«Nel mondo ci sono molti che amano dare lezioni, ma sono pochi quelli che si rallegrano nel ricevere un insegnamento, e sono ancora meno numerosi coloro che praticano l’insegnamento ricevuto.»

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure I, 154 (trad. it. L. Soletta)

Chi pratica iaidō da alcuni anni si sarà probabilmente accorto che occuparsi di questa disciplina implica anche riflettere, in modo più o meno diretto, sulla dinamica di apprendimento e trasmissione dei saperi.

La stessa struttura gerarchica alla base della nostra pratica in dojo presuppone che ci siano dei maestri e degli allievi, e anche a livello più basso, dei kohai e dei senpai. Tutto questo, naturalmente,  non è privo di ricadute sul percorso individuale di ogni praticante.

Il detto di Tsunetomo che ho scelto di proporvi in questa sede è lo specchio di una realtà quanto mai attuale, e non solo nel campo delle arti marziali.

Del resto, proprio a partire dalla pratica dello iaidō nei dojo o negli stage, chi di noi non si è scontrato in qualche modo con la realtà di questo detto?

Chi scrive è in buona compagnia rispetto a quanti amano dare lezioni, e questo è veramente un punto su cui vale la pena di riflettere. Quante volte capita che durante l’esecuzione di una serie di kata, ad un certo punto qualcuno interrompa la propria pratica per correggere o semplicemente fare osservazioni sull’esecuzione di un compagno di dojo? Credo in tutta onestà che questo sia un fenomeno più frequente di quanto vogliamo ammettere. Naturalmente, con questo non voglio dire che nessuno possa dare pareri o esprimersi, tanto più che, come ho premesso, nella pratica la presenza di un insegnante è in qualche modo fondamentale. Tuttavia, rimane sempre la tentazione,  alla quale in misura più o meno maggiore tutti siamo esposti, di proiettare all’esterno le nostre conoscenze ed acquisizioni (spesso recenti), per assumere un qualche ruolo di presunta autorevolezza. Vogliamo essenzializzare il nostro percorso, trasformando un cammino in una posizione. Succede, siamo esseri umani. 

Del resto, preso atto di questa tendenza insita nel processo di apprendimento, occorre confrontarsi con la dialettica posta in essere dalle ultime affermazioni del detto di Tsunetomo.

Nella costruzione di questa climax discendente, colpisce il fatto che i molti desiderosi di apprendere non coincidano ancora con gli ancor meno numerosi individui capaci di applicare gli insegnamenti ricevuti. E qui le cose si complicano.

Perché se da un lato qualunque persona armata di umiltà e buona volontà è in grado di uscire più o meno indenne dalla prima affermazione, le ultime due creano uno spazio di inquietudine non banale. La domanda alla base di questo sentimento è: “sono davvero sicuro di imparare?” Questo interrogativo si porta con sé varie riflessioni, dal controllo sulle proprie azioni al concetto di riproducibilità dell’insegnamento ricevuto, e probabilmente tocca il piano dei bias cognitivi più di quanto saremmo disposti ad ammettere.

L’insegnamento dello iaidō è sostanzialmente basato su un rapporto di copia analogica, cioè si può esemplificare attraverso l’imperativo: “fa’ come faccio io”. Naturalmente questo non basta, almeno a noi occidentali, e dunque avremmo bisogno di concettualizzare e darci delle ragioni che rendano chiara una ben distinguibile rete causale alla base di un gesto semplice. Sul piano pratico, un gesto apparentemente semplice come puntare il piede sinistro dietro la spalla sinistra prima dell’esecuzione del nukistuke di Mae spesso non viene neppure percepito da quanti osservano l’esecuzione di quel kata, ma deve essere esplicitamente mostrato ai discenti. Per apprendere realmente quel gesto occorrerà poi riflettere per mesi durante una pratica lenta e attenta del kata, pena ricadere nel vecchio errore.

In più occasioni i maestri ricordano come dopo ogni allenamento o stage il nostro cervello assimili soltanto un numero molto limitato di informazioni rispetto a quelle effettivamente ricevute. Davanti a questo limite, che diventa sempre più evidente con l’approfondirsi della pratica, occorre rendersi conto della processualità del proprio cammino di apprendimento, e non essenzializzare la propria via  (es: sono 4° dan, quindi…). Nulla si dà per scontato, e apprendere questo significa affermare una realtà semplice quanto fondamentale nella pratica dello iaidō: la via ha a che vedere con il divenire, e non con l’essere.

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