UROKUGAESHI
Le scaglie della carpa,
che risale la corrente onda dopo onda,
quando sono bagnate ne rendono impossibile la cattura
tratto da “Gekiken sodan” di Katsuse Mitsuyasu Kagemasa 14° soke Suio-Ryu Iai
UROKUGAESHI
Le scaglie della carpa,
che risale la corrente onda dopo onda,
quando sono bagnate ne rendono impossibile la cattura
tratto da “Gekiken sodan” di Katsuse Mitsuyasu Kagemasa 14° soke Suio-Ryu Iai
Riprendo dallo scorso articolo sul seminario tenuto da Danielle Borra e Claudio Zanoni, organizzato dagli amici dell’Akitsukai di Lucca nel fine settimana del 4 e 5 gennaio. Principali temi trattati sono stati postura e taglio con annesi corollari. Della postura ho parlato nel precedente articolo, è ora la volta del taglio.
IL TAGLIO
“Soft, smooth and sharp”, è ciò che maestri europei ci hanno trasmesso in questi anni. “Morbido, fluido e tagliente” sono alcune delle principali caratteristiche che un buon taglio deve possedere.
In relazione allo sharp occorrerà la consapevolezza che lo si otterrà solo attraverso la “morbidezza” del corpo, intesa come eliminazione delle rigidità muscolari, e conseguente fluidità di movimento.
Come realizzarlo comporta tutta una serie di azioni che concorrono alla realizzazione del taglio.
Prima di tutto è importante la postura corretta: schiena dritta, energia concentrata nella parte bassa del corpo, leggera contrazione dei glutei e degli addominali, totale rilassatezza della parte alta del corpo. Mantenimento della centralità evitando oscillazioni nelle tre dimensioni dello spazio. Se si mantiene dritta la schiena e si è rilassati nella parte alta del corpo difficilmente oscilleremo in avanti/dietro o a destra/sinistra, ma particolare attenzione sarà da mettere nell’alto/basso mantenendo un corretto iaigoshi in tutti i movimenti.
Se già questi due punti richiedono impegno e pratica per essere realizzati correttamente, il prossimo punto è quello principe. Parliamo del corretto tenouchi.

Punto di partenza una corretta impugnatura con gli avambracci che formano un angolo di circa 45 gradi con la tsuka.

Un corretto furikaburi condotto con la spalla senza interessare polsi o gomiti e al termine del quale l’angolo tra avambraccio e tsuka sia dell’ordine dei 90 gradi con le dita morbide ma chiuse e i palmi aperti.

Un efficace inizio del taglio con la chiusura delle dita mignolo ed anulare in coerenza con lo spostamento del corpo in modo che da quest’ultimo sia condotto il taglio e non dalla muscolatura di spalle e/o braccia.
Una chiusura delle mani in modo che i muscoli alla base del mignolo, eminenza ipotenar, sormontino la tsuka e, unitamente all’anello pollice indice, ne controllino il blocco a fine taglio e la ricostituzione di quell’angolo di circa 45 gradi tra avambracci e tsuka.
Con questa azione si ricostruisce quella kirite, la mano che taglia, come anni fa, in un seminario, ci aveva spiegato il Maestro Yamazaki Hanshi Hachidan.
Come per le problematiche legate alla postura anche quelle legate al taglio, e forse ancor di più, necessitano di una pratica basata su uno studio consapevole e attento di tutta la motilità che dal kamae porta al taglio passando dal furikaburi.
Come per la postura: facile a dirsi, difficile da realizzare, ma non impossibile. L’importante è comprendere il problema, verificare la nostra posizione e ricercare quel cambiamento, quasi sempre scomodo, che ci avvia verso la correzione dei nostri errori.
Buona pratica!
Iwanami
Quando non c’è tempo per cambiare il timone di una nave
si dovrebbe colpire sonoramente l’onda che si forma
tratto da “Gekiken sodan” di Katsuse Mitsuyasu Kagemasa 14° soke Suio-Ryu Iai
«Il fatto di non avere conflitti quando ci si trova con gli amici, dall’inizio alla fine, dipende dal
saper vedere i principi di una relazione, e anche questa è un’arte marziale della mente. La mente
che osserva i principi dell’associarsi con le persone in un particolare ambiente è ugualmente
un’arte marziale. Se non osservi questi principi potresti trattenerti troppo a lungo in una certa
riunione ed esporti alla vergogna per questioni senza importanza. Oppure, chiacchierando senza
far caso alla sensibilità delle persone con cui ti trovi, potresti suscitare discussioni e addirittura
causare la tua stessa rovina. Tutto questo dipende dall’osservare o dal non osservare tali principi»
Yagyu Munenori, Heiho kadensho, a cura di W. S. Wilson, trad. it. di M. Amarillis Rossi, Luni, Milano 2004, p. 49
lo iaidō, anche da un punto di vista etimologico, ha a che vedere con il concetto di abitare uno spazio in relazione con altri. Nello studio della spada, almeno da un certo livello in poi, è necessario interiorizzare il concetto di ki-ken-tai-ichi ovvero di comprendere come l’efficacia di qualunque movimento dipenda dalla consapevole intersezione della mia propria sfera spazio-temporale con quella del mio avversario. Questa intersezione di spazio e tempo nel ritmo imposto dalla realtà del combattimento implica sempre un’interazione consapevole del sé in relazione all’altro da sé.
Ora, leggere queste parole del grande maestro Yagyu Munenori sull’applicazione relazionale dello studio della spada colpisce il lettore moderno proprio perché spesso ci si immagina che ciò che costituisce l’oggetto proprio della pratica marziale sia la neutralizzazione dell’avversario in combattimento e l’ottenimento della vittoria in battaglia. Naturalmente questa componente c’è, è evidente, ma il punto è che essa non esaurisce affatto il senso della pratica. In effetti ne costituisce soltanto l’involucro più esterno, ciò che si rivela palese ad un primo sguardo. Nessuno ha bisogno di essere iniziato ad una particolare scuola prima di poter capire che lo scopo principale di un taglio
eseguito con la spada è quello di ferire o uccidere un altro essere umano. Eppure fermarsi a tale osservazione rende impossibile la comprensione di ciò che si apre attraverso lo studio di quel medesimo movimento, apparentemente semplice nell’intenzione come nell’esecuzione.
La crescita nella marzialità, già in un’opera del XVII secolo come lo Heiho kadensho e dunque ben prima della nascita dello iaidō, che come tale è un fenomeno moderno, è legato a doppio filo con il tema della relazione: il dove e il quando, il momento opportuno e la decisione nel coglierlo costituiscono gli oggetti di ricerca fondamentali di questo particolare percorso spirituale.
Nel XXI secolo nessuna persona sana di mente penserebbe di scendere in battaglia armato di una spada giapponese e, al di là di pittoreschi episodi cinematografici, nessun killer sceglierebbe una spada per portare a termine il proprio lavoro. I soldati moderni non studiano iaidō come parte delloro addestramento. L’arte marziale consiste in altro.
Certo, il lavorio su di sé implicato dalla via della spada non può essere ipocritamente distinto da una pratica rigorosa e consapevole di ciò che viene trasmesso come corretto, ma ciò che si realizza realmente attraverso tale pratica rigorosa è cosa diversa. La comprensione intuitiva e profonda del concetto opportunità dell’azione coincide con il medesimo principio che regola la vita consociata
dell’essere umano e attribuisce la vittoria in uno scontro. Per questo motivo la pratica dello iaidō non può essere ridotta ad un vano esercizio solipsistico. Il saper stare insieme, il condividere lo spazio e il tempo del dojo come luogo e momento di pratica e allo stesso tempo portare all’esterno di quel particolare spazio ciò che si è appreso, è uno dei fondamentali obiettivi della pratica. Perché in effetti non avrebbe alcun senso parlare di “miglioramento dell’umano” se non in chiave relazionale: non si dà un umano in astratto, ma sempre e soltanto in relazione. Comprendere intuitivamente l’opportunità di una parola, di un gesto, persino di una presenza, è l’esito efficace del medesimo studio, lungo, lento e rigoroso, applicato all’esecuzione del movimento del corpo e della spada in relazione ad un avversario.