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Hakuin Ekaku

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«Se la tua energia mentale continua ad alimentare la sfera dell’ombelico, oceano di energia e campo dell’elisir, e lo spazio tra la cintola e le gambe, e non la fai retrocedere per un momento, nemmeno mentre stai lavorando o incontri delle persone, allora l’energia di base riempirà naturalmente il campo dell’elisir, e la parte bassa dell’addome assumerà una forma leggermente arrotondata come una palla. Se la gente riesce a coltivare questo stato, allora può stare seduta tutto il giorno a meditare senza fatica, recitare da mattina a sera senza stancarsi, scrivere per ventiquattro ore senza sforzo, parlare all’infinito senza prostrarsi.»

Hakuin Ekaku (1686-1769) in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido Sourcebook,
Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, p. 146]

Nei primi dieci o quindici anni di pratica dello iaido l’attenzione del praticante è solitamente rivolta all’esecuzione corretta di singoli movimenti che costituiscono l’insieme di una forma, poco importa che questa sia un kata complesso o un semplice esercizio di kihon. Il maestro mostra come la forma dovrebbe idealmente svolgersi, e gli allievi tentano di imitarlo, magari spezzando e analizzando i singoli movimenti o (idealmente) rallentando l’azione per poterla studiare. Questa fase di apprendimento è necessaria e produce senza dubbio frutti apprezzabili. Già dopo un paio di anni, una persona particolarmente dotata, anche inizialmente del tutto aliena all’uso della spada, può conoscere ed eseguire in modo sostanzialmente corretto diversi kata ed esercizi. Arriva però un punto, nel percorso di pratica di un individuo, nel quale questo tipo di esercizio non basta più. Attenzione, non significa che non sia più necessario, ma che non è più sufficiente. Dopo circa dieci o quindici anni di pratica costante mediamente il problema non riguarda (o non dovrebbe riguardare) più la tecnica in sé, – Un praticante di livello avanzato naturalmente può commettere errori tecnici, come tutti, ma solitamente è in grado di correggersi velocemente laddove glielo si faccia notare – il vero problema è dove riporre la propria energia mentale (ki).
Non si tratta qui tanto di “concentrazione” nel senso analitico del termine, ma dell’impostazione generale del nostro impianto energetico durante la pratica. I praticanti più giovani (tra i quali si colloca chi scrive), e forse gli uomini in misura maggiore rispetto alle donne, tendono inconsciamente a distribuire l’energia mentale nella parte superiore del corpo, portando così ad un impiego non necessario di forza nel taglio e alla rottura dell’armonia complessiva durante l’azione. Hakuin Ekaku ci ricorda una grande verità che trova la sua applicazione proprio nell’uso della spada. Quello che è stato tradotto correttamente, sia pure in modo un po’ letterale, in italiano come “campo dell’elisir” o“oceano di energia” altro non è se non la parola giapponese tanden (丹田) o più precisamente, il tanden centrale, il punto energetico posto all’interno del ventre, a circa 4cm sotto l’ombelico. Questa zona e l’attenzione energetica che la coinvolge vengono comunemente chiamate seika tanden (気海 丹田) e hara ( 腹). Il maestro fa notare come un’alimentazione costante e attenta di questa zona durante la vita di tutti i giorni provochi un naturale irradiamento di energia dal basso e permetta di accedere a stadi sovrumani di resistenza nel campo della meditazione, della pratica religiosa, nello studio e nell’eloquenza. Sono piuttosto sicuro che questo sia il tipo di obiettivo per il quale mi dovrei personalmente esercitare più di ogni altro.

L’angolo Zen

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Shunryu Suzuki, Mente zen mente di principante, Ubaldini ed. Roma 1977

NULLA ACCADE PER CASO

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Recentemente, mi è ricapitato tra le mani un vecchio libro di Aikido di Koichi Tohei, intitolato “Il KI nella vita quotidiana”, che avevo comprato tanto tempo fa, all’inizio della mia pratica. La storia di Tohei è, per molti versi, simile a quella di altri allievi diretti del Morihei Ueshiba, il fondatore dell’Aikido: dopo varie esperienze ritenute non pienamente soddisfacenti, era infine approdato a quest’arte e l’aveva fatta propria, diventandone in breve tempo uno degli esponenti di spicco, al punto da essere inviato alle Hawaii da Ueshiba stesso, agli inizi degli anni ’50, con il compito di iniziare a diffondere questa nuova disciplina al di fuori dei ristretti confini del Giappone. Dalle isole Hawaii agli Stati Uniti il passo fu breve e i grandi successi raccolti da Tohei in quelle terre lontane gli valsero successivamente, cosa più unica che rara, il conferimento del 10° dan da parte dello stesso fondatore. Ma, come spesso accade, le cose erano destinate a cambiare. Tohei aveva sempre posto, più di chiunque altro, una particolare enfasi sullo sviluppo del KI, rendendo la tecnica quasi un aspetto secondario della pratica rispetto ad esso. Le tensioni con gli altri istruttori anziani, acuite soprattutto dopo la morte del fondatore, portarono ad un’inevitabile spaccatura e al conseguente allontanamento di Tohei dall’Aikikai, l’organizzazione principale dell’Aikido guidata dal figlio di Ueshiba. Negli anni ’70, Tohei fondò la Ki no Kenkyukai, dedicata alla diffusione del suo KI-Aikido. In realtà, niente di nuovo: altri allievi della prima ora (uchi deshi) di Ueshiba, come Gozo Shioda e Morihiro Saito, ciascuno convinto che la propria interpretazione dell’Aikido fosse più vicina al messaggio originale, avevano già abbandonato prima di lui la via maestra, e avevano raggiunto anch’essi una certa notorietà in Giappone e all’estero. Analogamente ai suoi omologhi, Tohei scrisse molto, ma un suo tratto caratteristico è sicuramente quello di non essersi limitato ai soliti manuali di tecniche. Al contrario, molti dei suoi libri, come quello a cui accennavo all’inizio, affrontano un tema di estremo interesse, ovvero la concreta applicazione dei principi del suo KI-Aikido nella vita quotidiana. A questo proposito, Tohei scrive nella prefazione al suo libro:

Queste parole racchiudono, a mio avviso, un messaggio estremamente importante. Troppo spesso, infatti, siamo portati a svilire la nostra pratica, relegandola alle poche ore di allenamento ed escludendola dalla parte preponderante della nostra vita. La cura del portamento, la ricerca quasi ossessiva della perfezione del gesto, l’attenzione verso ritmi, tempi, distanze – tutti aspetti fondamentali delle nostre discipline – perdono drammaticamente di significato se cadono in una quotidianità grossolana, approssimativa e dominata dalla banalità.La vita può essere un campo incolto o un giardino: in quest’ottica, le arti marziali non sono un fine, ma uno strumento, un’opportunità di crescita globale. Ritrovare questo libro letto e poi dimenticato mi ha veramente colpito, in quanto, da diverso tempo ormai, sono proprio alla ricerca di queste cose

Nulla accade per caso, almeno così dicono.

L’angolo Zen

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Kosho Uchiyama Roshi, La realtà dello Zazen Ubaldini ed.