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L’angolo Zen

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Takuan Sōhō, La saggezza immutabile, il Cerchio ed.

Budo Jisho 31 Yawarikai

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budo jisho

Budo Jisho – Le parole Giapponesi che usiamo nelle arti marziali.

Puntata 31 : Yawarakai

Cristina continua l’approfondimento dei termini usati nello iaido, questa volta un termine usato spessissimo dai Maestri

durante l’insegnamento

Buona visione , questa puntata non vede l’approfondimento su PDF, ma godetevi il video

VIDEO

L’angolo Zen

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Takuan Sōhō, La saggezza immutabile, il Cerchio ed.

Adachi Masahiro

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«Ora, quando hai alte fiamme da ogni lato e tu sei al centro, non hai vie d’uscita. In una situazione
del genere una persona normale comincia a piangere e lamentarsi, perde il controllo e la testa, e
quindi muore prima di essere raggiunta dalle fiamme. Lo stesso succede ai praticanti di arti marziali
inesperti, prima di duellare. È per questo che non possono vincere. La vera risolutezza è quando, nel
mezzo delle alte fiamme che ti circondano, ti rendi conto che non hai vie d’uscita e ti siedi
tranquillamente, come se stessi fumando del tabacco, considerandolo un ricordo dell’imminenza
della morte»


Adachi Masahiro (1780-1800) in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido Sourcebook,
Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, p. 222]

Ricordo con affetto il mio primo allenamento con la nazionale italiana di iaidō, nel lontano 2014. Non era la prima volta che facevo iaidō, e neppure la prima volta che mostravo ad altri il mio iaidō. Avevo anche già ottenuto un risultato in un taikai precedente. Eppure ricordo che quando venne il momento delle prove di gara, ero agitatissimo. Davanti allo shiai-jo, prima ancora di entrare nell’area, mi sentivo un nodo alla gola, il cuore battere forte, la vista appannata e la mia mano destra tremava a contatto con l’hakama, sudavo freddo. L’amica con la quale dovevo misurarmi probabilmente mi aveva visto sbiancare, e con premura mi aveva chiesto: «Vittorio, tutto bene?». Non proprio. Fa un po’ ridere a ripensarci, ma la sensazione che stavo provando era veramente quella di stare per giocarmi la vita in un duello. Non lo era, per fortuna, altrimenti sarei morto senza dubbio. Quando però ho letto le righe di Adachi Masahiro, mi sono proprio ricordato di come mi ero sentito quella volta, e ho ritrovato me stesso accomunato a tanti principianti in panico nelle loro prime esperienze. Lo ripetiamo sempre: fortunatamente nessuno di noi è messo nella reale situazione di pericolo che un reale duello di spada imporrebbe; tuttavia nello iaidō si sperimentano realmente quelle emozioni. Buona parte della crescita di un praticante si esprime in effetti proprio in questo continuo misurarsi con le proprie emozioni durante la pratica, e difficilmente si può capire dall’esterno il perché questo accada. Non si tratta semplicemente di “ansia da prestazione”, e nemmeno di timidezza. Per quanto mi riguarda, non sono mai stato una persona introversa o timida, anzi già ai tempi ero abituato a parlare in pubblico e non ho mai sofferto particolarmente di ansie da esame, nemmeno a scuola o all’università. E invece lì, davanti ad una striscia di nastro adesivo sul linoleum di una palestra e circondato da persone amichevoli e accoglienti, quasi stavo per svenire, come tra le alte fiamme di un incendio. A volte è la paura ad ucciderci prima di ciò che stiamo temendo. Un po’ come al cinema, da bambini, quando ci si copre la faccia davanti ad una scena che si presuppone spaventosa e non si vuole guardarla, per poi risultare comunque spaventati. Naturalmente il punto non è nemmeno fare finta di non aver paura, il rischio è quello di diventare caricaturali, come i ragazzini che ostentano baldanza davanti ad un film dell’orrore ridendo fragorosamente. No, il punto è rimanere con i piedi per terra, lo iaidō è una grande operazione di contestualizzazione. Tragicità del momento a parte, non importa se ti trovi circondato dalle fiamme o davanti allo shiai-jo: resta lì con la testa. Nella maggior parte dei casi, si troverà una soluzione, e laddove non sia possibile, è comunque meglio non perdere la testa in anticipo. Quando ci vede agitati, prima di un esame o di una competizione, il mio maestro dice spesso a noi allievi: «fa’ come se fossi in dojo», certo non perché dobbiamo prendere le cose alla leggera, ma perché in questo senso il dojo ha un privilegio che altri posti non offrono: è un luogo che si lascia concretamente abitare, ci sei dentro e sai di esserci dentro per uno scopo ben preciso, sai che lì il tuo prossimo errore sarà il tuo migliore maestro nel cammino di crescita. Nell’esempio di Adachi Masahiro, quando riesci finalmente ad abitare persino le fiamme che ti circondano, sedendoti a fumare in mezzo all’incendio, avrai capito in cosa consiste la risolutezza.