«Nei moderni combattimenti con le spade di bambù, anche se c’è chi vince per merito, molti contendenti si allenano nuotando su un terreno asciutto. Questo perché con delle spade di bambù ricoperte di cuoio non ti fai male nemmeno se vieni colpito oppure infilzato, quindi anche un praticante di arti marziali dotato di una mente fisica può vincere con l’astuzia. Quando si passa al combattimento con le spade vere, che solo sfiorandoti possono provocare ferite mortali, è difficile vincere con gli espedienti della mente fisica. I vili praticanti di arti marziali di oggi, dotati di una mente fisica, si credono dei maestri se applicando qualche teoria vincono dei duelli con le spade di bambù. È un grave errore. Se ti accontenti della limitata arte dei combattimenti con le spade di bambù, alla fine ti perderai. In ogni caso, dovresti riflettere sui principi della vittoria in combattimento con le spade vere e allenarti a essere risoluto e restare imperturbabile anche davanti un forte avversario. Al giorno d’oggi non ci sono guerre in atto, quindi non si possono fare combattimenti di prova con le spade vere, e di conseguenza non si può scoprire se usando delle armi vere le nostre menti saranno forti o deboli, eccitate oppure calme. Tuttavia, se addestri la tua mente in circostanze normali, essa resterà calma e intrepida anche con le spade vere.»
Adachi Masahiro (ca 1780-1800), in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido Sourcebook,
Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, p. 224-225]
Lo scorso fine settimana si è tenuto a Milano un interessante seminario culturale con il maestro Takuya Murata, in cui si è parlato specialmente degli aspetti mentali e spirituali legati alla vittoria (o alla sconfitta) nel combattimento. Ho ritrovato in questo brano alcuni temi che sono stati toccati dal maestro. Una delle tensioni strutturali delle discipline marziali giapponesi contemporanee, e in particolare del kendō e dello iaidō, riguarda il rapporto tra pratica moderna e realtà originaria del combattimento. Questa tensione non va però letta come una frattura insanabile né, tantomeno, come una degenerazione pura e semplice: piuttosto, essa costituisce un problema interno alla pratica stessa (era già vero nel XVIII secolo), che chiede di essere continuamente pensato e ripensato. Nel kendō moderno, la costruzione dell’efficacia dell’azione ruota in larga misura attorno al concetto di ippon: un colpo formalmente corretto, eseguito con postura, spirito, zanshin e precisione tecnica tali da essere riconosciuto come valido. Questo dispositivo ha un valore indiscutibile, perché educa il praticante alla sintesi tra corpo, intenzione e forma. Tuttavia, proprio questa centralità rischia talvolta di far perdere di vista il contesto reale del combattimento di spada, nel quale non esiste la reiterazione dell’azione né la possibilità di “accumulare punti”. Nel combattimento reale, uno o due colpi – spesso uno solo – decidono la vita o la morte di uno dei due contendenti. La logica del shōbu non coincide con quella della competizione sportiva, e il pericolo consiste nel confondere l’efficacia regolamentata con l’efficacia assoluta. Questo non significa, ed è bene ribadirlo con forza, che il kendō sia inutile o snaturato. Al contrario: il kendō è una disciplina estremamente esigente, che forma uno spirito saldo, educa alla presenza, alla gestione della pressione, al controllo del corpo e dell’emotività. Chi pratica seriamente kendō sviluppa qualità fisiche e marziali non comuni, difficilmente riscontrabili in altre forme di allenamento. Il problema non è il kendō in sé, ma l’eventuale assolutizzazione del suo orizzonte, come se esso esaurisse il senso del combattimento di spada. Quando il mezzo viene scambiato per il fine, allora si comincia davvero a “nuotare sull’asciutto”. Paradossalmente, un rischio ancora più sottile si manifesta nello iaidō. Qui l’assenza di un avversario reale può risultare persino più fuorviante del confronto con un avversario armato di shinai o di fukuro-shinai. Nel kendō, per quanto mediata, l’alterità è presente: qualcuno ci fronteggia, reagisce, sbaglia, ci mette in difficoltà.
Nello iaidō, invece, l’avversario è interamente ricostruito dall’immaginazione del praticante. Se questa ricostruzione non è rigorosa, concreta, quasi dolorosamente reale, il rischio è quello di scivolare in una pratica puramente estetica o coreografica, nella quale il gesto perde la sua carica di necessità. Il punto, evidentemente,non è – e non può essere – quello di rischiare stupidamente la vita combattendo con uno shinken. La tradizione stessa non lo chiede. Il cuore della questione sta piuttosto nell’allenare con serietà e dedizione il rihai dell’azione, cioè il rispetto profondo per ciò che l’azione implica. Rendere effettivo l’avversario significa restituirgli peso, intenzione, capacità di nuocere; significa agire come se ogni errore fosse definitivo, anche quando sappiamo che non lo è. È in questo spazio mentale ed etico che prende forma la vera pratica del keiko, inteso non come semplice “allenamento”, ma come rivivere l’antico, renderlo presente, lasciarsi interrogare da esso. In questo senso, kendō e iaidō non sono discipline opposte, ma pratiche che si illuminano reciprocamente, a condizione che non vengano ridotte a simulacri rassicuranti. La via non consiste nel colpire di più, né nel muoversi




