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Issoku cho han

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Articolo di Paolo Grassi

Sono da poco rientrato dal Giappone dove ho avuto la fortuna di tornare a praticare, dopo quasi 10 anni dall’ultima volta, a Kawasaki nel Dojo del Maestro Ishido.

Dopo un primo giorno di osservazione, poco dopo l’inizio del nuovo giorno di pratica, il Maestro ci ferma e ci dice che abbiamo una apertura delle gambe troppo chiusa, la distanza minima tra il tallone del piede avanti e l’alluce di quello dietro deve essere Issoku cho han.
La spiegazione dettagliata dell’origine di Issoku cho han richiede una competenza nella lingua Giapponese che non ho, di fatto la distanza tra il tallone del piede avanti e l’alluce del piede dietro deve essere di un piede e mezzo almeno.

Non sembra molto ma se facciamo attenzione spesso la nostra postura risulta molto più chiusa, traslando inevitabilmente il nostro baricentro verso l’alto.

Issoku cho han “almeno”, almeno è virgolettato perché, il Maestro ci ha fatto notare che per le persone alte, come me (io sono 1.90), la postura corretta sarebbe anche un poco di più, di issoku cho han.

Il Maestro ci ha fatto toccare con mano la differenza, tra le posture.
Utilizzando un suburi bokken (molti ne avranno familiarità conoscendolo come il “remo”), ci è stato richiesto di eseguire un kirioroshi colpendo un rotolo di cartone ondulato e abbiamo notato che eseguendo il kirioroshi con la postura chiusa il bokken entrava nel rotolo poco più di un dito, mentre utilizzando la stessa energia ma una postura più ampia il bokken entrava nel rotolo un tre dita circa…

Personalmente posso dire che quando riesco a praticare con la postura che il Maestro mi ha indicato in generale il mio taglio risulta più efficace e potente richiedendo minore energia.
Inutile dire che nei successivi giorni di pratica il focus è stato issoku cho han… “almeno”.

Paolo Grassi

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Il giusto atteggiamento… verso se stessi

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Il giusto atteggiamento

Vorrei provare ad esplorare, partendo sempre da un punto di vista personale, magari con qualche accenno di letteratura psicologica, alcuni aspetti importanti per approcciarsi nel miglior modo possibile ad un’arte marziale, mantenendo quel difficile equilibrio tra la nostra cultura occidentale e quella a cui tendiamo praticando, quella orientale.

Non è sempre facile capire quando e quanto esser severi con se stessi, quando è utile lasciare andare e riconoscere i propri limiti oppure quando può avere senso esprimere compassione verso se stessi (da non confondere con la pietà – come già citato nell’articolo “La mente Compassionevole”).

Avere flessibilità rispetto a queste componenti cognitive ed emotive credo sia fondamentale per progredire nella pratica e per prepararsi al meglio soprattutto agli esami da 6 e 7 dan, dove l’atteggiamento mentale riveste un’importanza cruciale.

Ormai in questo blog la rilevanza della mente e della parte psicologica è stata trattata a più riprese da diversi compagni e da differenti punti di vista, poiché è ormai innegabile come sia una componente imprescindibile in qualsiasi ambito, seppur ancora non gli venga ancora riconosciuta la giusta rilevanza.

Perché è importante la flessibilità? Poiché ci permette di “muoverci” all’interno delle nostre parti interne e passare da uno stato emotivo all’altro, da una riflessione all’altra, a seconda del momento, del contesto e delle fasi della nostra vita.

Seguire schemi rigidi di pensiero e rimanere bloccati in una o due modalità di percezione/lettura della realtà, credo non sia la giusta modalità per affrontare con serenità un percorso così lungo.

Perché non dimentichiamoci che un’Arte marziale dovrebbe, in teoria, essere per tutta la vita e pensiamo quindi a quanti cambiamenti subiscono nel corso degli anni il nostro corpo, la nostra mentalità, la nostra vita e così via.

E’ quindi necessario adottare un approccio che consideri questi aspetti e non rimanga ancorato ad un’unica visione delle cose, anche nella pratica.

Cosa intendo nello specifico? 

Intendo che possono esserci momenti o periodi in cui siamo più stanchi, più stressati, fisicamente non in forma. Riconoscendo questa parte, e sarebbe già un grande risultato, potremmo forse comprendere come mai in palestra o durante una gara o un esame, non riusciamo a rendere quanto vogliamo o commettiamo errori per noi impensabili. Questo può accadere in quanto, forse, la mente è sovraccarica di altro e diventa difficile avere la lucidità, la tranquillità e la presenza per far “funzionare” il nostro corpo al meglio.

Non credo si debbano intendere queste “circostanze” come delle giustificazioni, perché in un modo o nell’altro noi esseri umani funzioniamo proprio così. Basta guardare agli studi sullo stress o a quanto emerso a seguito della Pandemia recente.

Abbiamo dei limiti innati, il nostro cervello è biologicamente predisposto per funzionare in determinati modi, con diverse scale di priorità specie-specifiche che ci contraddistinguono.

Nelle giustificazioni rientrano probabilmente tutte quelle mancanze o quelle costruzioni che ci auto-creiamo in momenti in cui in realtà potremmo rendere molto di più.

Ma è una prospettiva molto personale e dipende da molti fattori.

Tutto ciò, comunque, può alla fine scontrarsi con quell’atteggiamento di disciplina, sacrificio, rigore, determinazione e perseveranza tipico degli antichi Samurai e insito nella pratica delle Arti Marziali.

E può portare anche a contrasti tra le nostre parti interne o con persone e compagni che ci guidano o accompagnano durante il percorso. Perchè probabilmente per seguire questi valori ci scontreremo, a volte, con ciò che in realtà vorremmo o ci sentiremmo di fare in quel determinato momento/periodo della nostra vita o con chi, con pazienza e dedizione, ci allena e istruisce settimanalmente.

Su questo non credo ci siano risposte giuste o sbagliate, mettiamo il nostro cuore e il nostro impegno in una Via senza fine, con scopi e bisogni diversi per ognuno, e sta a ciascuno di noi valutare personalmente dove pende maggiormente la bilancia e cosa ci fa stare bene.

Per fortuna, non siamo in un epoca in cui dal nostro allenamento con la spada dipende la nostra vita, quindi abbiamo la possibilità di concentrare tutte le nostre energie su ciò che porta serenità e piacere al nostro corpo.

Credo, però, che l’aspetto importante sia la costanza e la perseveranza. Visto che è naturale e normale che ci siano periodi in cui appunto la nostra motivazione può calare, in cui non ci sentiamo efficaci o dove non vediamo risultati tangibili, non dovremmo interrompere gli allenamenti e la pratica, poiché il nostro corpo, in un modo o nell’altro, assimila qualche cosa ma soprattutto mantiene vive e “calde” tutte le nozioni precedentemente acquisite, seppur in maniera più superficiale o meno attenta.

E’ fondamentale, dunque, per quanto possibile, non fermarsi, perché riprendere dopo un lungo periodo di inattività porta inevitabilmente a dei rallentamenti, quantomeno.

Takuan Sōhō – 8

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Takuan Soho

«Presumibilmente, poiché sono un artista nelle arti marziali, non combatto per vincere o perdere, non mi preoccupo della forza o della debolezza, sono imperturbabile. Il nemico non si accorge di me, né io di lui.» 

Takuan Sōhō, Taiaki, in W. S. Wilson (a cura di), Takuan Sōhō. Lo Zen e l’arte della spada, traduzione italiana a cura di P. Gonnella, Mondadori, Milano 2001, p. 99-101. [ed. or: The Unfettered Mind, Kodansha International Ltd., Tokyo 1986.] 

Il Taiaki o “gli Annali della Spada Taia” è uno scritto composto da diverse massime per lo più di argomento psicologico e relazionale, scritte in cinese, seguite dalla loro esegesi, in lingua giapponese, ad opera dello stesso Takuan Sōhō. 

In questo primo passaggio, il maestro di Izushi riflette sulla condizione di chi si occupa di arti marziali in relazione al proprio avversario. Il “presumibilmente” in apertura, lascia intendere come il fatto di essere definiti come “artisti marziali” non lasci al riparo da errori a cui in realtà ogni essere umano è esposto. E tuttavia, c’è un legame tra l’essere un “artista”, cioè una persona che ha investito tempo, energie e volontà lungo il cammino marziale, e il fatto di non porsi come preoccupazione la vittoria o la sconfitta, la forza o la debolezza.  

Addirittura l’autore si spinge a dire che in questa condizione ideale “il nemico non si accorge di me, né io di lui”. Certo, possiamo forse facilmente comprendere il fatto che un buon combattente sia tanto abile da celare le proprie intenzioni al proprio avversario, tanto da non essere percepito e dunque ottenere facilmente la vittoria; ma che dire dell’ultima affermazione? Come posso non accorgermi di un avversario che devo affrontare? 

Qui l’argomentazione si fa più complessa. C’è infatti un fraintendimento nella stessa domanda “come faccio?” che pure siamo portati a porci in relazione alla situazione descritta. Takuan Sōhō non sta parlando semplicemente di tecnica, ma di relazione e di postura psichica nel combattimento. L’imperturbabilità infatti non riguarda solamente il fine ultimo dello scontro (la vittoria o la sconfitta), né tanto meno le sue premesse (la valutazione della forza o della debolezza); essa ha invece a che fare con il modo in cui si è giunti alla condizione di artista marziale. Perché se da un lato è naturale che i due contendenti percepiscano la reciproca presenza da un punto di vista spaziale, ciò che consente la liberazione dalla sfera percettiva dell’uno è anche ciò che gli consente di non essere notato dall’avversario. 

Questa dinamica credo sia particolarmente chiara a chiunque abbia praticato un jigeiko di kendo in vita sua: nel momento in cui la mia intenzione in relazione all’obbiettivo (vincere, fare ippon) si formula come pensiero nella mia mente, inevitabilmente essa viene letta dall’avversario che “si accorge” di me, e può servirsi della mia intenzione contro di me. Allo stesso modo, fintanto che il mio pensiero si preoccupa del movimento dell’avversario in termini di reazione ad una mossa che si vorrebbe prevedibile, io sono inevitabilmente in balia del suo pensiero. 

Ora, se da un lato questa è una dinamica comune a tutti coloro che non abbiano ancora raggiunto un alto livello di pratica (e sia in senso attivo che passivo), ciò che definisce l’artista marziale dovrebbe consistere esattamente in quello stato di imperturbabilità che si potrebbe rendere come uno “stato di mobile quiete”, o, in altre parole, “essere sempre al posto giusto e al momento giusto”.  

La mancanza di un avversario fisico nello iaido complica le cose da questo punto di vista. Fino ad un alto livello di pratica, difficilmente ci si rende pienamente conto della relazione tra pensiero, movimento e avversario, eppure gli errori comuni consistenti in tensioni che generano pause, la trascuratezza di metsuke o jo-ha-kyū sono tutti sintomi di questo stesso problema. Occorre molto tempo, e di qualità, per acquisire questa capacità, che in ultima analisi non soltanto costituisce la necessaria qualità dell’artista marziale, ma, secondo il maestro di Izushi, coincide con la stessa natura del Buddha.

Intervista a Martin Lindgren Sensei

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martin lindgren iaido
English version here

Continuiamo con le interviste ai sensei 7° dan europei, questo mese abbiamo pensato di intervistare Martin Lindgren Sensei.

Buona lettura.

Quando e dove sei nato?

Sono nato nel 1971 a Hallunda, un sobborgo di Stoccolma, Svezia, ma mi sono trasferito con la mia famiglia a Skellefteå, circa 800 km a nord di Stoccolma, quando avevo 12 anni.

Martin Lindgren Sensei

Quando e come hai iniziato, qual è il tuo grado?

La mia storia risale ai miei anni dell’adolescenza quando giocavo a pallavolo a un livello decente. A 19 anni ne avevo abbastanza della pressione della competizione, avevo la periostite in entrambe le gambe e mi resi conto di essere troppo basso per andare oltre nella pallavolo, quindi dovevo trovare qualcos’altro da fare. Ho provato il Taekwondo per qualche mese ma, anche se mi piaceva l’allenamento fisico, c’era ancora molta enfasi sulla competizione e non ero entusiasta dell’idea di colpire i miei amici in testa. Quando poi mi trasferii a Göteborg per gli studi universitari, iniziai l’Aikido attraverso l’organizzazione studentesca e uno dei fattori determinanti fu che non ci sono competizioni. Il club di Aikido era molto accogliente e inclusivo e lì feci buone amicizie. Già nel mio primo semestre provammo lo Iaido, poiché il leader del dojo di Aikido aveva praticato un po’ di Iaido e conosceva il gruppo locale di Iaido Shinken Kai, guidato da Jhonnie Martina, uno studente di Komaki Sensei a Stoccolma. Onestamente, l’allenamento di Iaido non mi impressionò molto all’inizio. Ma alcuni ragazzi del club di Aikido iniziarono a frequentare il club di Iaido e io li seguii, principalmente perché volevo qualcosa da fare la sera. Dopo qualche mese ero l’unico rimasto a praticare sia Aikido che Iaido. Facevo entrambi mentre vivevo a Göteborg, ma consideravo l’Aikido come il mio focus principale.

Come ho accennato prima, ho iniziato il Budo principalmente per evitare la competizione. Quindi avevo sentimenti contrastanti quando Jhonnie mi disse che mi aveva iscritto ai campionati svedesi, ma partecipai comunque. Era il 1995. Non potevo permettermi uno iaito adeguato, ma presi in prestito una replica di katana spagnola ornamentale dal mio insegnante di Aikido. Aveva una tsuka di plastica e ho dovuto rifare l’impugnatura diverse volte perché era tenuta insieme con un elastico. Oggi, non permetterei a nessuno di usare quel tipo di spada per l’allenamento! In quei giorni non c’erano incontri a gironi nelle competizioni, quindi fui eliminato dopo aver perso il mio primo incontro nella classe Mudan, ma ero contento di aver ricordato tutti i reiho. Nella competizione a squadre, mi sentivo più a mio agio e presi una bandiera da un ragazzo con un grado molto più alto del mio, quindi fu complessivamente un’esperienza positiva.

Jhonnie poi mi iscrisse alla squadra nazionale, insieme a Raili Salminen che si era unita a Shinken Kai circa nello stesso periodo. Ho speso molti soldi per un iaito da 2,6 shaku, che era quello che potevo ottenere. Per un lungo periodo, Raili ed io guidavamo i 500 km da Göteborg a Stoccolma quasi ogni mese per allenarci con Komaki sensei nei fine settimana. Non avevamo molti soldi e di solito guidavamo in una vecchia Mercedes presa in prestito che raggiungeva al massimo gli 80 km/h. Dormivamo sui divani o sui pavimenti degli amici, e tornavamo a casa con i palmi pieni di vesciche. L’allenamento era un po’ duro ma mi ha dato una buona base tecnica che credo mi sia stata molto utile. Komaki Sensei praticava Muso Shinden ryu ma noi ci allenavamo principalmente sulla Zen Ken Ren iai gata.

Raili ed io partecipammo con Jhonnie ai campionati europei di Iaido a Parigi nel 1996. Prima di partire, un altro amico del dojo, Rolf Dahlström, mi disse: ‘Se non vinci la medaglia d’oro, mi mangio la mia spada!’ Era molto più convinto del mio successo di quanto lo fossi io, ma fortunatamente non dovette provare a digerire il suo iaito. In quei primi anni degli EIC, era consentito competere in una classe superiore al proprio grado effettivo. Il nostro allenatore era abbastanza sicuro che Raili avrebbe fatto bene in Mudan quindi mi mise nella classe Shodan, anche se non avevo ancora fatto l’esame di ikkyu. Ma quell’EIC fu molto riuscito per noi e sia io che Raili vincemmo le medaglie d’oro nelle classi Mudan e Shodan, rispettivamente, e Jhonnie una medaglia d’argento in Yondan, e ci divertimmo molto insieme. Questo fu l’inizio della mia carriera nello Iaido. Mi resi conto di avere un certo talento per questo, avevo fatto buone amicizie ed era un grande rinforzo positivo per me.

Ora sono 7° dan renshi in Iaido. Ho anche un grado Shodan in Jodo e Ikkyu in Ki no Kenkyukai Aikido.

Qual era lo scenario dei dojo di Iaido quando hai iniziato?

Nello Shinken Kai di Göteborg praticavamo principalmente i 10 kata ZNKR iai, poiché in quel momento non erano ancora stati aggiunti il numero 11 e 12. Il nostro gruppo era composto da circa dieci persone e ci allenavamo due volte alla settimana. Affittavamo una piccola palestra in una scuola e stavamo in piedi alla porta aspettando che l’orologio segnasse le sette per poi irrompere e sfruttare ogni minuto del nostro tempo. Dopo alcuni esercizi di base, Jhonnie si metteva davanti e gli altri in fila e facevamo i kata dall’1 al 10 su comando. Ad ogni turno ricevevi uno o due commenti ma per lo più ci allenavamo insieme in silenzio. Dopo un po’ diventava quasi uno stato meditativo.

Poiché l’allenamento era piuttosto rigido, rimasi quasi scioccato la prima volta che andammo insieme a un seminario a Stoccolma e le sei ore in macchina furono un continuo di battute, scherzi e scherzi pesanti. Ero il più giovane del gruppo ed era bello conoscere queste persone meravigliosamente strane, Jhonnie, Raili, Rolf e non ultimo Lennart Johansson che era abbastanza anziano da poter essere mio nonno ma incredibilmente divertente e interessante con cui parlare. Lennart continuò a praticare Iaido in modo impressionante fino agli ottanta anni, anche quando aveva perso gran parte della vista. Purtroppo è scomparso nel 2015 all’età di 92 anni.

Questo potrebbe rivelare la mia età, ma è sorprendente quanto Internet abbia fatto la differenza. Prima di Internet, tutto era più difficile da ottenere. Abiti da Budo, spade, informazioni. Non c’erano negozi online, né YouTube, né Wikipedia o siti web con informazioni facili da trovare. Solo pochi libri in inglese ma questi erano per lo più molto limitati. La maggior parte delle informazioni veniva trasmessa di persona. Facevamo copie di copie di videocassette dai seminari e le guardavamo più e più volte. Gli inviti ai seminari venivano inviati per posta cartacea. Per acquistare una buona spada dovevi convincere qualcuno che andava in Giappone a comprarne una per te, finché non abbiamo ottenuto una brochure da Tozando e la persona lì che parlava inglese. Internet ha avuto un enorme effetto sulla disponibilità di informazioni e oggetti, con i suoi pro e contro, ovviamente.

Martin Lindgren Sensei

Cosa rappresenta lo Iaido per te, il suo significato, cosa ti offre?

È difficile metterlo in parole. Perché trovi alcune cose piacevoli o no? Come ho detto prima, non ero molto impressionato dallo Iaido all’inizio ma ho continuato principalmente per avere qualcosa da fare. Ma quando ho dovuto fare una pausa dall’allenamento a causa di molti studi, mi sono reso conto che mi mancava davvero e mi sono trovato a praticare a casa. Trovavo i movimenti rilassanti, eccitanti e intriganti, tutto insieme.

Credo che la concentrazione che lo Iaido richiede mi aiuti a staccare dallo stress e dalle preoccupazioni, tutto il caos della vita quotidiana. Mi offre recupero.

Con gli anni trascorsi, tutte le persone divertenti e gentili che ho incontrato e conosciuto attraverso lo Iaido sono una ragione sempre più grande per cui non vedo l’ora di partecipare a seminari e competizioni. Lo Iaido mi ha dato amici da tutto il mondo, il che è molto più prezioso di qualsiasi medaglia o diploma. Non posso menzionare tutti i miei amici del Budo che apprezzo, la lista sarebbe troppo lunga, ma vorrei menzionare Matti Pajaujis che è diventato un amico stretto sia nello Iaido che a livello personale.

Chi è il tuo sensei, quale ryu pratichi?

Sono uno studente di Takao Momiyama sensei, che è uno studente diretto (Jikimon) di Ishido Sensei. Pratico Muso Shinden ryu e Zen Ken Ren iai

Quando i miei studi a Göteborg sono terminati nel 1999, ho ottenuto un lavoro in Norvegia. Jhonnie era raramente nel dojo dopo il 1996 a causa di motivi personali e Komaki sensei aveva più o meno smesso di insegnare koryu, ma aveva invitato Kimura Sensei in Svezia per insegnare Hoki ryu. Ho studiato Hoki ryu per circa un anno ma ho deciso che volevo continuare con Muso Shinden ryu. Avevo anche iniziato a sentire che avevo bisogno di un cambiamento per sviluppare il mio Iaido nel modo che desideravo. Dopo il 2000 ho fatto una pausa dalla squadra nazionale per un paio di anni in cui mi allenavo principalmente da solo per riflettere. Intorno al 2002 sono andato a Göteborg per parlare con Jhonnie e ho ottenuto il suo permesso per diventare uno studente di Momiyama Sensei, che mi ha accettato come suo studente e si è preso cura di me da allora.

Martin Lindgren Sensei

Puoi raccontarci un po’ della tua relazione con il tuo sensei? Come è iniziata? Come si è evoluta?

Nella mia primissima competizione di Iaido a Göteborg nel 1995, è successo qualcosa di strano. Quando avevo finito e stavo per lasciare l’edificio, un giapponese mi fermò e mi chiese dove mi allenavo. Quando gli dissi che mi allenavo con Jhonnie Martina, lui disse ‘Bene! Copialo. Copialo solo. Un giorno, dirò qualcos’altro, ma fino ad allora solo copialo!’ Non avevo mai visto questa persona prima, ma ovviamente era Momiyama Sensei. Qualche anno dopo, quando scoprì che mi ero trasferito in Norvegia, disse ‘Che peccato. Avevo pianificato che raggiungessi il sesto dan, forse anche il settimo.’ E in quel momento non ero nemmeno il suo studente! Ma è così che è lui. Fa sempre piani e strategie a lungo termine. Quindi in qualche modo sembrava naturale diventare eventualmente suo studente.

Abbiamo sempre vissuto lontani l’uno dall’altro, comunque. Momiyama Sensei vive nella parte più meridionale della Svezia mentre io vivo a più di 1.000 km a nord. Sarei stato più vicino a lui se avessi vissuto a Londra o Zurigo. Quindi abbiamo sempre avuto una sorta di relazione a distanza. Ci vediamo principalmente nei seminari e nei taikai. Riceverò alcuni punti su cui lavorare e lavorerò su di essi nel mio dojo di casa. A volte gli invio video per avere un feedback.

Prima del mio esame di 6° dan sono stato a casa di Momiyama sensei per una settimana e mi sono allenato dalla mattina alla sera mentre lui mi insegnava e mi nutriva. Dopo il secondo giorno stavo seriamente contemplando di rinunciare allo Iaido e di fare qualcos’altro. Sentivo come se fossi stato smontato a pezzi e che il mio Iaido non fosse altro che spazzatura. Alla fine della settimana, quando avevo fatto un embu per il Sensei, lui disse ‘Sarebbe strano se non passassi l’esame da rokudan’ e sentii di nuovo un po’ di speranza. Tornai a casa e trascorsi alcune settimane mettendo insieme i pezzi su cui avevamo lavorato insieme e poi riuscii all’esame. Può essere molto impegnativo allenarsi per Momiyama Sensei quando ha quel tipo di attenzione su di te, ma è anche molto gratificante.

Oggi sento che abbiamo una relazione più rilassata ma ha ancora molto da insegnarmi. Possiamo allenarci duramente nel dojo ma anche ridere molto insieme. Ma non mi permetterà mai di rilassarmi troppo e continua a spingermi avanti, in modo positivo. Non posso sottolineare abbastanza quanto sia stato importante per il mio sviluppo nel Budo.

Martin Lindgren Sensei

Quando è stata la tua prima volta in Giappone? Ti alleni ancora in Giappone?

A causa di una combinazione di famiglia, lavoro ed economia è stato difficile per me andare in Giappone quanto avrei voluto. Ero lì nel 2012 insieme a Matti Pajaujis per allenarmi con Ishido Sensei a Kawasaki e per vedere il Kyoto Taikai e gli esami per l’8° dan. È stata un’ottima esperienza trascorrere del tempo nel dojo di Ishido e ho imparato molto. Ishido Sensei è molto bravo nell’insegnare e comprende gli occidentali che non conoscono molto il giapponese e tutte le vie tradizionali.

Nel dojo di Ishido, sono rimasto colpito dall’apertura e dall’atmosfera calorosa e inclusiva. Tutti erano benvenuti, indipendentemente dall’età o dal livello.

Avevo un viaggio prenotato per il Giappone e il dojo di Ishido Sensei di nuovo quando è scoppiata la pandemia. Spero di poterci andare di nuovo presto.

Martin Lindgren Sensei

Come pensi che il kendo, lo iaido e il jodo e la loro relazione abbiano influenzato il tuo sviluppo complessivo nel budo?

Mentre apprezzo il Kendo e penso sia divertente, devo ammettere che non ho mai praticato il Kendo regolarmente. Oltre lo Iaido di solito faccio anche altre attività fisiche, come correre, sollevamento pesi, arrampicata, ecc., ma non ho mai avuto il tempo di inserire il Kendo.

Mi alleno di tanto in tanto anche nel Jodo, a intermittenza, a causa della mancanza di tempo o della mancanza di un insegnante presente. Trovo il Jodo più difficile e meno soddisfacente da praticare da solo, rispetto allo Iaido. Anche se avrei voluto poter fare Jodo tanto quanto lo Iaido negli anni, ciò non è stato possibile a causa della vita.

Ciò che ottieni nel Kendo e nel Jodo, ma non nello Iaido, è la sensazione naturale di distanza, tempismo e avere fisicamente un avversario di fronte a te. Se non pratichi Jodo o Kendo, è una buona idea praticare davvero quelle parti specificamente in altri modi per sviluppare quel senso di distanza e tempismo.

Martin Lindgren Sensei

Qual è la differenza tra l’insegnamento giapponese e l’insegnamento occidentale?

Credo che differisca più da dojo a dojo che da giapponese a occidentale, almeno dalla mia limitata esperienza di allenamento in Giappone.

Quando hai iniziato a pensare all’insegnamento e quando hai effettivamente iniziato a insegnare?

Già quando sono tornato dal mio primo EIC nel 1996, alcuni ragazzi del mio club di Aikido mi chiesero di insegnare loro un po’ di Iaido, quindi aggiungemmo del tempo al nostro programma di allenamento per questo. Ero uno Shodan molto fresco. Dopo un po’ la maggior parte delle persone di Aikido si ritirò quindi offrii un allenamento per principianti per l’organizzazione studentesca, che era un buon modo per reclutare nuove persone. Dopo un po’ il mio gruppo di studenti era più grande di quello di Shinken Kai. Quando mi trasferii in Norvegia nel 1999 chiesi a Raili di prendersi cura del mio gruppo di studenti, cosa che fece e questo gruppo alla fine divenne il club Shobukan di Göteborg che è ancora molto attivo.

Quindi, insegno Iaido da molto tempo e trovo molto gratificante aiutare gli altri a svilupparsi, che si tratti di principianti o di iaidoka più esperti che si preparano per un esame o una competizione.

Martin Lindgren Sensei

Lo Iaido è cambiato nel corso degli anni e come?

Credo che lo Iaido, come tutto il Budo, sia in continua evoluzione. Basta guardare alcuni dei vecchi filmati degli anni ’60. Anche lo Iaido di sensei molto famosi e di alto grado sembra quasi trasandato rispetto a quello di oggi. Lo standard di precisione e concentrazione è maggiore ma forse a rischio di perdere il suo collegamento con l’applicazione. Ma in un certo senso dobbiamo accettare il fatto che lo Iaido oggi è un’arte piuttosto che un modo di combattere, e lo è da molte decadi. E come arte continuerà a svilupparsi, mentre le radici sono ancora lì.

I cambiamenti apportati ai kata Zen Ken Ren Iai nel corso degli anni mi danno l’impressione che si stia sviluppando sempre di più in una propria ‘scuola’ e non solo in un insieme di tecniche prese da diversi ryu.

Martin Lindgren Sensei

Come è la tua tipica lezione di Iaido?

Dipende davvero dal gruppo; quanti siamo e quale livello hanno. Al momento, siamo un piccolo gruppo con persone esperte. Facciamo un po’ di riscaldamento e esercizi di base insieme ma poi ognuno lavora principalmente da solo. A volte ci concentriamo su qualche aspetto speciale o kata insieme.

Di solito faccio i kata ZNKR o la serie Shoden di Muso Shinden ryu lentamente come riscaldamento, concentrandomi sul rilassamento e sulla tecnica corretta, prima di passare a un allenamento di kata più concentrato. Per periodi mi concentro di più sul rilassamento e sulla calibrazione della mia tecnica, altre volte mi concentro di più sulla concentrazione e sull’applicazione dei kata.

Pensi che i non giapponesi possano veramente comprendere la cultura e la “filosofia” dietro lo Iaido?

Non lo so davvero, ma forse? Ovviamente, ci sono aspetti della cultura giapponese che chiunque non sia cresciuto in Giappone avrà difficoltà a comprendere pienamente. Ma lo Iaido è un interesse piuttosto speciale da avere anche in Giappone. Praticando regolarmente questo interesse pieno di cultura e tradizioni giapponesi possiamo sicuramente avere una certa comprensione di essa e usare quella comprensione nel nostro Budo e nella nostra vita quotidiana. Mi sembra che molti giovani giapponesi abbiano difficoltà a comprendere veramente la cultura e la filosofia dietro lo Iaido.

Martin Lindgren Sensei

Cosa pensi del futuro dello Iaido europeo?

Credo sia molto promettente! La qualità dello Iaido in Europa è cresciuta molto dal mio primo EIC. Ci sono diverse connessioni solide con ottimi sensei in Giappone da diversi koryu, e il numero di iaidoka di 6° e 7° dan in Europa che insegnano e mantengono un alto livello sta diventando davvero grande. Tutto il lavoro della prima generazione di iaidoka europei ha davvero portato frutti e le generazioni più giovani possono goderselo ora. L’interesse per lo Iaido sembra continuare a crescere. È incredibile vedere tutte queste nuove persone che si presentano agli EIC mostrando uno Iaido davvero bello. Sembra che continuino semplicemente ad arrivare!

Cosa suggeriresti ai giovani e ai principianti?

Divertitevi e siate pazienti! Concentratevi sulle basi e fatele bene prima di passare alle cose più avanzate. Detto questo, giocare può essere anche piuttosto utile, quando fatto in modo sicuro. Quando ero uno studente avevo un piccolo animale di peluche appeso in un’apertura di una porta nel mio piccolo appartamento. Cercavo di colpire il foglio con le istruzioni per il lavaggio con il mio bokuto quando facevo una pausa nei miei studi o aspettavo che bollissero i miei noodles. Trovate modi per praticare le basi e giocare per conoscere la spada come strumento di pratica. Studiate come usare la tecnica invece della forza.

Ascoltate il vostro insegnante e chiedete quando non siete sicuri di cosa fare. Dovreste provare per il vostro prossimo grado o partecipare a un seminario interessante che avete trovato? Chiedete al vostro insegnante! Avete visto un video su YouTube dove qualcuno dice che dovete fare una tecnica diversamente da come avete imparato? Chiedete al vostro insegnante! Va bene cercare informazioni dai libri e da Internet, ma dovete essere critici sulle fonti e verificare se ciò che vedete o leggete si applica alla vostra linea di pratica.

Martin Lindgren Sensei

Qual è un insegnamento del budo che ti piace particolarmente trasmettere?

Il mio primo insegnante, Jhonnie Martina, mi ha insegnato presto ‘saya no uchi de katsu’, vincere con la spada nel fodero. Che l’obiettivo dello iaido non è uccidere o anche sconfiggere molti nemici, ma che la vittoria è nel non dover estrarre la spada. Un tempo, l’allenamento con la spada poteva essere per vincere guerre o combattimenti, ma ora è per coltivare te stesso.

C’è qualche aneddoto divertente della tua vita di iaido che ti piace ricordare?

Tanti, davvero! Ma non tutti sono adatti a questo forum, temo.

Un episodio divertente e’ avvenuto durante un seminario in Svezia, forse intorno al 2000. Ci allenavamo come arbitri così come come concorrenti e ci alternavamo a competere e arbitrare. Anche se non era una vera competizione, cercavamo di fare tutto correttamente e seriamente. Avevamo parlato in particolare di sederci sulla parte molto anteriore della sedia quando arbitravamo. Quando ero in gara come concorrente e Leif Sunje, ora un Iaido godan, era l’arbitro principale. Si alzò e gridò ‘Hajime’ ma quando si sedette era solo un po’ troppo lontano dalla sedia quindi la sedia scivolò indietro e Leif cadde sul sedere a terra. Tutti si fermarono, cercando di non ridere. L’arbitro seduto di fronte a me assomigliava molto al soldato romano nella scena di ‘Biggus Dickus’ di Monty Python. Dopo un secondo, Lennart, il vecchio di Göteborg, gridò ad alta voce ‘Merd*!’ e tutti scoppiarono a ridere e ci volle un po’ prima che potessimo riconcentrarci e ricominciare l’incontro, con lo stomaco che faceva male dalle risate.

Ci sono un sacco di aneddoti divertenti, ma li risparmierò per quando ci vedremo la prossima volta!

Martin Lindgren Sensei