Yagyu Munenori, Heiho kadensho, a cura di W. S. Wilson, trad. it. di M. Amarillis Rossi, Luni, Milano 2004, p. 59

Chi mi conosce bene sa che uno dei miei principali difetti, su cui sto lavorando da anni, è la fretta nell’esecuzione delle forme, dunque questa riflessione di Yagyu Munenori ha immediatamente attratto la mia attenzione. Mi è subito venuto in mente un seminario forse di due o tre anni fa, in cui ricordo che Claudio [Zanoni Sensei], dopo aver guardato l’esecuzione di un mio kata, mi disse: «il kata di per sé va bene, ma è tutto fuori, quindi non va bene». Non capii sul momento cosa intendesse con quell’espressione criptica, e dopo aver chiesto spiegazioni in merito, aggiunse: «la forza deve venire da dentro». Con il senno di poi, mi rendo conto di non aver capito nemmeno dopo quest’ultima
spiegazione, perché in fondo capivo che c’era qualcosa, anche piuttosto visibile, che effettivamente distingueva quello che io facevo da quello che facevano lui e altri maestri, ma riducevo questa differenza semplicemente ad un problema di applicazione di velocità nell’esecuzione. Penso che la formula “lento-veloce”, che si sente spesso e che è del tutto corretta sul piano formale, a volte possa
essere fraintesa. Quel mio essere “tutto fuori” aveva anche a che fare con il lento e veloce superficiale, che appunto viene da fuori, ma non nasce dal consapevole rapporto di interno ed esterno. Non è semplice spiegare questa dinamica. Per descrivere la complessa armonia psico-fisica necessaria al combattimento il maestro Yagyu fa ricorso ai concetti cinesi classici di yin e yang. Questi due concetti trovano applicazione in moltissimi aspetti della realtà, che se da un lato viene distinta secondo categorie dualistiche, in base a coppie oppositive, dall’altro lato presenta sempre una continuità di fondo ineliminabile fra le due. Il combattimento non può essere tutto lento o tutto veloce:
il furikaburi è yin, il taglio yang. Forse la difficoltà che proviamo nella comprensione di questi concetti risiede nel fatto che ci vuole tempo e pratica di qualità per poter osservare non semplicemente il risultato esterno dell’azione, ma il processo che vi si conduce. Certo non mettere forza nelle spalle, ma nella gamba posteriore e nel tanden è un dato fondamentale sul piano fisico, così come prendersi il tempo necessario per far sì che le nostre azioni siano consistenti sul piano logico, è necessario.
Tuttavia c’è sempre una dinamica che sfugge alla correzione esterna, che va sentita o percepita come flusso spirituale che collega il punto A, in cui decido di fare qualcosa, e quello B, in cui l’azione prende forma plasmando il reale. È risaputo che Yin e yang debbano essere in armonia, ma ecco qualcosa che potrebbe sembrare controintuitivo per un praticante agli inizi: nel combattimento maturo lo yang è interno, e lo yin esterno. Per esperienza, nella vasta maggioranza dei casi, si vede il contrario. Forse la vera maturazione nella pratica consiste nel comprendere in senso profondo questa dinamica, poterla sentire fluire nel proprio corpo in divenire, senza lasciarsene sconvolgere.

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