Home Blog Page 4

Adachi Masahiro

0

«Ora, quando hai alte fiamme da ogni lato e tu sei al centro, non hai vie d’uscita. In una situazione
del genere una persona normale comincia a piangere e lamentarsi, perde il controllo e la testa, e
quindi muore prima di essere raggiunta dalle fiamme. Lo stesso succede ai praticanti di arti marziali
inesperti, prima di duellare. È per questo che non possono vincere. La vera risolutezza è quando, nel
mezzo delle alte fiamme che ti circondano, ti rendi conto che non hai vie d’uscita e ti siedi
tranquillamente, come se stessi fumando del tabacco, considerandolo un ricordo dell’imminenza
della morte»


Adachi Masahiro (1780-1800) in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido Sourcebook,
Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, p. 222]

Ricordo con affetto il mio primo allenamento con la nazionale italiana di iaidō, nel lontano 2014. Non era la prima volta che facevo iaidō, e neppure la prima volta che mostravo ad altri il mio iaidō. Avevo anche già ottenuto un risultato in un taikai precedente. Eppure ricordo che quando venne il momento delle prove di gara, ero agitatissimo. Davanti allo shiai-jo, prima ancora di entrare nell’area, mi sentivo un nodo alla gola, il cuore battere forte, la vista appannata e la mia mano destra tremava a contatto con l’hakama, sudavo freddo. L’amica con la quale dovevo misurarmi probabilmente mi aveva visto sbiancare, e con premura mi aveva chiesto: «Vittorio, tutto bene?». Non proprio. Fa un po’ ridere a ripensarci, ma la sensazione che stavo provando era veramente quella di stare per giocarmi la vita in un duello. Non lo era, per fortuna, altrimenti sarei morto senza dubbio. Quando però ho letto le righe di Adachi Masahiro, mi sono proprio ricordato di come mi ero sentito quella volta, e ho ritrovato me stesso accomunato a tanti principianti in panico nelle loro prime esperienze. Lo ripetiamo sempre: fortunatamente nessuno di noi è messo nella reale situazione di pericolo che un reale duello di spada imporrebbe; tuttavia nello iaidō si sperimentano realmente quelle emozioni. Buona parte della crescita di un praticante si esprime in effetti proprio in questo continuo misurarsi con le proprie emozioni durante la pratica, e difficilmente si può capire dall’esterno il perché questo accada. Non si tratta semplicemente di “ansia da prestazione”, e nemmeno di timidezza. Per quanto mi riguarda, non sono mai stato una persona introversa o timida, anzi già ai tempi ero abituato a parlare in pubblico e non ho mai sofferto particolarmente di ansie da esame, nemmeno a scuola o all’università. E invece lì, davanti ad una striscia di nastro adesivo sul linoleum di una palestra e circondato da persone amichevoli e accoglienti, quasi stavo per svenire, come tra le alte fiamme di un incendio. A volte è la paura ad ucciderci prima di ciò che stiamo temendo. Un po’ come al cinema, da bambini, quando ci si copre la faccia davanti ad una scena che si presuppone spaventosa e non si vuole guardarla, per poi risultare comunque spaventati. Naturalmente il punto non è nemmeno fare finta di non aver paura, il rischio è quello di diventare caricaturali, come i ragazzini che ostentano baldanza davanti ad un film dell’orrore ridendo fragorosamente. No, il punto è rimanere con i piedi per terra, lo iaidō è una grande operazione di contestualizzazione. Tragicità del momento a parte, non importa se ti trovi circondato dalle fiamme o davanti allo shiai-jo: resta lì con la testa. Nella maggior parte dei casi, si troverà una soluzione, e laddove non sia possibile, è comunque meglio non perdere la testa in anticipo. Quando ci vede agitati, prima di un esame o di una competizione, il mio maestro dice spesso a noi allievi: «fa’ come se fossi in dojo», certo non perché dobbiamo prendere le cose alla leggera, ma perché in questo senso il dojo ha un privilegio che altri posti non offrono: è un luogo che si lascia concretamente abitare, ci sei dentro e sai di esserci dentro per uno scopo ben preciso, sai che lì il tuo prossimo errore sarà il tuo migliore maestro nel cammino di crescita. Nell’esempio di Adachi Masahiro, quando riesci finalmente ad abitare persino le fiamme che ti circondano, sedendoti a fumare in mezzo all’incendio, avrai capito in cosa consiste la risolutezza.

L’angolo Zen

0

Shunryu Suzuki, Mente zen mente di principante, Ubaldini ed. Roma 1977

Ukenagashi e i due piani

0

Ieri sono arrivato in dojo mentre Claudio spiegava nuovamente come deve essere fatto il taglio di ukenagashi. Le spiegazioni che usa per farci capire come deve essere fatto il taglio sono diverse, nella speranza che una di esse ci rimanga impressa e ci possa permettere di eseguire il kata correttamente. Una di queste spiegazioni, che ha usato ieri, è quella del taglio su due piani. Spiegazione che di solito lascia buona parte del dojo molto dubbiosa ed è stato così anche ieri.

Tornando a casa mi sono chiesto perché questa spiegazione sia così difficile da capire, perché in fin dei conti non si discosta dalle altre spiegazioni che ci vengono fornite. Sono solo usate parole diverse. Il taglio deve essere kesa su un avversario posto di fronte a noi come in kesagiri (come ci ha detto anche ieri Claudio) ma cambia solo la posizione finale del corpo.

Quindi ora la domanda è: da dove arrivano questi due piani? Secondo me, per capirlo meglio, potremmo usare un po’ di “reverse engineering” che è un processo di analisi che permette di ricostruire un dato oggetto a partire dal risultato finale. In questo caso partiamo dalla fine del taglio per ricostruire quest’ultimo e trovare i due piani di cui parla Claudio.

Per cominciare l’analisi identifichiamo la condizione di partenza (in questo caso quella finale): alla fine del taglio di ukenagashi il nostro corpo è ruotato di circa 10-15° con la mano sinistra al centro, la punta della spada in linea con la nostra anca sinistra e la lama leggermente inclinata.

Da qui seguiamo i seguenti passaggi:

  • Tenendo il kissaki fermo ruotiamo per metterci completamente in linea con la punta della spada, come se avessimo eseguito un taglio dritto;
  • Portiamo quindi la spada sopra la testa con un’inclinazione di circa 45°. Con questo movimento abbiamo identificato il nostro primo piano in cui si muove la spada.

Possiamo ora estrapolare due punti (che ci serviranno fra poco): il primo punto è dove si trova il kissaki alla fine del taglio, il secondo è dove si trova dopo lo spostamento della spada sopra la testa.

  • In questa configurazione, il nostro corpo non è nella posizione corretta in quanto siamo girati di circa 20° rispetto al nostro avversario. Di conseguenza riportiamo il corpo frontale a quest’ultimo.

Se volessimo ora tagliare il nostro avversario sul piano che abbiamo prima identificato lo mancheremo completamente. Questa è la correzione che ci fanno i maestri quando dicono che tagliamo dritti e non kesa

  • Dobbiamo quindi ben identificare dove deve impattare il taglio sul nostro avversario. Questo è semplice, la base del collo/inizio spalla sul lato sinistro.

Abbiamo ora un terzo punto e possiamo applicare una delle proprietà dei piani: per tre punti può passare un solo piano. Poiché il taglio di una katana, per essere efficiente, deve seguire un piano e non fare curve strane, dobbiamo ruotare in asse la spada fino a quando l’hasuji non giace sul piano di taglio, quello che passa per i tre punti identificati. Questo è a sua volta il secondo piano di ukenagashi.

  • La spada ad inizio taglio si trova su due piani, il primo ne identifica la posizione nello spazio rispetto al corpo, il secondo ne identifica la linea di taglio.

Così facendo abbiamo ricostruito all’indietro il taglio e trovato i piani. Se ci muoviamo ora in avanti vedremo che la nostra spada si muove su due piani, ma con un taglio kesa sul suo piano.

Questa ricostruzione vale per tutti i tagli kesa che impattano sul lato del collo/inizio spalla dell’avversario in cui è rivolto il kissaki della spada. Questo è il motivo per cui la seconda parte del taglio di kesagiri (quella discendente) è uguale a quella di ukenagashi.

Diverso è il discorso per il taglio kesa dei grandi chiburi. Infatti, questi li potremmo definire dei tagli kesa su un solo piano in quanto non si va a modificare il piano dell’hasuji. Se pensiamo al chiburi del settimo o decimo kata ci limitiamo a spostare le mani per aprire un angolo e dare alla spada un’inclinazione rispetto a noi.

Marco Lasalle

L’angolo Zen

0

Shunryu Suzuki, Mente zen mente di principante, Ubaldini ed. Roma 1977