Breve introduzione di Carlo sappino
Eventi come quello di Eindhoven lasciano il segno, soprattutto tra i giovani praticanti, non fosse altro che per quel salto che dall’ambiente familiare del dojo ti porta in un ampio contesto internazionale e a contatto diretto con quei maestri che da una dimensione virtuale fatta di brevi filmati trovati in rete, si concretizzano nel loro essere soggetti reali. Che dire? La storia si ripete, poiché anche io incontrai Ishido Sensei per la prima volta a Eindhoven, diversi anni or sono, e ricordo bene che fu allora che compresi che avrei continuato a camminare a lungo su quella Via.
Ecco due riflessioni sul tema di due giovani iaidoka del Circolo Scherma Savona Kendo: Ilaria Francese 1° kyu e Irene Galleano 3° dan.

NON SAPEVO COSA ASPETTARMI
di Ilaria Francese
Quando sono partita per questo seminario non sapevo bene cosa aspettarmi. L’unico stage di una simile portata a cui potevo mentalmente rifarmi era Magglingen 2023, ma la prospettiva di incontrare per la prima volta i maestri giapponesi aveva acceso in me una curiosità “altra” e un’emozione difficile da nascondere.
Da primo kyū, in fondo, trovarsi ad un passo da coloro di cui hai sentito raccontare con somma ammirazione dai tuoi senpai e dal tuo sensei, che per te costituiscono dei modelli già pressoché inarrivabili, è qualcosa di arduo da immaginarsi. Ciò che ho trovato, ad ogni modo, è andato al di là di ogni mia aspetativa.
Il contesto internazionale, fatto di praticanti arrivati da ogni parte d’Europa, ha generato un ambiente già di per sé unico, pieno di persone mosse da una sincera voglia di apprendere e, soprattutto, di condividere. Mai come in quel luogo ed in quei giorni ho avvertito tanto lo iaido quale “unione”. Non si è trattato, infatti, solo di trascorrere fianco a fianco qualche giorno di allenamento, bensì di un vero e proprio incontrarsi, concretizzatosi, al di là di ogni possibile barriera linguistica, nello scambio di correzioni, sorrisi e storie personali. Tanto nei momenti di pausa quanto nella pratica ci si è riscoperti uniti nella ricerca di migliorarsi, e questo ha reso l’atmosfera leggera e allo stesso tempo profonda.

Fare una cernita dei momenti per me più segnanti, date queste premesse, risulta difficile; mi limito dunque a riportare, senza un ordine realmente gerarchico, le istantanee che più vividamente emergono nel tentare di mettere quest’esperienza nero su bianco.
Tra le immagini più nitide che serbo nel cuore svetta indubbiamente il momento del taikai misto, in cui mi sono trovata in squadra con due fantastici iaidoka a competere contro avversari altrettanto bravi e non meno splendidi a livello umano. Più che la “gara” in sé, ciò che ricorderò è l’energia che si respirava e la soddisfazione personale del trovarsi più calma e presente rispetto a prove simili sostenute in precedenza.

Del taikai, tuttavia, il vero culmine l’ho toccato in veste di spettatrice; il punto più intenso, infatti, è stato il vedere uno tra i miei compagni di dojo, Davide, raggiungere insieme alla propria squadra la finale e, in un crescendo di tifo e tensione, vederlo vincere e fronteggiare a testa alta il “Grande Dragone”, il team dei maestri. L’unico aggettivo che mi viene per descrivere tutto ciò è “bellissimo”.Quando si può assistere allo iaido praticato in piena presenza, con spirito, cuore e tecnica, in fondo, non servono tante parole.

Lo stesso principio vale, in ultimo, per le dimostrazioni dei maestri giapponesi. Vedere Ishido Sensei, Morishima Sensei e gli altri eseguire i kata delle scuole antiche è stato come aprire una finestra sul cuore più autentico dello iaido. Ogni gesto, essenziale e privo di orpelli, trasmetteva quella che potrei definire soltanto come una potenza silenziosa capace di riempire l’intero dojo. In quell’occasione ho avuto la chiara percezione di cosa lo iaido deve e può essere, idea che custodirò come riferimento e ispirazione per il cammino futuro.
UN’ESPERIENZA DIVERSA
di Irene Galleano

Uno dei momenti fondamentali, nella vita di uno iaidoka, è la partecipazione agli stage.
È, infatti, di grandissima importanza per la propria crescita personale fare esperienza di altro rispetto a ciò a cui si è abituati, osservando e vivendo una pratica diversa rispetto a quella a cui si è assuefatti in dojo. Cambiare ambiente consente di sperimentarsi in un nuovo modo, mettendo in luce dubbi e insicurezze perché si è consapevoli che altri occhi, rispetto a quelli a noi familiari, ci osservano e ci studiano, senza conoscere la nostra storia e il nostro iaido. D’altro canto, chi partecipa allo stage rivolge lo stesso sguardo anche ai sensei: senza conoscere la loro storia, i loro punti di forza e le loro debolezze nella pratica, gli iaidoka sono chiamati a fidarsi di uno sguardo a loro estraneo, che spesso parla una lingua straniera, più o meno conosciuta.
Partecipare ad uno stage, tuttavia, non si limita ad una semplice esperienza individuale e solitaria: è un momento fondamentale per coltivare i legami con gli altri praticanti, con i sensei come con i kohai.
Lo stage non inizia solo nel momento in cui si entra in dojo, ma parte dal viaggio che si compie, spesso in compagnia, per arrivare al luogo destinato allo stage. Questa caratteristica del viaggio come momento di coesione l’ho sperimentata fin dall’inizio della mia vita in dojo: non è solo il momento del riposino (credo di detenere il primato per il maggior numero di dormite durante le trasferte), ma è soprattutto il momento in cui si conoscono meglio i propri compagni di pratica, in cui veramente si creano i legami tra persone, prima che tra iaidoka. Ci si conosce non solo attraverso le lunghe chiacchierate, ma anche per il modo in cui il viaggio e la convivenza momentanea in camera d’hotel vengono vissuti, con ritmi e abitudini diversi che spesso si fa fatica a conciliare. Si fa esperienza dell’altro soprattutto durante i momenti dei pasti, situazioni in cui la condivisione è multifocale e multi direzionata ma in cui si è ancora in grado di cogliere la vera ragione di ciò che tiene insieme gli iaidoka: l’amore e il rispetto nei confronti un’arte marziale che spesso male si incastra nelle nostre abitudini occidentali. È il momento delle domande che non concernono solo gli aspetti tecnici dello iaido, ma soprattutto che riguardano la storia di vita di chi ha più esperienza e di chi ha iniziato dopo, in un gioco continuo che consiste nel guidare ed essere guidati. È un momento in cui si è fuori dalle mura del dojo ma in cui le strutture umane di cui esso si compone sono ancora permeanti nel confronto.

L’esperienza di Eindhoven è stata diversa rispetto a qualsiasi stage abbia partecipato finora: è stata la prima volta che ho incontrato Ishido sensei, ed è stata indimenticabile. Ho toccato con mano ciò che ho sempre visto nei video che circolano in rete su cui ho speso parecchie ore, cercando di trovare degli spunti che potessero aiutarmi nonostante l’esperienza digitale non consenta di cogliere nessuna delle sfumature di cui ho fatto esperienza ad Eindhoven.
Sono riuscita a vivere veramente la consapevolezza di non essere in grado di comprendere ciò che ho sempre ascoltato con ammirazione e entusiasmo, e adesso sono ancora più convinta del fatto che non riuscirò mai a farlo. Ed è giusto così. Non è stato il primo stage con un sensei giapponese ma è stata la prima volta che la consapevolezza della mia infinta piccolezza davanti a ciò che ho visto mi ha davvero raggiunta.
Una frustrante, agrodolce epifania che ha alimentato ancora di più la mia passione per questo mondo ma che mi ha aiutata a rivolgere il mio focus su un nuovo aspetto di ciò che può essere lo iaido.
La mia pratica è ancora acerba, così come lo sono io come persona, ma credo che questa rivelazione sia giunta nel momento ideale: ho abbastanza esperienza, per quanto brevissima, da riuscire a intuire alcune delle macro strutture verso cui indirizzare la mia pratica, non solo per quanto riguarda l’aspetto tecnico ma soprattutto per la profondità e la rielaborazione dello iaido che vivo in dojo settimanalmente. La stessa inesperienza che non mi fa cogliere con più profondità ciò di cui ho fatto esperienza è, d’altro canto, terreno molto fertile che, con la giusta guida di cui dispongo, sono certa che mi porterà a una crescita esponenziale.
È proprio in questo substrato che lo stage di Eindhoven è riuscito a seminare l’intuizione che il mio iaido è e, forse, sarà altro rispetto a ciò che probabilmente dovrebbe essere.
Questa differenza affonda le proprie radici nel diverso contesto culturale e nelle diverse strutture mentali che mi consentono di vivere e fare esperienza del mondo, e quindi della pratica, da una prospettiva totalmente differente rispetto a chi, come Ishido sensei, è viva testimonianza di un lascito culturale che mi è concesso solo osservare da lontano.
Sebbene i miei modelli di riferimento siano ottimi nel panorama europeo, a partire dal mio sensei, è innegabile la percezione delle differenze di come viene vissuta la pratica e del significato che essa porta con sé.
Come fare, quindi, per colmare questa distanza? Come lavorare per raggiungere quell’abisso infinito di conoscenza che è chiaramente intuibile osservando Ishido sensei praticare?
Spero che, con il maturare del mio iaido, riuscirò a trovare la risposta a queste domande.
Osservando Ishido sensei dal vivo ho anche capito quanto sia fondamentale il momento dell’osservare la pratica altrui. Ascoltare la spiegazione di come si compie un movimento e del suo significato non è sufficiente per conoscere veramente come e perchè questo viene compiuto. Bisogna osservare e poi provare a riprodurre ciò che si è visto, farne esperienza in modo diretto. All’inizio certamente non si riesce a realizzare e tantomeno a comprendere come praticare, ma con il tempo è il corpo stesso ad adattarsi a ciò che si è osservato. Richiede un lavoro lungo, di conoscenza approfondita del proprio corpo e di auto insegnamento che non può coinvolgere nessun altro se non la parte più intima di sé. È uno spazio a cui nemmeno il sensei può accedere e di cui nessun kohai potrà mai fare esperienza.
Il seminario di Eindhoven è quindi stato momento di conferme e di nuovi dubbi. Un momento di respiro che mi ha concesso di concentrarmi su altro rispetto allo iaido a cui sono abituata, fatto anche di agonismo a livello europeo che, purtroppo, ogni tanto rischia di distrarmi dal vero motivo per cui pratico. Mi sono ricordata la ragione più intima e personale che mi spinge ad andare in dojo ogni settimana, che mi porta a rinunciare senza pentimento ad altre cose della vita quotidiana per praticare più tempo possibile.
La vera ricchezza di aver partecipato al seminario è stata ricordarmi la gioia della pratica e la travolgente consapevolezza che non smetterò mai di imparare.









