Vita e morte sono la stessa cosa.
Quando ci si rende conto di ciò,
non si ha più paura della morte,
né effettiva difficoltà nella vita.
Shunryu Suzuki, Mente zen mente di principante, Ubaldini ed. Roma 1977
Vita e morte sono la stessa cosa.
Quando ci si rende conto di ciò,
non si ha più paura della morte,
né effettiva difficoltà nella vita.
Shunryu Suzuki, Mente zen mente di principante, Ubaldini ed. Roma 1977
Ieri sono arrivato in dojo mentre Claudio spiegava nuovamente come deve essere fatto il taglio di ukenagashi. Le spiegazioni che usa per farci capire come deve essere fatto il taglio sono diverse, nella speranza che una di esse ci rimanga impressa e ci possa permettere di eseguire il kata correttamente. Una di queste spiegazioni, che ha usato ieri, è quella del taglio su due piani. Spiegazione che di solito lascia buona parte del dojo molto dubbiosa ed è stato così anche ieri.
Tornando a casa mi sono chiesto perché questa spiegazione sia così difficile da capire, perché in fin dei conti non si discosta dalle altre spiegazioni che ci vengono fornite. Sono solo usate parole diverse. Il taglio deve essere kesa su un avversario posto di fronte a noi come in kesagiri (come ci ha detto anche ieri Claudio) ma cambia solo la posizione finale del corpo.
Quindi ora la domanda è: da dove arrivano questi due piani? Secondo me, per capirlo meglio, potremmo usare un po’ di “reverse engineering” che è un processo di analisi che permette di ricostruire un dato oggetto a partire dal risultato finale. In questo caso partiamo dalla fine del taglio per ricostruire quest’ultimo e trovare i due piani di cui parla Claudio.
Per cominciare l’analisi identifichiamo la condizione di partenza (in questo caso quella finale): alla fine del taglio di ukenagashi il nostro corpo è ruotato di circa 10-15° con la mano sinistra al centro, la punta della spada in linea con la nostra anca sinistra e la lama leggermente inclinata.
Da qui seguiamo i seguenti passaggi:
Possiamo ora estrapolare due punti (che ci serviranno fra poco): il primo punto è dove si trova il kissaki alla fine del taglio, il secondo è dove si trova dopo lo spostamento della spada sopra la testa.
Se volessimo ora tagliare il nostro avversario sul piano che abbiamo prima identificato lo mancheremo completamente. Questa è la correzione che ci fanno i maestri quando dicono che tagliamo dritti e non kesa
Abbiamo ora un terzo punto e possiamo applicare una delle proprietà dei piani: per tre punti può passare un solo piano. Poiché il taglio di una katana, per essere efficiente, deve seguire un piano e non fare curve strane, dobbiamo ruotare in asse la spada fino a quando l’hasuji non giace sul piano di taglio, quello che passa per i tre punti identificati. Questo è a sua volta il secondo piano di ukenagashi.
Così facendo abbiamo ricostruito all’indietro il taglio e trovato i piani. Se ci muoviamo ora in avanti vedremo che la nostra spada si muove su due piani, ma con un taglio kesa sul suo piano.
Questa ricostruzione vale per tutti i tagli kesa che impattano sul lato del collo/inizio spalla dell’avversario in cui è rivolto il kissaki della spada. Questo è il motivo per cui la seconda parte del taglio di kesagiri (quella discendente) è uguale a quella di ukenagashi.
Diverso è il discorso per il taglio kesa dei grandi chiburi. Infatti, questi li potremmo definire dei tagli kesa su un solo piano in quanto non si va a modificare il piano dell’hasuji. Se pensiamo al chiburi del settimo o decimo kata ci limitiamo a spostare le mani per aprire un angolo e dare alla spada un’inclinazione rispetto a noi.

Marco Lasalle
Chi conosce lo stato di vuoto sarà sempre capace
di dissolvere i problemi con la costanza
Shunryu Suzuki, Mente zen mente di principante, Ubaldini ed. Roma 1977