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LUIS DE ALMEIDA

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Ōita è una città giapponese, capoluogo dell’omonima prefettura, situata nella parte nord-orientale dell’isola di Kyūshū.

In centro si trovano le rovine del castello di Funai, costruito intorno alla metà del ‘500 da Ōtomo Sōrin, uno dei pochi Daimyō ad essersi convertito alla religione cattolica in seguito all’arrivo dei missionari portoghesi sull’isola.

Ōtomo aveva incontrato personalmente il gesuita Francesco Saverio, uno dei primi europei ad approdare in Giappone, e successivamente si era servito dell’alleanza con i portoghesi per tentare di portare a compimento il suo progetto di portare gran parte di Kyūshū sotto il controllo del suo casato.

Denominato “il re di Bungo” nei registri dei gesuiti, Sōrin inviò delegazioni politiche a Goa e fu uno degli artefici della prima missione diplomatica giapponese inviata in Europa – l’ambasciata Tenshō a Roma del 1582 – di cui ho già parlato in un mio precedente articolo.

Otomo Sorin – Wikipedia

L’arrivo in Giappone dei primi europei nella fase finale di quel periodo noto come Sengoku (Stati combattenti), caratterizzato da tanti piccoli feudi costantemente in guerra tra loro, dove congiure, intrighi e morti violente erano all’ordine del giorno, non poteva che introdurre un ulteriore elemento di instabilità nel sistema.

In questo contesto, Ōtomo Sōrin, alla perenne ricerca di alleanze e opportunità per concretizzare le sue ambizioni egemoniche,  costituisce certamente il tipico esempio di signore feudale giapponese della fine del XVI secolo. 

Tuttavia, alcuni indizi portano a credere che la sua conversione alla religione cristiana possa avere avuto motivazioni più profonde, comunque non esclusivamente legate al calcolo politico.

La sua figura è infatti legata a quella di un altro personaggio quasi sconosciuto da noi in occidente, ma tuttora ricordato in quelle terre. 

Trattasi del chirurgo, commerciante e missionario gesuita portoghese Luís de Almeida, il quale, grazie all’appoggio di Ōtomo, fondò proprio a Funai il primo ospedale in stile europeo dove cure gratuite venivano offerte a chiunque ne avesse bisogno.

Sicuramente, la storia veramente singolare di quest’uomo, al quale va riconosciuto il merito di avere introdotto in Giappone la medicina occidentale, vale la pena di essere raccontata.

Luis nasce nel 1525 a Lisbona da una famiglia convertita di origine ebrea.

Studia al prestigioso Hospital Real de Todos os Santos, conseguendo la licenza di medico chirurgo. 

Decide tuttavia di non esercitare la professione nella capitale, ma di tentare la fortuna nelle colonie portoghesi in Oriente, a Goa e Macao.

In Cina intraprende con successo l’attività mercantile, arrivando in breve tempo ad accumulare una notevole fortuna.

Nel 1552, i suoi traffici lo portano in Giappone, ove è in atto il fiorente commercio Nanban introdotto dai primi europei.

Qui Luis scambia seta e spezie, ma viene anche intimamente colpito dalle dure condizioni di vita di questo paese sconvolto dalla guerra civile, dove fame e malattie affliggono la popolazione inerme.

Un giorno assiste al tentativo disperato di una madre di annegare il proprio piccolo nel fiume di Funai, non essendo la famiglia in grado di nutrire un altro figlio.

La desolazione di questa scena probabilmente risveglia in lui la vocazione medica sopita da tempo.

Nel 1555, a seguito dell’incontro con Cosme de Torres, successore di Francesco Saverio alla guida della missione gesuita di Yamaguchi, Luis decide di cambiare nuovamente vita, abbracciando l’Ordine in qualità di laico consacrato e mettendo a disposizione la sua considerevole fortuna.

L’anno successivo, con il permesso di Ōtomo Sōrin,  Luis fonda a Funai un ospedale capace di accogliere cento pazienti, con reparti distinti di medicina e chirurgia ed anche un lebbrosario, facendosi personalmente carico di tutte le spese.

Luis si dedica a tempo pieno alla sua attività filantropica, esercitando in prima persona la professione di chirurgo e insegnando l’arte medica ai suoi confratelli ed anche ai giapponesi.

Il ricordo indelebile di quella madre e del suo bambino lo ispira a costruire anche una casa di carità e un orfanotrofio.

L’appoggio di Ōtomo non è purtroppo sufficiente a proteggere Luis dal crescente clima di ostilità verso i gesuiti.

Costretto ad abbandonare la direzione dell’ospedale, Luis si dedica all’attività di evangelizzazione, viaggiando estensivamente in tutto il Giappone occidentale.

Ma Luis non è solo un medico e un uomo di fede.

Animato da un profondo rispetto per la cultura locale, lascia resoconti di luoghi, persone, tradizioni, quali ad esempio una delle prime descrizioni occidentali della cerimonia del tè.

Nel corso dei suoi viaggi, non abbandona comunque la sua attività di medico, curando all’occorrenza, senza distinzione, chiunque ne abbia necessità.

Nel 1580, a coronamento dei lunghi anni spesi in Giappone, Luis viene ordinato sacerdote e muore tre anni più tardi.

Nel 1587, l’ospedale da lui creato a Funai  venne distrutto nel corso di eventi bellici, ma la memoria del medico sacerdote sopravvive.

Chi visita oggi Ōita può trovare nel parco di fronte al moderno ospedale un monumento raffigurante un medico in abiti sacerdotali intento a curare un paziente con l’aiuto di un infermiere giapponese.

Poco lontano, una lapide raffigura Luís de Almeida circondato da bambini nel suo orfanotrofio.

L’angolo Zen

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Shunryu Suzuki, Mente zen mente di principante, Ubaldini ed. Roma 1977

IL BELLO E IL GIUSTO

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TORINO, GIUGNO 1983

Pochi giorni prima dell’esame di maturità, il membro interno avverte con fare solenne: «Ragazzi, sia chiaro. Per la prova scritta d’Italiano basta un errore di ortografia, di grammatica o di sintassi e il gioco è fatto. Il contenuto potrebbe anche essere un capolavoro, ma la valutazione sarà invariabilmente un “non classificato”, senza possibilità di appello.»

Immediatamente si scatena tra noi la psicosi, in tutte le sue varianti, di tempi, modi, elisioni e troncamenti.

Dubbi ritenuti ormai superati, o forse solo sopiti, sembrano improvvisamente riprendere vita reclamando la propria parte di giusta preoccupazione.

L’attenzione di tutti si sposta ora dal cosa al come, e le velleità creative dei più secchioni cedono inconsciamente il passo a obiettivi di più basso profilo.

La parola d’ordine diventa una sola: bando all’eloquio, meglio non rischiare.

LUCCA, GIUGNO 2026

Primo seminario di Iaido in Italia con un rappresentante della famiglia Ishido.

Tanti insegnanti appartenenti alla linea, tanti praticanti, tanta attesa.

Kotaro Sensei apre il seminario con una lunga introduzione volta a sottolineare, in modo inequivocabile, l’importanza imprescindibile della correttezza formale in tutte le espressioni della pratica.

L’intera mattinata del primo giorno del seminario viene così dedicata all’esame dei Chakuganten di ciascuno dei 12 Kata di Iaido presenti nel manuale federale.

Al termine di ogni spiegazione, la totalità dei presenti viene coinvolta, alcuni nel ruolo di praticanti, tutti gli altri in quello di arbitri.

L’esercizio proposto consiste nel basare la propria valutazione unicamente sul criterio della correttezza dei punti chiave, senza lasciarsi ingannare da altri fattori, in questo contesto fuorvianti.

I nostri Kata sono forme estremamente complesse di combattimento ritualizzato, dove elementi sottili quali scioltezza, ritmo, distanza, consapevolezza dello scenario, percezione dell’avversario immaginario giocano un ruolo indubbiamente determinante.

Ma non dobbiamo mai dimenticare che lo Iaido della Zen Nippon Kendo Renmei è stato concepito, almeno inizialmente, come uno strumentodidattico volto ad assicurare l’apprendimento, da parte dei praticanti di Kendo, delle tecniche di base del maneggio della spada vera.

In questo contesto, prendendo a prestito e riadattando un celebre detto, risulta evidente che “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che è giusto”.

Durante questo seminario, ho praticato con grande concentrazione e intensità, ma un angolo della mia mente è stato in qualche modo occupato da ricordi e nostalgie lontani, perché in questo stesso mese di tanti anni fa, già qualcuno mi aveva fatto notare che non si può ambire alla scalata di vette vertiginose con passo malfermo.

Strane coincidenze, o forse no.

L’angolo Zen

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Shunryu Suzuki, Mente zen mente di principante, Ubaldini ed. Roma 1977