazione del buddhadharma (l’insegnamento del Buddha), ma perché ti affatichi così tanto sotto questo sole cocente?”
Egli rispose: “Se non lo faccio ora, quando mai potrei farlo?” Non ebbi altro da dire. Mentre proseguivo lungo quel passaggio, iniziai a percepire interiormente il vero significato del ruolo di tenzo.»
Credo che ognuno di noi possa riflettere singolarmente su questa storia, ma Shiiya sensei ha insistito nel sottolineare come le frasi “gli altri non sono me” e “se non ora, quando?” siano intimamente legate alla pratica del budo, e dovrebbero guidare la nostra responsabilità nell’esercizio della via.