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Metsuke

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Metsuke – L’arte di vedere senza guardare

Quando ho dato il mio esame da 8° dan a Kyoto un Maestro della commissione che avevamo incontrato in Italia ed in Europa mi ha detto che il mio sguardo non va bene, si abbassa troppo presto e non ha la giusta fermezza.

A febbraio durante l’allenamento nel dojo del Maestro Ishido il Sensei mi ha detto praticamente la stessa cosa: lo sguardo non va bene.

Molti di noi hanno partecipato allo stage di Modena con il maestro Oda e hanno visto che ha insistito molto sull’importanza dello sguardo per gli esami dei gradi alti facendoci fare una serie di esercizi per migliorarlo.

Insomma è una cosa importante e per me un punto di debolezza.

So da dove nasce questo problema perché, da sempre, detesto che mi si guardi in ogni contesto della mia vita e, se sono obbligata dalle circostanze a sottostare allo sguardo di altri, erigo barriere di qualche tipo, lo sguardo è una di queste. Certo per la pratica dello iaido non è ottimale.

Il termine metsuke in senso stretto indica il modo di posare lo sguardo durante la pratica: non un punto fisso, non uno sguardo diffuso a caso, ma una qualità di visione che permette di percepire l’avversario. Se vogliamo possiamo distinguere metsuke da Enzan no metsuke “guardare la montagna lontana” che indica una modalità di sguardo diffuso e rilassato capace di abbracciare l’intero campo visivo senza concentrarsi su un punto singolo.  È uno stato di attenzione periferica allargata: l’occhio non insegue i dettagli, ma percepisce il movimento globale, l’intenzione, la totalità della scena.  (per un approfondimento potete guardare l’intervento di Cristina https://kiryoku.it/budo-jisho-29-enzan-no-metsuke/)

Miyamoto Musashi, Il Libro dei Cinque Anelli (Gorin no Sho)

Al di là della distinzione lo sguardo  è  importante.  Nello iaido usare correttamente lo sguardo è particolarmente difficile perché non c’è veramente un avversario ed il praticante deve costruire mentalmente una presenza, percepirne le intenzioni e rispondervi attraverso la forma. Senza uno sguardo educato correttamente tutto diventa privo di significato. Questo rende metsuke al tempo stesso più difficile e più rivelatore: uno sguardo basso rivela insicurezza, uno sguardo errante tradisce una mente non calma. Il Metsuke comunica a chi osserva il livello di comprensione e di profondità di pratica (anche il carattere)

Yagyū Munenori, la spada che dona la vita

Secondo il Maestro Oda esisto molti errori che riguardano l’uso dello sguardo. I più comuni sono i seguenti.

Il primo errore è la fissazione eccessiva: molti praticanti, nel tentativo di mantenere uno sguardo corretto, lo irrigidiscono fino a creare tensione intorno agli occhi e alla fronte. Uno sguardo focalizzato e teso produce contrazione muscolare, riduce il campo visivo e rallenta i tempi di reazione.

Il secondo errore è l’inconsistenza: lo sguardo è corretto durante la sequenza principale ma collassa durante le transizioni: il noto, il ritorno in posizione ecc.  Metsuke deve essere continuo, non a intermittenza.

Il terzo errore, più sottile, è confondere metsuke con l’espressione: alcuni praticanti adottano un’aria “dura” o strizzano gli occhi a fessura pensando che equivalga a una presenza forte. In realtà, un metsuke autentico non ha nulla di artificioso. È semplicemente lo sguardo di qualcuno che è completamente presente nel senso Zen dell’essere presenti al momento. Per questo può essere allenato anche con la meditazione.

Takuan Sōhō, Fudōchi Shinmyōroku

Come mi sto allenando per migliorare questo punto:

  1. Enzan no metsuke nella vita quotidiana: Allenare lo sguardo a posarsi su un punto lontano — come le montagne all’orizzonte — usando la visione periferica per catturare il contesto. Per esempio, al mattino durante la passeggiata con i cani ho la fortuna di vedere di fronte a me il Monviso (iconica montagna piemontese a forma di cuneo). L’occasione è perfetta guardo la montagna innevata lontana e contemporaneamente controllo cosa fa il cane anziano vicino a me. In sintesi alleno lo sguardo camminando.
  2. Mi alleno davanti allo specchio il martedì sera, mentre gli altri fanno jodo, osservando cosa fa il mio sguardo e cercando di ricondurlo nella posizione corretta. In dojo abbiamo gli specchi sui due lati della sala e rimandano l’immagine evidenziando l’eventuale perdita di concentrazione.
  3. Il Maestro Oda ci ha fatto fare pratica con un partner concentrando lo sguardo sull’avversario, questo permette di focalizzare bene e abitua la mente a non essere ingannata dai movimenti della spada o degli altri attorno a noi. Mi è più difficile applicare questo tipo di allenamento in dojo ma è molto utile.
  4. Pratica lenta. Eseguo i kata a velocità minima focalizzando l’attenzione sullo sguardo. La lentezza rivela le disconnessioni tra mente e corpo che la velocità nasconde. Ogni momento finale dei movimenti è un momento di verifica della presenza
  5.  Visualizzazione dell’avversario.  Prima di iniziare il kata, costruisco mentalmente l’immagine dell’avversario: distanza, postura, intenzione. Poi eseguo il kata mantenendo quello sguardo immaginario. Questo trasforma la forma da esercizio fisico a dialogo con il kasotechi.
  6. Mi faccio guardare da Claudio o da altri perché alla fin fine nulla sostituisce veramente un occhio esperto.

In teoria quanto studiamo nel dojo si trasferisce nella nostra vita quindi la capacità di vedere chiaramente senza essere trascinati dai dettagli, di mantenere la calma nella complessità, può diventare una competenza che trasforma il modo in cui siamo presenti nel mondo. In un’epoca in cui siamo sottoposti ad una iperstimolazione visiva e un’attenzione frammentata, la pratica dello sguardo può avere una sorprendente contemporaneità. 

In questo senso ogni sessione di iaido può diventare uno strumento per migliorare nel quotidiano come esseri umani.

— Yagyū Munenori, Heihō Kadensho

GAIJIN

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Gaijin.

Straniera.

Questa è stata la prima parola che mi è venuta in mente quando sono atterrata all’aeroporto di Narita, Tokyo. Immersa in un contesto diametralmente diverso da quello europeo, in cui ho sempre vissuto da cui mi sono allontanata per la prima volta grazie a questa esperienza, ogni mio riferimento culturale è stato messo in discussione e stravolto dall’incontro con l’Altro antropologico. In questa occasione, ho percepito chiaramente come le categorie di Noi e Loro vengano stravolte nel momento in cui la pelle diventa la differenza principale con i nativi del luogo, prima ancora che la lingua e la cultura di riferimento.

Improvvisamente, ero consapevole che chi guardava il mio viso non vedeva un riflesso di chi era, ma di chi non era, e si riconosceva in me non per le nostre somiglianze, ma per le nostre disuguaglianze.

All’improvviso, ho capito cosa volesse dire sentirsi l’Altro, essere l’Altro.

Nel Noi non c’era più spazio per me e per i miei compagni di viaggio. Naturalmente, a nostra volta abbiamo riproposto e vissuto nel Noi italiano come gruppo, alimentando, di fatto, quella sensazione di essere lo straniero. Parlando con una ragazza olandese che praticava jodo in dojo i nostri stessi giorni, ho capito quanto l’essere venuta per la prima volta in gruppo abbia fatto sì che questo senso di straniamento fosse in realtà mitigato dalla presenza di altri italiani. Lei, infatti, quando mi raccontava della sua prima esperienza in dojo, ha più volte sottolineato la sensazione di solitudine che l’aveva accompagnata per tutta la durata del suo soggiorno, sia a lezione con il sensei che al di fuori. Ascoltando, poi, anche la testimonianza di Claudio e Danielle sulle loro prime esperienze in Giappone, ho davvero capito quanto l’essere un gruppo abbia affievolito il mio non riconoscermi nella società che mi ha ospitata quasi due settimane. Soprattutto, ho toccato con mano quanto sia importante la figura del sensei come ponte tra il mio mondo e il mondo giapponese: è la chiave che permette di accedere all’interno del dojo e che consente di avere un contatto prolungato e privilegiato con il sensei nipponico.

Successivamente, è arrivata la barriera linguistica e rituale. La lingua giapponese non si compone solo di differenze nel suono e nella struttura grammaticale rispetto alle lingue neo latine, ma gran parte del senso di straniamento provato viene dai gesti che accompagnano le parole, o l’assenza di esse. Ogni aspetto della vita quotidiana sembra ritualizzata, e io non avevo gli strumenti per comprendere i rituali ed esserne parte attiva. Il senso di inadeguatezza nato dalla non comprensione delle regole implicite su cui si basa la società mi ha accompagnata in ogni momento, portandomi a chiedermi sempre se stessi compiendo il gesto giusto, se quell’inchino avesse un senso in quel contesto, se il mio modo di mangiare il riso fosse effettivamente coerente con quello di chi abita il luogo, quale lato tenere sulle scale mobili, come passare il denaro alla cassa del supermercato, se indossare la mascherina o meno a causa del raffreddore. Con il passare dei giorni, sfortunatamente, la situazione non è cambiata e, nonostante i miei sforzi di osservare, cercare di capire per poi

riprodurre ciò che osservavo, questo non è stato sufficiente a causa della mia ignoranza linguistica che mi ha impedito di comunicare veramente con la gente del luogo e, di conseguenza, di cogliere le sfumature di significato dietro ad ogni azione.

Il Giappone è una società dello sguardo, che è il principale strumento per l’apprendimento e per comprendere il proprio posto all’interno della società, e del gesto essenziale.

Chi pratica iaido conosce molto bene questo fatto. Arriva un momento, nella pratica di ognuno, in cui bisogna accettare che le nostre categorie di apprendimento, così come quelle relazionali, non valgono più e devono essere prese in prestito proprio da chi, da millenni, le applica a un contesto in cui noi occidentali siamo ospiti analfabeti e in cui dobbiamo muoverci mettendo profondamente in discussione chi siamo e cosa sappiamo.

Dobbiamo cercare di imitare l’Altro nei suoi silenzi e nei suoi gesti, consapevoli che, tuttavia, non potremmo mai diventarlo e che, probabilmente, non comprenderemo mai fino in fondo il perché di queste azioni e di questi silenzi. Nello iaido, spesso la ricerca del perché distoglie l’attenzione da ciò che è fondamentale, ovvero l’imitazione di ciò che viene osservato. Così come il Giappone è la società dell’imitazione, in Italia è abitudine domandarsi il perché e il come, e mettere in discussione qualsiasi cosa venga appresa e tramandata. È un processo che, spesso, porta alla semplificazione di certi concetti, necessaria per adattare l’oggetto di studio alla propria categorizzazione del mondo. Attraverso l’osservazione, invece, è il soggetto che deve adattarsi all’oggetto di studio, pur mantenendo comunque una certa individualità. Nel caso dello iaido, questa individualità è data dal fisico del praticante e dalla sua capacità di immaginare l’avversario nel tempo e nello spazio del kata.

Questo distacco mi è risultato evidente osservando le differenze nel modo di praticare di noi occidentali nel contesto giapponese rispetto ai frequentatori settimanali del dojo. Non è solo la struttura fisica di una persona giapponese ad essere diversa rispetto a quella occidentale, ma è soprattutto una questione di abitudini culturali trasmesse da secoli, e di un precoce approccio alle arti marziali che raramente si riscontra nel contesto italiano. La differenza che spesso si tende a ignorare sta nel fatto che lo iaido è un’arte marziale giapponese nata da uomini giapponesi per altri uomini giapponesi, e quindi ha, di base, un’impostazione adatta e un senso completo principalmente legato a quel contesto specifico. Non necessariamente questo preclude ad un occidentale di praticare iaido ad alto livello, ma quando ci si approccia al contesto natio dell’arte marziale è una premessa che è necessario tenere a mente.

In quest’ottica, dunque, il dojo diventa uno spazio sacro, ovvero un luogo al di fuori della nostra quotidianità, in cui questa non può, e non deve, entrare. Tutto ciò che conosciamo diventa un ostacolo all’apprendimento, in quanto pensato e categorizzato con il modello occidentale.

Lo sguardo diviene, allora, necessario, insieme al silenzio.

In particolare, è di fondamentale importanza osservare l’etichetta, che spesso nei dojo italiani non viene rispettata. Quando si entra in dojo non si sta entrando in una generica

palestra, ma si entra in casa del sensei, e davanti all’ingresso vi è un altare carico di significati filosofico-culturali che la maggior parte dei praticanti ignora. Eppure, la prima cosa che si deve fare, dopo essersi tolti le scarpe, è proprio inginocchiarsi davanti al kamidana in segno di rispetto. Successivamente, ci si inginocchia davanti al sensei prima di iniziare la lezione e quando questa finisce. Solo successivamente si accede di fatto al luogo.

Il sensei, in questo contesto, ancor più che in Europa, è un’auctoritas di cui fidarsi e a cui affidarsi. È il tramite con il passato, e ha il compito di formare nuove persone che portino avanti lo iaido alle prossime generazioni. Spesso nel contesto italiano ed europeo sento contestazioni fatte al sensei o tra i praticanti circa la veridicità di un kata, la sua applicabilità in un contesto reale. Come detto prima, è naturale che ci sia questo tipo di approccio nel contesto in cui pratichiamo, ma ritengo che sia necessario un cambio di prospettiva in chi pone queste domande. Stare a stretto contatto per tanto tempo con Kotaro sensei ha confermato la mia idea che ciò che noi conosceremo dello iaido sarà sempre e solo una minima parte, e questa conoscenza avrà senso solo se appresa tramite una modalità di conoscenza che passa attraverso il corpo, in un primo momento, e poi attraverso la concettualizzazione dell’azione. Durante l’esperienza in Giappone, cercare di fare questo è stato necessario anche in parte per ragioni linguistiche: quando la spiegazione orale non può funzionare, ecco che bisogna trovare altre strade per comprendere. Senza il passaggio mente-corpo, tutta la concentrazione di chi pratica viene messa nel cercare di percepire il proprio corpo nello spazio, nel tentativo di percepire se un movimento ha ragione di essere in un kata senza l’ausilio della vista. Un particolare interessante è che nel periodo in cui abbiamo fatto lezione in dojo mai una volta ho provato quella frustrazione tipica di quando non si riesce a capire un movimento, e non ho mai sentito la stanchezza di dover ripetere allo sfinimento un gesto o un kata. Questo è probabilmente dovuto alla mancanza della concettualizzazione: l’assenza del cercare di pensare l’azione ha portato inevitabilmente alla mancanza dell’aspettativa, che spesso è un ostacolo alla pratica ed è l’espressione del nostro ego.

Questa avventura giapponese mi ha regalato molte cose, di cui sicuramente farò tesoro per continuare a crescere nella mia pratica quotidiana.

La prima, la più importante, è la mia sete di conoscenza. Da quando mi sono innamorata dello iaido, ormai sette anni fa, ho aspettato solo il momento di andare in Giappone per poter toccare con mano che cosa voglia dire approcciarsi ad un prodotto culturale così importante. Dopo questa esperienza, il mio amore è stato solo alimentato e indirizzato. Sono grata di non essere andata prima: per questioni di giovinezza, angarafica e di pratica, sono certa che non avrei saputo affrontare questa avventura con la giusta capacità di osservare e di mettermi in discussione. Certamente, nel mio periodo lì ho fatto tanti errori, avuto tante mancanze. Ho sicuramente capito male certe correzioni, e dovrò lavorare duramente per continuare a crescere. Eppure, ho ancora più voglia di conoscere.

Successivamente, ho capito che il dojo è un luogo che va oltre i confini fisici e culturali. Nonostante faccia parte della Nazionale da anni e cerchi di partecipare il più possibile a stage

europei, questa scoperta ancora una volta mi ha piacevolmente stupita. Il dojo è davvero fuori dal tempo e dallo spazio, ha regole interne proprie che si devono accettare e seguire, nonostante le differenze personali, caratteriali e culturali. Ogni praticante è chiamato a seguirle perché solo in questo modo avviene una corretta trasmissione del sapere. Ognuno deve comprendere la propria posizione all’interno del contesto e, conseguentemente, relazionarsi con gli altri su questa base. Il contatto con la società giapponese, rigidamente gerarchizzata, mi ha reso molto chiara la necessità di sapersi muovere all’interno di queste dinamiche intrapersonali.

Mi auguro che negli anni a venire altri praticanti abbiano la mia stessa possibilità: sta alle nuove generazioni continuare ciò che altri prima di noi hanno iniziato, con energia nuova e una comprensione sempre maggiore. Bisogna trasmettere agli altri ciò che si impara, solo così possiamo crescere e portare avanti il passato. Solo così smettiamo di essere gaijin.

Irene Galeano

Nel novembre del 2022 pubblicai qui sul blog di Kiryoku un articolo dal titolo La Via e il Viaggio, nel quale riflettevo su come nell’esperienza occidentale di cammino nello iaido la dimensione del viaggio giocasse un ruolo di primo piano. A quel tempo scrivevo:
«A pensarci bene, poi, quando pratichiamo affrontiamo difficoltà molto simili a quelle che incontriamo durante un viaggio in un paese sconosciuto. Come per un viaggio, anche nello iaido dobbiamo correre il rischio di affidarci a chi ancora non conosciamo; dobbiamo imparare che è necessario fare errori, sentirsi stranieri, sperimentare la voglia di tornare a casa. Come un buon viaggio, che supera la semplice dimensione del turismo, anche lo iaido trova sempre molti preconcetti da correggere, e pretese da ridimensionare.»
Non immaginavo che qualche anno più tardi avrei compreso meglio quanto io stesso avevo scritto, proprio affrontando un lungo viaggio in Giappone per allenarmi insieme ai miei maestri.


Tra il 20 febbraio e il 4 marzo 2026 ho infatti avuto la straordinaria possibilità di intraprendere tale esperienza. Da quando ho iniziato a fare iaido, ho sempre percepito una sorta di soglia che separava me da quanti avevano la fortuna e l’onore di poter andare in Giappone per praticare. Non credo fosse solo questione di percezione. Da un punto di vista antropologico-culturale, il sistema tradizionale di progressione mediante esami e l’attribuzione di kyu e dan implica già di per sé un meccanismo di accesso alla conoscenza e alla creazione di
identità radicato nell’esperienza dell’iniziazione. Io inizio la pratica senza sapere cosa imparerò, o avendone soltanto un’idea piuttosto vaga: è l’esperienza stessa di apprendimento mediata da qualcuno di cui mi fido – il maestro – protratta nel tempo che segna la possibilità di crescita, e senza la quale non è possibile sostenere alcun tipo di esame. Viene perciò il momento in cui il mio percorso di apprendimento, ciò che ho fatto per mesi o anni in dojo, si rende visibile davanti ad un’esperienza puntuale che segna un cambiamento della percezione di me stesso e degli altri rispetto a me: passare l’esame, vincere una competizione importante, essere invitati in Giappone, sia pure in misura diversa, corrispondono a questa esperienza di passaggio da un prima ad un dopo.
Occorre essere chiari su un punto: nessuna delle esperienze citate è valida in quanto tale. Non sempre, e non solo nello iaido, un esame passato implica il valore espresso che tale esame avrebbe dovuto richiedere. Non sempre si vince una competizione perché si è più bravi di un altro e soprattutto non ogni spostamento è di per sé un viaggio significativo. Come dicevo già nel 2022, «anche lo iaido trova sempre molti preconcetti da correggere, e pretese da ridimensionare». Dico questo perché è facile, da una prospettiva europea e forse anche
un po’ ingenua, intendere ognuna di queste esperienze citate nei termini di garanzie di autorevolezza, talvolta fuorvianti.
E in effetti, la prima cosa che mi ha colpito dell’esperienza del dojo a Kawasaki è la straordinaria conoscenza e competenza nel budo, e non solo nello iaido, dimostrata dal maestro Ishido, che – non esagero – supera di gran lunga ciò che possiamo immaginare di conseguire da una prospettiva occidentale. Il concetto di profondità di pratica viene qui intimamente ridimensionato. E allora il primo insegnamento fondamentale che mi sento di aver appreso è: nello iaido non si arriva, si cammina.
Nello spazio angusto del dojo del maestro, ben diverso dalle palestre in cui spesso ci alleniamo in Europa, si pratica a turni, e la pratica è libera: ognuno allena ciò che ritiene più opportuno. I maestri (Kancho e Fuku-Kancho) osservano attenti, all’occorrenza correggono chi pratica, evidenziando il senso profondo di ogni gesto, spesso frainteso o applicato in modo scorretto. Si insiste per ore su ciò che si desidera imparare o perfezionare.
Ricordo con gratitudine la gentile e serena disponibilità dei sensei, e la cura non banale che hanno esercitato nei confronti di noi europei. Nonostante non sia un concetto nuovo, ho capito meglio perché il dojo, proprio in quanto luogo, sia lo spazio in cui si rende possibile la crescita: vi si pratica con attenzione e rispetto, vi valgono norme e concetti insoliti e il kamidana presso shomen lo qualifica come spazio liminale, sacro. Si dice che il buon viaggio sia quello che ti fa tornare volentieri a casa. In questo viaggio in Giappone non c’è
stato soltanto il tempo della pratica, profondamente soddisfacente, ma proprio verso la fine, c’è stata anche la voglia di tornare a casa. Il 28 febbraio 2026 è stato anche il giorno di inizio della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Anche sul nostro gruppo in Giappone questo ha avuto ripercussioni. La Kawasaki in cui soggiornavamo, divenuta ormai familiare, ci ha ricordato quanto distanti fossimo in realtà dalle nostre case in Europa. La guerra ha avuto impatti devastanti sulle principali rotte aeree in Asia a causa del coinvolgimento dei paesi del Golfo. Anche tutti noi ci siamo trovati senza più un biglietto di ritorno e in poche ore abbiamo dovuto trovare un modo per tornare a casa sani e salvi. Certo, nonostante un po’ di apprensione e il portafogli più leggero, è andato tutto bene, ma personalmente credo che, ancora una volta, questa esperienza ricalchi da vicino ciò che intendevo esprimere nel 2022: «dobbiamo imparare che è necessario fare errori, sentirsi stranieri, sperimentare la voglia di tornare a casa. Come un buon viaggio, che supera la semplice dimensione del turismo, anche lo
iaido trova sempre molti preconcetti da correggere, e pretese da ridimensionare». Non posso non ricordare con gratitudine il fatto che questo non è stato un viaggio in solitario. Il Giappone sarebbe stato molto diverso senza le persone care con le quali è stata condivisa questa esperienza. Ricordo con affetto i preziosi consigli di Claudio e Danielle, la guida paterna di Carlo, le piacevoli colazioni con Paolo,
l’allegria intelligente di Stefania e Cristina, lo stupore e l’entusiasmo contagioso di Davide e Irene. Anche queste non sono cose banali, sono parte concreta dell’esperienza che lo iaido reca con sé. Mi ha fatto piacere rivedere dopo diversi anni anche Alex, amico e compagno di pratica, che la vita ha portato da un piccolo paesino dell’entroterra di Albenga alla capitale Giapponese.
Le memorie di viaggio sono un genere letterario che facilmente scivola su derive intimiste, forse poco interessanti per i lettori. Sarebbe forse fuori luogo descrivere le impressioni che mi hanno accompagnato: dalle luci abbaglianti di Tokyo al profumo di legno all’interno del dojo, di prima mattina, simile a quello delle panche in un tempio; dall’acqua fresca del Pacifico sulla spiaggia di Odawara, che sapeva di casa, al sorriso del gestore del Tears’ drop Bar mentre ascoltava la musica dei suoi vinili. dall’accogliente sapore della zuppa di miso, al momento in cui mi sono tornate in mente le parole di Winckelmann davanti alle grandi statue di Buddha e di Kannon, tutt’altro che classiche, eppure: nobile semplicità, quieta grandezza! C’è stato molto di più di un intenso allenamento.
È stato un bel viaggio, ma non è la fine e nemmeno l’inizio. Nello iaido non si arriva, si cammina.

Vittorio Secco

L’angolo Zen

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Takuan Sōhō, La saggezza immutabile, il Cerchio ed.

L’angolo Zen

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Shunryu Suzuki, Mente zen mente di principante, Ubaldini ed. Roma 1977