«Essere chiamati e rispondere senza la benché minima incertezza. Questa è la saggezza di tutti i Buddha.»
Takuan Soho, in M. Panatero – T. Pecunia (a cura di), Bushido. La via del guerriero, Feltrinelli 2024 (13 ed.), 76.
Quando mi sono imbattuto in questa citazione di Takuan Soho, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto la pratica dello iaidō corrisponda a questo concetto. «Essere chiamati e rispondere senza la benché minima incertezza» implica un’azione dialogica: due o più soggetti in uno spazio entrano in relazione, e quella relazione non conosce rottura o interruzione ma si sviluppa come movimento armonico. Chiamata e risposta, prima e dopo: la conclusione di un’azione a cui ne segue un’altra logicamente implicata dalla precedenza. I kata di iaidō funzionano esattamente così. La spontaneità del movimento di chiamata e risposta sembra la cosa più naturale del mondo, al punto che anche molti animali, oltre agli umani, possono agire nello stesso modo. Eppure a pensarci bene, la dinamica di chiamata e risposta non è priva di premesse complesse. Persino un cane deve passare diverso tempo con il suo padrone prima di associare il proprio nome, e il tono con il quale questo viene pronunciato, all’azione della risposta auspicata da quello. Per gli esseri umani, intervengono fattori di ancora maggiore complessità: la risposta senza esitazione è sempre frutto di una intensa pratica. Ci vogliono alcuni anni di buona educazione perché un bambino impari la correlazione tra semplici parole come “grazie” e “prego”, o perché, chiuso in una classe scolastica, davanti al proprio nome pronunciato ad alta voce dall’insegnante, si alzi in piedi ed esclami: “presente!”. Sembrano azioni banali, ma si basano su una serie complessa di interazioni e presupposti culturali sedimentati nel tempo, che vanno dall’apprendimento di una lingua alla corretta contestualizzazione del proprio ruolo sociale in un determinato spazio. Questione di pratica.
Nello iaidō, i movimenti appresi nell’esecuzione di un kata sono tutt’altro che spontanei, almeno all’inizio. E se all’inizio si tratta di una mera questione mnemonica, le cose si fanno assai più complesse in un secondo momento, quando la posta in gioco non consiste nel comprendere il significato di semplici concetti, alla stregua di un “grazie” o di un “prego”; e nemmeno nel memorizzarne la struttura dialogica. No, la posta in gioco è arrivare alla spontanea risposta di un “prego” alla luce di un precedente “grazie”, senza la benché minima esitazione. Lo iaidō non consiste nel comprendere per via analitica il contesto in cui l’azione prevista dalla forma avviene, e non si può certamente esaurire nella semplice memorizzazione degli elementi che tale forma compongono. Per tornare alla metafora del bambino, quando lo si educhi a rispondere “prego” senza esitazione al “grazie” precedente, l’obiettivo dell’educatore non si limita allo spiegare la dinamica culturale che impone il buon costume di quell’interazione, né tantomeno nell’insegnare quelle parole in sé, fossero anche in una lingua straniera e sconosciuta. L’educatore dovrà ricorrere, sì, a questi passaggi, ma solo al fine di consentire al bambino di potersi esprimere in modo accettabile e senza esitazioni laddove la necessità lo richieda.
Ho la netta sensazione che queste considerazioni apparentemente banali non lo siano troppo in realtà e soprattutto impattino in modo considerevole il modo in cui apprendiamo e insegniamo la pratica dello iaidō. L’inutile memorizzazione e collezione di forme vuote, o la concentrazione su singoli elementi sconnessi della pratica, come l’enfasi esagerata sulla potenza del taglio, somigliano al comportamento di un bambino che pur conoscendo i significati delle parole e anzi, a volte proprio per questo, non si premura di utilizzarle nell’unico momento a loro opportuno. Nello iaidō come nella vita, la saggezza di tutti i Buddha passa attraverso il cammino, lungo e impervio, della semplicità.






