Di seguito abbiamo raccolto alcune riflessioni dei partecipanti della squadra Italiana ai campionati Europei di Praga 2025. Da parte mia volevo solo fare una riflessione su quanto possa essere difficile organizzare un campionato europeo, non per colpa delle persone che si sono spese e hanno lavorato per la riuscita ma per una serie di fattori concomitanti difficili da prevedere a priori, primo fra tutti il freddo. E’ stato devastante e a poco sono serviti tabi e canottiere sotto il Montsuki. A Novembre è impensabile usare una palestra senza riscaldamento. In secondo luogo l’ospitalità dell’albergo, più di una volta i ragazzi sono dovuti andare da Mc Donald per comprarsi il cibo perchè era finito, stessa cosa al Sayonara, niente posto ai tavoli, come per la colazione, e per molti niente cibo. Ripeto sono questioni a latere dei campionati ma sono altrettanto importanti.
Ora vi lascio alle riflessioni serie (o meno)

Anton Voroshylov
Ed eccoci qui, al pensiero post gare.
A questo giro voglio ringraziare veramente le Team Manager.
Ovviamente non cito altri NON perché non siano stati essenziali, ovviamente i Maestri in dojo, gli stage, la propria pratica, i compagni di Nazionale e anche i compagni fuori da essa sono essenziali.
Questa volta voglio ringraziare le Team Manager per l’eccellente lavoro svolto e dedizione messa.
Se chi gareggia può avere la testa libera e concentrata per potersi esprimere al meglio dopo la fatica di un anno intero sono Loro.
Sono Loro che ti dicono a cosa, dove e quando fare durante tutto l’evento, sono Loro che ti forniscono supporto per qualsiasi necessità, sono Loro che sono costantemente concentrate, ma non solo durante le competizioni…
No.
Loro stanno lavorando da mesi per far sì che tu ti possa esprimere al meglio, tu ti devi solo preoccupare dei tuoi bisogni naturali.
Grazie Anna.
Grazie Diana.
In più volevo fare una piccola parentesi sulle gare a squadra:
Abbiamo combattuto ed espresso a parer mio il nostro miglior iaido, quest’anno niente medaglia per la squadra, ma penso che il livello sia alto e questo mi sprona ancor di più a migliorare.
Abbiamo perso perché gli “avversari” erano più forti e non perché abbiamo fatto del nostro peggio.
Abbiamo dato il massimo e non è bastato, questo vuol solo dire che bisogna cambiare qualcosa, ripartire e modificare.
Questo vuol dire migliorarsi, ho giocato a Rugby per qualche anno durante la mia adolescenza e devo dire che ho imparato un sacco di lezioni che mi hanno aiutato a crescere come persona, una tra queste è:
“Non è importante quante volte cadi, ma quante volte ti rialzi.”
Mai uscire dal campo a testa bassa, anche se si perde bisogna uscire sempre fieri di ciò che si è fatto.
Siamo ancora vivi, abbiamo ancora speranza e forza, si riparte a testa alta.
Lo iaido mi sta continuando ad insegnare un sacco, sia fuori che dentro il dojo, lezioni da portare con sé nella vita quotidiana, per migliorarsi e migliorare chi ti sta vicino.
Grazie mille per questa esperienza fantastica!
“
Grazie mille!

Kevin di VoZzo
Quando anche quest’ anno ci hanno chiesto di condividere dei pensieri sulla propria esperienza a questi Campionati Europei di iaido, ho deciso di condividere e raccontare da un punto di vista introspettivo quello che è successo nella mia testa.
Spero che questo viaggio possa aiutare chi sta vivendo un momento di difficoltà, o chi si sente bloccato nella propria crescita, o semplicemente chi non ha raggiunto, almeno questa volta, il traguardo ambito.
Un anno fa, al termine degli scorsi campionati europei, ci chiesero come di consueto di scrivere un articolo ed io scrissi queste parole senza mai pubblicarle: “Voglio dedicare queste righe a tutti coloro che hanno subito una sconfitta o che almeno una volta non hanno raggiunto il risultato sperato. Voglio raccontarvi come proprio da una sconfitta è nata questa vittoria.
Questa medaglia d’oro è iniziata un anno fa, il 9 novembre 2024, quando per la prima volta in 4 europei, guardavo la finale seduto dagli spalti invece che viverla nello shiai di gara.
Ero appollaiato li, amareggiato, deluso e avevo paura di aver deluso i miei compagni, i miei coach, che non meritavo quel posto in nazionale, che qualcun’ altro lo avrebbe meritato piu di me”
Poi, mi resi conto che i miei pensieri intrusivi stavano prendendo il sopravvento e mi fermai, tutto quello che frullava nella mia testa in quel momento era semplicemente un’esagerazione. Quando si viene scelti per rappresentare l’ Italia è già un onore indossare soltanto la tuta della nazionale e tutto quello che riusciremo a portare sullo shiai di gara, condizione tecnica, fisica e mentale è il meglio che possiamo offrire in quel momento, errori compresi. Lasciai quindi queste note scritte sul mio telefono datate 11/11/2024 soltanto come promessa a me stesso. Non ho predetto la mia vittoria, l’ho costruita giorno dopo giorno per un anno intero.
Mi è stato chiesto di ricostruire il mio Iaido, perché il passaggio alla categoria 3 DAN richiedeva un altro livello di tecnica. In primis il mio taglio andava rifatto da 0 e così ho fatto, ripartendo dalle basi, pezzo dopo pezzo ho smontato tutte quelle che erano certezze per poter ricostruire da capo.
I 4 mesi che seguirono ho dovuto fare un patto con me stesso: ho dovuto mettere da parte l’orgoglio, le medaglie vinte, posare la spada in un angolino le prime settimane e ripartire a lavorare dal corpo come fossi un mukyu. Ho quindi iniziato a lavorare sulle basi dei Kata, andando a rileggermi il libro per l’ ennesima volta cercando di sfogliarlo con gli occhi di un principiante, con la curiosità di uno che lo legge per la prima volta. E mentre provavo a piccoli pezzi ogni singola parte era come se li stavo insegnando a me stesso, di nuovo. Sono arrivato ai campionati italiani di febbraio con un ritmo nuovo, più lento, più calmo che non mi era mai appartenuto prima, ho dovuto provare a me stesso che potevo esprimere un buon Iaido anche a una velocità diversa ed è andata bene. Quindi ho dovuto avere pazienza, i mesi che seguirono i campionati italiani, fino alla fine dell’ estate, mi sono serviti a rimettere insieme ogni singolo pezzo. Ho scelto di continuare a lavorare sulla stessa strada e ho dovuto accettare di fare i Kata in maniera elementare, pensando ai miei movimenti, ricostruire i legami con questi nuovi rapporti. Il momento più difficile sono state forse le settimane che hanno preceduto il taikai di Giugno dove avevo ancora molte cose da sistemare ed ero combattuto tra prepararmi per una gara (e chi mi conosce sa quanto mi piace dimostrare fighting) o continuare a costruire quello che stavo facendo. Ho accettato di subire qualsiasi conseguenza, e di continuare a lavorare sulle singole tecniche. il mio Kirioroshi a volte non fischiava, mi muovevo ancora a blocchi e nonostante questo anche in quelle settimane ho mantenuto la fiducia nel mio progetto. Un arbitro che stimo molto mi disse “il tuo livello è molto alto, ma oggi semplicemente non c’ eri” ebbene ne ero consapevole ma ho accettato anche questo, perché nel mirino avevo messo Novembre, nel mirino avevo il mio riscatto ai Campionati Europei.
Avrei dovuto aspettare ancora un po’, mancava ancora qualcosa. Nel frattempo mi fecero notare che il mio kirioroshi, seppur diverso da prima, era ancora immaturo e avrei dovuto lavorarci un po’.
Così sono tornato a casa e per i successivi 4 mesi nei miei allenamenti da solo ho eseguito soltanto Kirioroshi. Ho provato di tutto, a percepire la coordinazione delle mie dita, il bilanciamento delle due mani, “forse dovrei aggiungere shibori”, “forse è colpa dell’ eccessiva mano destra”… E ogni volta che pensavo di aver trovato la soluzione, non funzionava. Ma non mi importava, continuavo ad alzarmi la mattina alle 6 per fare un’ora di soli Kirioroshi, il sabato 3h in Dojo fermo davanti allo specchio ad eseguire un solo movimento. Non mi importava che per mesi interi sembrava non stessi andando da nessuna parte pur facendo una sola, dannatissima tecnica, perché ero consapevole che anche se al momento non stavo ottenendo nessun miglioramento, stavo esplorando, stavo trovando 99 modi per NON fare Kirioroshi, mettendo insieme pezzi degli insegnamenti del mio maestro e di tutti i maestri dei quali ricordavo anche solo mezza parola a riguardo. Sono andato avanti così per 4 mesi, fino a ottobre quando, raggiunto un buon compromesso, ho dovuto cominciare a mettere insieme nei miei kata quello che avevo sperimentato fino ad allora.
A fine estate infatti, decisi di darmi una “scadenza”, ovvero che a 30 giorni dal campionato Europeo avrei tirato le somme e avrei iniziato a lavorare sui ritmi da gara, ma fino ad allora, sarei dovuto rimanere focalizzato sulla tecnica.
Primo raduno della nazionale di settembre fu un disastro, non mi usciva nulla, andavo troppo piano ma una frase di uno dei due coach della nazionale mi fece sbloccare, mi ha aiutato tanto a credere in quello che stavo facendo.
Così la settimana successiva, a un mese dal target “Europeo” tirai le somme e quindi feci un altro tipo di patto con me stesso: accettare tutti i miei errori che erano rimasti da sistemare, tutte le mie imperfezioni e ho iniziato a lavorare affinché il tutto risultasse omogeneo, veloce, fluido, credibile. Iniziai a lavorare per dare un senso al mio Iaido con tutte le sue sfumature ancora imperfette, affinché il quadro generale risultasse reale, armonico, con tutti i miei errori che caratterizzano questa fase della mia crescita, accettandoli così come sono in questo momento.
Sono arrivato quindi a questi campionati sereno e in pace con me stesso, consapevole di essere sulla via del cambiamento necessario. Sono riuscito a ritornare alla mia vecchia velocità, usandola in maniera più funzionale e consapevole di prima.
Il risultato? Questa medaglia d’ oro è stata soltanto una conseguenza, unita a un pizzico di fortuna e tenacia in un paio di occasioni di difficoltà.
Ebbene sì, quando si vince non è detto che vada tutto liscio, o che la dea bendata ci accompagni per mano alla vittoria, a volte ci offre solo uno spiraglio, una piccola possibilità e sta a noi saperla cogliere, sta alla nostra tenacia volerlo a tutti i costi.
Al primo incontro dopo le pool sono riuscito ( perché ci vuole impegno) ad infilarmi la saya nell’ hakama durante l’ atemi del 10 Kata. Nella frazione di secondo che intercorre fino allo tsuki, la vocina nella mia testa ha fatto esattamente questo percorso: “bene, ho buttato nel cesso un anno di lavoro… però dai, ne esco soddisfatto per aver battuto nelle pool con un 3-0 secco la competitor che mi aveva eliminato l’ anno scorso dimostrando a me stesso di essere migliorato, è ciò che volevo… No, non basta, non è finita, ci devo provare lo stesso… Fino all’ ultimo taglio… “Fino all’ ultimo taglio” è stata la frase che ha accompagnato tutti e 3 i Kirioroshi restanti del 10° Kata, e una immancabile faccia di bronzo mentre rimettevo a posto la saya prima di fare noto, ha fatto si di concludere con un 3-0 secco a mio favore anche quell’ incontro. Rassegnazione, accettazione, determinazione è una nostra scelta. Avrei potuto decidere di arrendermi li, spengere tutto il decimo Kata e probabilmente uscire da questi campionati di nuovo con un pugno di mosche in mano. A volte la scelta è nelle nostre mani e anzi, quella vittoria in questa situazione mi ha dato una carica che ho cavalcato fino alla semifinale.
Eh sì perché la finale è stata diversa dalle altre 3 finali che ho disputato ai campionati europei. Per la prima volta non affrontavo un avversario, affrontavo quella che posso considerare la mia sorella minore. Irene ha fatto una scalata pazzesca verso quella finale, battendo come se nulla fosse avversari tosti, ha tirato in gara come una belva. In questi 6 anni Irene ti ho vista crescere nella pratica in maniera esponenziale e sono davvero impressionato dal lavoro che hai fatto, non potevo desiderare una finale migliore. Mi sentivo a casa, ed è stato l’incontro dove sento di aver tirato meglio, ho dato davvero tutto me stesso, e di questo te ne sono eternamente grato perché non immagini quanto sei stata una spinta per me in questi anni… Che poi siamo usciti entrambi dal tempo è un altro discorso, hai in ogni caso aggiunto un imperfezione all’ unico incontro che sentivo perfetto di questo campionato, chiudendo forse un quadro stupendo, durato un anno e disegnato infatti, sull’ accettazione dei propri errori.
Un grazie al mio maestro, Andrea Caliò che riesce sempre a trovare ciò che mi serve per migliorare in ogni singolo momento, a tutti i miei compagni di Dojo, i compagni della nazionale per i vostri preziosi consigli, il vostro affetto e supporto, ai maestri che si sono spesi nel darmi anche solo un parere o un consiglio, in particolare Claudio e Danielle per avermi preso a cuore, ogni vostra parola non è stata sprecata, e anzi mi è ogni volta di grande aiuto e grazie alla mia compagna Valentina che ogni giorno mi osserva e corregge in Dojo.
Sappiate che vi ho sentiti tutti vicini in ogni momento e in ogni incontro di quella che è stata, per la terza volta, la mia scalata verso la vetta più alta d’ Europa.

Giacomo Guidotti
Perché lo iai? Perché la spada?
Pensare di offrire una risposta intima e allo stesso tempo esaustiva è complesso. Qui vorrei spendere due parole e affrontare la questione affermando che la spada è mezzo di concentrazione sul sé, mezzo di ritrovo e allo stesso tempo di creazione del sé.
Senza dubbio la spada non è un fine. Sia qualora inteso esteriormente: un comprare e possedere spade; sia qualora inteso interiormente, in quanto anche uno sviluppo delle capacità fisiche tali per cui ci diviene tecnicamente possibile maneggiare con prodezza la spada, per quanto tappa della nostra pratica, non può di certo esserne considerata il fine.
Per quanto limitata, la mia riflessione personale non può che fondarsi e far riferimento alle mie esperienze, oltre che a quei pensieri che in maniera tanto fantastica quanto misteriosa mi appaiono dinnanzi nel mio quotidiano vivere.
Detto questo, per dare una tuttavia parziale risposta alle domande poste inizialmente, trovo illuminante il concetto di 自立, jiritsu, self-reliance in inglese e traducibile con ‘indipendenza’. Questo semplice concetto non significa per me solamente quella libertà-da che siamo soliti affibbiargli in italiano. Tutt’altro, composta dai kanji 自 (self, sé, auto, αὐτὸς) e da 立 (stare, stand), significa primariamente anzi un essere radicati su se stessi in maniera eccellente e ferma.
La spada in quanto fine arma da combattimento, così anche come banale lastra di acciaio, ci offre, attraverso il suo ripetuto utilizzo, la possibilità di creazione del sé grazie alla scoperta e lo sviluppo delle proprie (自) capacità, che permettono la definizione (sia reale che concettuale) di una via sulla quale camminare e fisicamente stare (立). La spada, intesa come mezzo in questo senso, ci si dà come strumento col quale crearsi una vita eccellente, che è possibile solo attraverso la scoperta delle proprie abilità mentali e fisiche. Mi spiego meglio. La spada è mezzo di prova e modellamento del sé: in ogni momento in cui viene brandita o sguainata, essa ha da dire qualcosa, ci racconta del nostro stato mentale e fisico. In ogni istante della pratica, qualora lo iaidoka sia abbastanza calmo e attento da sentire, essa ci parla di noi e permette di scrutare con quanta concentrazione stiamo praticando, con quanta completezza stiamo vivendo il momento presente, donandoci allo stesso tempo lo spazio per vedere uno scorcio di quella inestinguibile luce che chiamiamo miglioramento del sé, creazione di un carattere eccellente, ningen keisei (人間形成). Qui, indipendenza altro non è che il concetto definente quello stato in cui, praticando, siamo fermamente (立) concentrati a tal punto da comprendere il messaggio che la spada ci (自) dona, permettendo così la visione del suo messaggio lucente e salvifico.
La spada non mente, anzi si offrirà con purezza all’eroe in grado di maneggiarla con dita leggere e con un cuore calmo.
Ringrazio il mio sensei Alessandro Natali, senza la quale queste domande, e dunque questa mia breve riflessione, non sarebbero state poste.

Ci vuole un fisico bestiale….
Arbitrare i campionati europei di Iaido è sempre molto impegnativo. Quest’anno lo è stato più del solito per due motivi ben distinti.
Un motivo logistico: faceva freddo. Rimanere a lungo in un luogo freddo restando fermo, seduto su una sedia non è agevole e non aiuta ad affrontare l’impegno con serenità d’animo.
Il secondo motivo è più complesso. Quest’anno è stato deciso che si arbitrava anche la propria nazione e che non erano previsti cambi fra gli arbitri. Questa decisione ha reso molto più armonico il movimento delle terne arbitrali che entravano ed uscivano mantenendo sempre la stessa composizione. Il tutto è sicuramente più ordinato e non presenta nessuna fonte di incertezza nei movimenti degli arbitri. Per contro crea una difficoltà: arbitrare la propria nazione.
Sentendo il parere dei presenti la difficoltà è condivisa da molti degli arbitri scelti per questo europeo. Non è un problema di essere di parte, tutti noi ci siamo impegnati per mantenere un buon atteggiamento di neutralità avendo davanti gli atleti della nostra nazione, così come facciamo già da tempo quando davanti a noi abbiamo persone amiche. La questione è meno grossolana. Si possono identificare due aspetti specifici di disagio per l’arbitro coinvolto. Il primo riguarda la tranquillità d’animo; vuoi alzare la bandierina per la persona della tua nazione perché la preferisci ma contemporaneamente speri che il tuo giudizio sia corretto e di non essere l’unico a farlo e che questa tua bandierina non sia interpretata come una cosa di parte. In qualche modo il tuo animo è turbato in particolare se davanti a te ci sono due atleti molto vicini in termini di prestazioni.
La seconda questione riguarda più strettamente la valutazione che andiamo ad esprimere. Se la prestazione dei due atleti non contiene imperfezioni o errori previsti nei chakuganten e se la prestazione è di buona qualità da entrambe le parti (e credetemi durante il campionato succede) è inevitabile che il giudizio venga espresso sulla base di alcune percezioni che possono essere soggettive. Faccio un esempio per chiarire: qualcuno preferisce la velocità e la fluidità di esecuzione, io per esempio, a parità di correttezza, preferisco la compattezza e un forte iaigoshi. Non si tratta più di errori ma di preferenze che inevitabilmente hanno margini di soggettività. Se ci fate caso ognuno di noi ha cose che preferisce e cose che tollera poco.
E’ probabile che le persone della propria nazione, che spesso hanno lavorato con te per tutto l’anno, sappiano interpretare meglio lo iaido che apprezziamo rispetto ad altri che non si allenano con te. E’ inevitabile ed è umano.
Per questi motivi ci si sente a disagio e il proprio cuore non è tranquillo.
Quest’anno è stato davvero impegnativo sia da un punto di vista fisico che mentale/emotivo.












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