Home Blog Page 12

Adachi Masahiro

0

«In generale, le arti marziali hanno tre chiavi di lettura: pratica, teorica e psicologica. L’elemento pratico significa studiare le forme e le tecniche insegnate dai maestri, rafforzando il corpo, padroneggiando gli spostamenti, imparando a colpire, trafiggere, parare e attaccare.
L’elemento teorico consiste nei principi di vittoria e sconfitta. Queste lezioni generalmente insegnano a controllare la calma come questione di principio. Inoltre, le forme e le tecniche trasmesse dai maestri hanno ognuna un principio. La teoria consiste nel comprendere questi principi. L’elemento psicologico è la padronanza della calma. La padronanza della calma coincide con la mente imperturbabile. Questi elementi sono come un cocchio o un uccello in volo. La pratica e la teoria corrispondono alle ruote o alle ali, mentre la mente è come l’asse del cocchio o il corpo dell’uccello. Se padroneggi la pratica ma non conosci i principi, sei come un cocchio senza una ruota o un uccello senza un’ala. Un cocchio non può avanzare con una ruota sola, così come un uccello senza un’ala non può volare.»

Adachi Masahiro (ca 1780-1800), in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido Sourcebook,
Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, p. 224-225]

Tra gli autori di cui mi sono occupato in questi ultimi anni, Adachi Masahiro è forse uno tra quelli che sanno parlare del progresso nel budō meglio e con maggiore chiarezza. Ci sono tre chiavi di lettura: quella pratica, quella teorica e quella psicologica. Queste tre chiavi di lettura non corrispondono semplicemente a tre prospettive attraverso le quali comprendere una realtà complessa, ma tre modi della conoscenza coinvolti necessariamente nel cammino di apprendimento di una via marziale, e in particolar modo nella via della spada. La pratica qui corrisponde ad una comprensione di tipo corporeo, fisico. Senza questa comprensione, che richiede anni ed è per sua natura lenta e dipendente dalla dinamica di ripetizione, non si può nemmeno parlare delle altre due chiavi. La pratica, in effetti, è ciò che alleniamo (o dovremmo allenare) di più, specialmente nei primi 10 anni dal nostro ingresso nel dojo. La chiave teorica non è disgiunta dalla pratica, ma la completa, dando consapevolezza e senso a ciò che viene ripetuto nella pratica. Quelli che qui vengono chiamati i “principi di vittoria e sconfitta” sono concetti relazionali profondi, che riguardano il contesto spazio-temporale in cui la tecnica appresa mediante la pratica si inserisce e vuole essere inserita. Tra questi principi vi è la percezione di sé come essere-in-relazione agli avversari, che coinvolge in modo complesso l’auto-percezione fisica con una conoscenza di tipo analitico descrittivo. Infine, vi è la chiave psicologica, che Adachi Masahiro fa significativamente coincidere con la padronanza della calma. La calma è qui uno stato mentale o spirituale che pur essendo ultima ad arrivare nel processo di apprendimento, viene in realtà presupposta come ingrediente essenziale all’applicazione efficace delle altre due chiavi di lettura. Lo stato di calma ha infatti profonde conseguenze sul nostro fisico, in quanto determina lo scioglimento muscolare e implementa la nostra capacità di reazione e ha poi un decisivo impatto sul nostro modo di applicare la teoria, dal momento che influisce anche su condizioni relative come velocità, ritmo e controllo dell’avversario. Nella metafora di Adachi Masahiro, pratica e teoria sono le ruote, ma la calma è la struttura stessa del cocchio. Per curioso che sia, il cocchio dello iaidō è pensato per essere costruito a partire dalle ruote, ma non porterebbe da nessuna parte senza la struttura della calma. Le tre chiavi sono tre modi della conoscenza coinvolti nel grande cammino esperienziale dello iaidō. Mi piace particolarmente la metafora del cocchio, perché è un mezzo di trasporto, serve a viaggiare. Noi non siamo il cocchio, ma dobbiamo costruirlo e usarlo per andare da qualche parte. Mi chiedo sinceramente quanto davvero abbiamo ancora da capire sulla destinazione a cui questo particolare cocchio ci può condurre, ma non escludo che la parte più preziosa che questa metafora può dischiudere consista proprio nel viaggio in sé, nella via, lunga e complessa, che decidiamo di percorrere lungo tutta una vita.

Zen e Arti Marziali

0

Taisen Deshimaru ZEN e ARTI MARZIALI G.S Bertoletti

Kawasaki Novembre 25

0

Con l’avvicinarsi della possibilità di sostenere l’esame da 8° Dan (Novembre 2028) in accordo con Danielle abbiamo deciso di intensificare le visite al Maestro.

Quest’anno mi sono recato dal Maestro a Novembre, senza Danielle che aveva problemi di lavoro, ed in questo modo ho deciso di allungare la mia permanenza e di fermarmi a studiare 2 settimane, i primi 4 giorni in compagnia di Gabriele Gerbino per il resto da solo.

Non farò un resoconto degli orari dello studio, ma vorrei parlarvi di cosa ho provato in questo viaggio praticamente da solo.

Prima di tutto il Dojo, un posto che sento un po’ come casa, il Maestro è sempre di una cortesia immensa e di una disponibilità che ogni volta mi stupisce, sempre presente, sempre attento, sempre pronto a questa o quella correzione.

Non so se posso considerarla fortuna oppure no ma le ultime 4 visite al Dojo sono coincise con la preparazione ad esami da 8° Dan; quindi, il Maestro ha avuto un’attenzione quasi maniacale al dettaglio, dal movimento della mano sx nel chiburi, ai secondi impiegati per fare un kata o a quelli impiegati tra la fine di un katà e l’inizio dell’altro.  Sembrano sciocchezze ma non lo sono. Lo iaido non è solo affettare l’aria con la spada, come dice il figlio di Alessandro, anche se per molti più o meno si riduce a quello. Lo iaido è essere consapevoli della battaglia che si sta svolgendo, del nemico o dei nemici che affrontiamo, è Maai, è Seme, è Kiyaku, è timing. E’ tutta una serie di cose che per la  maggior parte delle persone rimangono cose astratte scritte in qualche libro ma che in realtà sono reali, da capire, da realizzare e da far proprie se si vuole veramente avere profondità di pratica.

E se si vuole avere anche solo una chance di passare l’esame da 8° Dan cosa pressoché impossibile: quest’anno 163 candidati, promossi 3, percentuale di passati 1,8%.

Capite che le chance per un non Giapponese sono inesistenti, lo so benissimo e ne sono consapevole, ma il percorso che ho intrapreso circa 29 anni fa non può fermarsi, sarebbe stato tutto tempo sprecato, tempo, soldi, vita buttata.

Quindi spendere del tempo in Dojo con il Maestro è una cosa che non ha prezzo, stiamo vivendo un momento “strano” per lo Iaido federale, si sono perse un po’ di certezze e su alcuni katà possono esserci profonde differenze tra la spiegazione o la versione dei vari Maestri.  Una cosa che mi sento di dire: si deve tenere la mente aperta e che si deve cercare di tenere fede a quello che il proprio Maestro ci insegna, verificando che sia ideologicamente corretto. In Dojo il Maestro ripetutamente insegna e spiega la logica del Kata ed a volte anche l’evoluzione che ha subito negli anni. E’ una fortuna poter avere accesso a tutte queste informazioni.

Discorso a parte per il Koryu, li non ci sono scelte, si deve, nel limite delle proprie capacità, fare quello che il Maestro ci insegna.  Non fci possono essere fraintendimenti, non è che lo faccio come riesco e va bene lo stesso, bisogna farlo esattamente come lo insegna il Maestro. Il problema è riuscirci, ma bisogna cercare di cambiare e migliorare per arrivare il più possibile vicino a quello che ci sta insegnando.

Troppe volte vedo dei koryu che non sono nemmeno lontanamente quello che il Sensei insegna, ma il frutto di difetti personali o interpretazioni che vengono portatie nel Katà.

Ho studiato Musoshinden e Jushin (di cui sono assolutamente all’inizio) più di 50 ore in dojo, ripetizioni su ripetizioni, ho avuto aiuti da tutti i presenti in Dojo a prescindere dal grado che hanno. Un esempio è Sato San che è un 4° Dan ma che ogni volta che siamo in Dojo si spende per dimostrarci a richiesta del Sensei questo o quel Katà  oppure Inari Sensei che è sempre disponibilissima, anche alle richieste su Jikiden, oppure Fujikawa Sensei, che il sabato ha sostenuto, senza passarlo,  l’esame da 8° Dan ed il mercoledì dopo ha passato la giornata con me ed il Maestro in Dojo ad allenarsi, pranzando assieme e ridendo e scherzando su alcuni errori che il Maestro gli correggeva, ovviamente passando per Momyiama Sensei, Kyota Sensei, Ishi Sensei ecc. Sono tanti gli esempi possibili di persone presenti nel Dojo che mi hanno aiutato in questi 15 giorni di pratica intensiva e ne avrò sicuramente dimenticato qualcuno.

Questo ed altri sono i motivi per cui sento il Dojo un po’ come casa, li ho la mia spada, posso studiare senza l’assillo dell’insegnamento e posso fare quello che mi piace: Iaido.

Ci sono stati anche lati negativi in questo viaggio, dei 15 giorni trascorsi in Giappone 9 li ho passati da solo e non è assolutamente facile, almeno per me. Fuori dal Dojo il tempo era eterno, praticamente ho imparato a memoria tutti i negozi di Kawasaki che purtroppo non è una città che offre molte attrazioni turistiche. La vita in Giappone è frenetica, si mangia da soli in 5/10 minuti e non conoscendo la lingua diventa molto difficile provare a instaurare una qualsivoglia conversazione in birreria o nei localini di sake.

Sono riuscito nei pochi momenti liberi a visitare Kawagoe cittadina al nord di Tokyo, conosciuta come la piccola Edo, ma devo sinceramente dire niente di entusiasmante.

 Il mio turismo si conclude con una domenica pomeriggio ad Asakusa, da cui sono scappato dopo aver fatto la visita di rito al negozio Kiryudo, negozio di Kumihino intrecciati a mano.

Concludo qui questo piccolo riepilogo del mio ultimo viaggio in Giappone, volevo ringraziare in primis Danielle che mi ha permesso questo viaggio e che si è fatta carico di una situazione decisamente difficile in questo momento con il patato Dosetsu molto malato, volevo anche ringraziare le “Ciampornie” Cristina e Manuela e anche Calin per essere stati presenti in Dojo e disponibili ad aiutare Danielle, grazie di cuore.

Kawasaki ci rivediamo tra 2 mesi stavolta con Danielle e con molti altri per cui sarà la prima volta, non vedo l’ora di poter praticare col Sensei.