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L’angolo Zen

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Takuan Sōhō, La saggezza immutabile, il Cerchio ed.

Hirayama Heigen

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«Il capitolo di Chuang-tzu sulla spada dice: “Uno spadaccino entra in azione dopo l’avversario, ma colpisce
prima di lui.” Il principio è quello di rendere il tuo corpo un’esca per il nemico, cominciando lentamente, in
modo che l’altro non possa trattenersi dall’attaccare. Se trai vantaggio da questo per agire con la tua spada,
cogli lo slancio del nemico in calando e lo abbatti con un colpo solo. Così anche se aspetti, è come se fossi in
anticipo.»


Hirayama Heigen (1759-1828), in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido Sourcebook,
Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, p. 238].

È agli antichi scritti del mistico e filosofo cinese Chuang-tzu (o Zhuāngzǐ) che Hirayama Heigen si affida per esprimere un concetto apparentemente contraddittorio eppure fattuale per chi si dedichi allo studio della spada: «Uno spadaccino entra in azione dopo l’avversario, ma colpisce prima di lui». Anche se questo detto non è sempre valido, perché talvolta – specie nel koryu – occorre prendere l’iniziativa per primi contro l’avversario, ci sono molti contesti in cui l’affermazione di Chuang-tzu si applica perfettamente alla logica dei movimenti dello iaido. In quasi tutti i kata della ZNKR questa logica è assolutamente rispettata. Se si pensa a forme come uke- nagashi si può vedere bene come si applichi il principio indicato da Hirayama Heigen: «rendere il tuo corpo un’esca per il nemico, cominciando lentamente, in modo che l’altro non possa trattenersi dall’attaccare». Per molti principianti è difficile comprendere come la lentezza di un’azione consenta di arrivare prima rispetto alla velocità di attacco; per questo motivo, uno dei classici errori che si compiono nell’esecuzione del terzo kata è salire in ginocchio velocemente per poi spezzare l’azione nella salita. Certo, anche un’azione spezzata può essere veloce, ma sarà comunque più lenta dell’azione dell’avversario nell’individuare il bersaglio. Se la reazione all’intenzione dell’avversario è ansiosa sarà già perdente, perché lascerà stabilire all’avversario il ritmo di tutta l’azione.
Assumere una posizione velocemente, e non semplicemente passare fluidamente per essa, equivale a dare un’indicazione all’avversario, che saprà trarne vantaggio, mentre far credere all’avversario che possa colpire con successo il bersaglio da lui desiderato per poi sorprenderlo nel momento in cui non potrà più cambiare idea significa vincere. La rapidità di esecuzione di un’azione naturalmente non è irrilevante, ma dipende essenzialmente da ciò che immaginiamo faccia il nostro avversario. Probabilmente occorrerebbe introdurre una distinzione terminologica. Si potrebbe dire che, in questo contesto, si intende per velocità la durata di esecuzione delle singole azioni che compongono una data situazione; mentre per rapidità si intende la durata complessiva di esecuzione della somma di tutte le azioni che compongono l’interazione con l’avversario in una data situazione. In altre parole, la velocità è una categoria astratta rispetto all’effettivo comportamento dell’avversario: si tratta dell’espressione di un bias cognitivo, che di fatto decontestualizza l’azione rispetto al contesto specifico che la richiede. Il fatto che un’azione richieda meno tempo per essere eseguita non la rende necessariamente sensata nel suo contesto. Affrettare la salita in ginocchio nel terzo kata semplicemente genera uno stop perché non dà il giusto tempo al praticante per preparare l’azione successiva di salita, e così facendo offre un facile bersaglio all’avversario, che non avrebbe difficoltà a spostare il proprio taglio di pochi centimetri dal punto iniziale. Al contrario, la rapidità di esecuzione è intimamente in relazione con il proprio specifico contesto e preserva il rapporto armonico tra le diverse azioni che compongono la risposta nella situazione data. In altre parole: se il mio avversario è rapido, dovrò esserlo anche io, ma questo non significa che ogni azione che compone l’insieme della mia risposta si svolga alla medesima velocità. È un po’ come nella musica. Ora il nostro concetto di rapidità si può ben concettualizzare come l’aumento dei bpm o in un andamento più sostenuto: nel passaggio da adagio ad andante la melodia apparirà accelerata, ma sarà ancora riconoscibile come tale. Se invece si modificassero arbitrariamente le durate relative delle singole note, o si rimuovessero tutte le pause, la melodia perderebbe la propria struttura e cesserebbe di essere riconoscibile. I maestri insegnano che un uke-nagashi può essere eseguito in modo sensato nel lasso di tempo che occorre ad un jo perpendicolare al terreno per cadere a terra. Eppure, anche questa mirabile esecuzione parte dopo rispetto all’avversario e alla sua intenzione di colpirci. Ho la netta sensazione che uno dei problemi principali di chi pratica – e in molti casi anche di chi scrive – sia che il carattere individuale delle tecniche finisca per oscurare la natura intimamente relazionale del combattimento, che invece esige armonia per essere reale.

L’angolo Zen

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Shunryu Suzuki, Mente zen mente di principante, Ubaldini ed. Roma 1977

Women in Iaido 5

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La fine di febbraio e l’inizio di marzo è stato, per me, un periodo molto intenso da un punto di vista dell’apprendimento dello iaido. Infatti, appena tornata dal Giappone, sono subito dovuta ripartire alla volta della Francia per partecipare al mio primo seminario di Women in iaido tenuto da Takizawa sensei.

Per la prima volta, sono riuscita a fare esperienza di alcune sfumature dello iaido che non avevo mai colto. È vero, non esiste uno iaido per uomini e uno iaido per donne, lo iaido è uno solo, come è stato ribadito più volte nel corso del seminario, ma esistono uomini e donne che praticano iaido. Dunque, inevitabilmente, si fa esperienza di alcune differenze fondamentali.

Il mio modello principale è sempre stato quello maschile occidentale, e, dopo queste due giornate di stage, ho capito quante sfumature di diversità io mi sia persa in questi sette anni. Non è solo una questione di come ci si veste, di come si porta la spada, di come essa venga gestita per evitare impicci derivanti da un corpo diverso rispetto a quello che ha creato lo iaido, ma è soprattutto una questione di energia.

Nel mio quotidiano, lo iaido di cui faccio esperienza è prettamente un mondo maschile, fatto di forza e prestanza fisica. Un mondo in cui se si appare più possenti si ha una marcia in più rispetto a chi è più minuto, perché si cattura meglio lo sguardo, perché si appare più bello da vedere. Quando osservo lo iaido che mi circonda, tuttavia, questo appare rumoroso, arricchito da sovrastrutture che non hanno motivo di essere, in quanto è un’arte marziale del gesto semplice, naturale. Del silenzio.

Nello iaido di Takizawa sensei questa differenza appare in modo eclatante. Ogni movimento è netto, pulito, quieto. Questo non implica che sia meno efficace o più debole, ma, al contrario, è una perfetta dimostrazione di come dovrebbe essere indirizzata l’energia affinché sia efficace. Elaine sensei mi ha reso molto chiaro questo concetto quando mi ha dato una correzione personale. Il mio iaido, stando alle sue parole, ha delle basi solide ed è molto energico: è, nel complesso, un buon modo di praticare. Tuttavia, il mio più grande difetto al momento è proprio quello di avere troppa energia e non saper dove indirizzarla, come canalizzarla affinché sia posta solo dove serve. Kanto sensei, successivamente, mi ha dato una correzione molto importante, su cui dovrò lavorare a lungo: devo imparare a tagliare con i piedi. Questa credo sia una grande mancanza del mio iaido e, probabilmente, è l’errore più comune nel contesto europeo: siamo abituati a pensare che il taglio parta delle braccia e dalla schiena, che sia necessario coinvolgere la muscolatura dalla cintola in su e, anche se ci viene ripetuto che è un errore, comunque tutti inseguiamo la sensazione del taglio potente, della spada che fa un bel fischio, nonostante questo non sia assolutamente necessario al fine di costruire uno iaido efficace. Osservando Takizawa sensei, invece, è evidente come nella parte alta del corpo non ci sia la minima forza o rigidità, ma tutta l’energia parte dalle gambe e, citando Kanto sensei, dai piedi. Sicuramente, non è una novità, né una correzione che non mi è mai stata fatta anche dai sensei italiani, ma osservare dal vivo un uso del corpo a cui non sono abituata ha sicuramente creato un modello nel mio immaginario a cui tendere con il tempo.

Il tema principale del seminario è stato proprio l’uso del corpo e come avere una corretta postura. Stando alle parole di Takizawa sensei, una corretta postura porta a non compiere alcuni piccoli errori che solitamente accadono e ne nasconde altri che, senza l’ausilio del corpo, risultano molto più evidenti. Osservando la postura della sensei, la due cose che mi hanno più colpita sono state la distanza tra i piedi e l’uso del tallone del piede sinistro. Infatti, nella mia idea di iaido, i piedi sono sempre distanti e, anzi, più sono distanti più il kata appare esteticamente bello da vedere. In parte, questa mia convinzione è vera, in quanto avere una postura con i piedi troppo ravvicinati non è corretta. Spesso, tuttavia, ho la sensazione che per questa ricerca dell’estetica si perda l’efficacia del corpo e la capacità di poter continuare, in un contesto di realtà, un possibile combattimento. La seconda grande differenza sta, appunto, nell’utilizzo del tallone del piede sinistro. Osservando questo particolare, mi sono resa conto di come tutta la mia postura sia errata. Non prestando sufficiente attenzione a questo particolare, tutto il mio iaido risulta spostato in avanti e in disequilibrio. Mi è stato ribadito più volte nel corso degli anni il concetto di dover pensare ad una linea immaginaria che parte dalla cima del capo e finisce esattamente a metà tra i miei piedi ma, ancora una volta, pensando a questa idea la mia attenzione è andata alla parte alta del corpo, alla schiena e alla gestione delle anche, che però ho capito essere scorretta in quanto porto il bacino in avanti e le spalle indietro, perdendo la linea della schiena. Portando l’attenzione alla parte bassa del corpo e al tallone, tutto il mio baricentro viene spostato nella posizione corretta, leggermente più indietro rispetto a quello a cui sono abituata, che mi permette, di fatto, di riuscire a gestire meglio gli spostamenti da compiere durante l’esecuzione dei kata.

La novità più grande che ho imparato in questo seminario è il fatto che lo iaido può, a tutti gli effetti, essere adattato a corpi differenti e che non è necessario cercare di imitare uno iaido maschile per renderlo efficace. Una domanda che mi ha colta di sorpresa durante lo stage è stata posta da Takizawa sensei a noi praticanti: ha chiesto chi di noi stesse indossando il trucco in quel momento. Una domanda che può sembrare banale, ma che secondo me racchiude il concetto fondamentale di questa scoperta: non bisogna rinunciare a ciò che ci fa sentire complete e a nostro agio, nemmeno in questo contesto. Naturalmente, non può essere qualcosa di appariscente, che distragga o che attiri l’attenzione, ma che comunque fa sentire a proprio agio chi ne fa uso. Ho imparato che non è necessario, quindi, imitare un modello maschile affinché lo iaido sia valido, ma posso e devo portare tutta la mia persona, anche la mia femminilità, nella pratica.

Lo iaido è uguale per tutti, ma non per questo deve essere omologante e omologato. Non è necessario che io imiti lo iaido altrui anche nel modo in cui viene vissuto, ma devo costruirne uno che sia fatto su misura per me.

In questo “me” rientra anche il mio essere donna.

Irene Galeano