«Quando inizi a studiare, qualcosa entra nella tua mente; ne sei ostruito, e ogni cosa diventa difficile.
Se riesci a ripulire la tua mente dalle cose che hai imparato, anch’esse diventeranno nulla; e, quando esegui le tecniche delle varie Vie, esse ti riusciranno facilmente, a prescindere da ciò che hai imparato e senza porti in contrapposizione con esso. Quando esegui un’azione sarai in armonia con ciò che hai imparato senza nemmeno esserne consapevole. Dovresti capire che questa è la Via delle arti marziali»
Yagyu Munenori, Heiho kadensho, a cura di W. S. Wilson, trad. it. di M. Amarillis Rossi, Luni, Milano 2004, p. 51
Forse uno degli aspetti per me più affascinanti dello iaidō come disciplina è il suo porsi come generale indagine del processo conoscitivo. Ormai da qualche anno mi occupo di leggere e commentare testi classici legati alle tradizioni schermistiche giapponesi e questo è un tema che emerge frequentemente in diversi autori che ho incontrato. Lo abbiamo già detto: l’uso della spada, l’apprendimento di tecniche realmente pensate per sconfiggere un avversario, non è fine a sé stesso. Il processo di crescita nella Via della spada, lungo e faticoso, che in età moderna si sovrappone ad un cammino iniziatico nella progressione da kyu ai vari dan, finisce per manifestarsi – mi si perdoni l’ossimoro – come riflessione pratica sul processo di apprendimento in quanto tale, cioè sulle possibilità e i limiti della trasmissione della conoscenza tra esseri umani. Trovo che questo sia di per sé meraviglioso.
Nel passaggio di Yagyu Munenori che apre questa riflessione risulta chiaro che il fine dell’apprendimento non consiste nell’accesso all’informazione in sé e nemmeno alla sua rielaborazione critica, bensì nell’interiorizzazione profonda, che, pur presupponendo i due passaggi appena menzionati, deve liberarsene: Si passa dal tentativo di ricordare alla memoria attiva.
Parafrasando il Menone di Platone, pur con tutte le dovute cautele, possiamo ben dire che conoscere è ricordare. Chiaro, il pensiero
giapponese è anni luce distante da quello platonico e di certo il senso qui non è fondare una dottrina della metempsicosi. Tuttavia, c’è del vero – e assai profondo – in questa riflessione pratica: conoscere non è avere accesso ad un’informazione, ma ricordarla nel momento opportuno, spontaneamente e in modo armonico, dopo aver trascorso tempo, fatica, dedizione a quello stesso contenuto conoscitivo.
Penso ai pomeriggi al tempo della scuola, usati per imparare a memoria delle poesie di secoli passati, che da ragazzino mi parevano noiose e tutto sommato inutili – avrei preferito uscire e giocare con i miei amici – ma che poi mi si sono effettivamente manifestate, anni dopo, senza che mi servisse alcuno sforzo. Spendi ore a ripetere approssimazioni dei versi dell’Infinito di Leopardi per preparare un’interrogazione di Italiano, per poi scoprirti, dieci anni dopo quelle fatiche, di fronte ad un tramonto straordinario nei boschi, a sussurrare spontaneamente “sempre caro mi fu quest’ermo colle”. C’è dell’ironia in questo. Eppure lo iaidō è veramente così, e per questo è bello, perché bello è imparare veramente.
In un tempo come il nostro, che tramite la tecnologia, dal semplice motore di ricerca alle più sofisticate intelligenze artificiali, confonde l’accesso all’informazione con la conoscenza, lo iaidō, come riflessione pratica sul processo conoscitivo, diventa davvero un atto rivoluzionario, completamente controtendenza, e quindi libero. Quell’umile, rigoroso cammino per sconfiggere il kasoteki si rivela prezioso strumento per riflettere con chiarezza sulle possibilità e i limiti della trasmissione della conoscenza, sulla pragmatica della comunicazione umana, che da ultimo rendono possibile l’abitare dell’umano nel mondo, la vita e la sopravvivenza alla violenza silenziosa della
tecnica.
C’è davvero molto da imparare!







