Yume.
Sogno.

Una parola particolamente evocativa, sicuramemente rassicurante e benevola, eppure fortemente legata alla morte, quando si tratta di un personaggio quale è stato Takuan Soho: se pensiero e atto sono tutt’uno, il risultato non sarà mai la morte – neanche in un duello tra samurai, ma la vita e l’Illuminazione. Vittoria e sconfitta, orgoglio e paura, sono soltanto sogni. Forse questo volle affermare Takuan un’ultima volta, quando tracciò sulla carta l’ideogramma “yume”, poi ripose il pennello e morì [1].

manji-takao
immagine da https://budojapan.com

Pensando al trapasso, nella cultura occidentale siamo più abituati all’idea di un epitaffio, che secondo il vocabolario Treccani, è una iscrizione sepolcrale, spesso in forma di breve componimento in versi, che per lo più contiene anche le lodi del defunto: non raramente poeti si sono scritti i propri, tombe di personaggi famosi riportano frasi che sembrano quasi schernire la morte, in termini divertenti (Non preoccupatevi, è soltanto sonno arretrato – Walter Chiari, attore), o riportando alla memoria qualcosa di iconico del defunto (Giace qui da qualche parte – Werner Heisenberg, fisico quantistico e teorico del principio di indeterminazione) o sono vere e proprie poesie che richiamano alla mente la passione (Dilegua l’eco della campana del tempio: persiste la fragranza delicata dei fiori. Ed è sera. – Tiziano Terzani, scrittore, tratto da un haiku di Basho).

Nella cultura giapponese, ma anche cinese e coreana, è invece ancora più tipica la composizione di pochi versi come ultima azione della vita, con un forte uso della metafora e con la comunicazione di un profondo senso di tranquillità e pace, nonostante la tragicità del momento. Chiaramente non possiamo sapere cosa si provi in quell’istante, ma sembra che l’arte che traspare da questa pratica dell’estremo oriente lasci intendere non ci sia dispiacere o rammarico, anzi, sembra si voglia tranquillizzare chi resta, come se l’ultimo istante non fosse diverso da ogni altro momento vissuto. Forse è proprio il senso dei cicli naturali, nascita, vita e morte, si lasciano esperienze per affrontare il destino naturale, con la più alta consapevolezza: ed è in estremo oriente che prende forma e si consacra a forma d’arte il jisei, la poesia dell’addio. In effetti, questo tipo di scritto, consta spesso di pensieri sulla vita, sulla propria vita, su quello che si è fatto, sulle passioni e sugli amori, forse grazie anche agli insegnamenti zen e buddisti legati all’impermanenza, al vuoto, al non attaccamento alle cose: ed ecco che allora i jisei assumono un tono piacevole, quasi lontano da quell’espressione triste che il momento dovrebbe invece rappresentare, soprattutto quando visto con gli occhi della cultura occidentale.

Strutturalmente il jisei può essere scritto in molte forme, dalla singola parola a componimenti più complessi ma che tendono ad essere comunque alcune tra le forme brevi della poesia tradizionale giapponese come l’haiku, in tre versi da cinque, sette e cinque sillabe (more), o il tanka, cinque versi da cinque, sette, cinque, sette e sette sillabe, più classico al punto da essere chiamato infatti jisei-ei (nota: l’haiku ha assunto vita propria separandosi proprio dal tanka con i suoi tre versi iniziali). E nei molti secoli di vita di questa pratica, si sono succedute mode e tendenze, che hanno caratterizzato forme classiche, satiriche o d’avanguardia.

Scherzosa, giocosa, seria, aulica, moderna, non importa come sia scritta o da chi, ricchi, poveri, monaci, condottieri o potenti samurai, anche se ovviamente nel passato è stata naturalmente una forma d’arte caratteristica della popolazione alfabetizzata, ma è rimasta una pratica comune scrivere o dettare o preparare queste poche parole come ricordo per chi resta, pratica in voga ancora sicuramente fino alla seconda guerra mondiale, quando anche i soldati semplici lasciavano queste poche ma evocative parole: non importa essere poeta o meno, i versi che vengono composti sono spesso un’essenziale resoconto della propria vita, o un invito a reincontrare amici o persone amate, con la più pura estetica zen che riesce a racchiudere in pochi termini, in pochi tratti o in pochi gesti, una quantità infinita di immagini e significati. La morte viene vissuta in maniera diversa, con distacco, accettata normalmente come evento naturale. Alcuni componimenti possono attingere a profondi concetti filosofici, come il mushin, il vuoto mentale, che consente a chi lo sappia conseguire di sperimentare una tale armonica unità con il mondo eterno, con il Tutto, da non percepire più alcuna aggressione dolorosa:

Alla meditazione
non servono verdi scenari,
se sai annullare la mente
il fuoco stesso ti parrà rinfrescare. 
(Kaisen Joki, maestro zen, 1582) [2]

Una famosa geisha dell’epoca Edo, Manji Takao, d’una bellezza tale da destare l’interesse del famoso pittore Kunisada che la ritrasse nella serie “Biografia di donne famose, antiche e moderne”, lasciò invece i seguenti versi, a soli diciannove anni, giocando sulla metafora della fredda stagione autunnale che porta via una bellissima foglia dai toni dorati e purpurei:

Manji Takao, immagine da https://ukiyo-e.org/
Al vento d'autunno
si consuma e cade presto
la foglia di porpora.
(Manji Takao, geisha, 1660) [2]

Per molti è un pensiero umile per ringraziare la vita stessa per aver donato più anni di quello che ci si sarebbe aspettato, altri puntano sulla natura, altri ancora sulla profondità di pensiero, ma non esiste un regola o un canovaccio che la cultura nipponica imponga di seguire.

Chiaramente da una cultura come quella giapponese feudale in cui il seppuku era considerato atto supremo di purificazione e onore, le immagini lasciate dai jisei dei samurai giunti al momento estremo non potevano che essere di una freschezza quasi incomprensibile: un esempio è lo scritto lasciato da uno dei 47 ronin che, a soli 25 anni, accosta il gesto eroico ad un inatteso effluvio di fiori di susino nel torpore dell’inverno:

Una fragranza,
come d'un susino solitario
nella distesa di neve.

(Okano Kinemon Kanehide, samurai, 1702) [2]

È tipico di queste forme di poesia giapponese utilizzare la metafora con la natura per descrivere emozioni e stati d’animo, e il jisei non fa quindi eccezione, pescando nel concetto estetico del mono no aware, una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento [3]: molto più semplicemente possiamo considerarlo in termini occidentali come la sensibilità delle cose. 

[immagine da wikipedia, Tsuyama Cherry Blossom Festival]

Tornando in Giappone, pensiamo anche solo alla classica contemplazione dei fiori di ciliegio e a quante e quali emozioni possa suscitare. La bellezza e l’importanza che le diamo, non è forse figlia della sua temporaneità? Se le cose durassero per sempre non avremmo la possibilità di farne tesoro, e quindi di poterne comunicare con quel nostalgico piacere di aver vissuto un’esperienza fugace ma a suo modo segnante: gli insegnamenti buddisti sono d’altronde spesso legati alla capacità di lasciare andare le cose. Per usare le parole di Zeami Motokiyo, il maggiore teorico, attore e scrittore di opere per il teatro Noh vissuto a cavallo tra il 1300 e il 1400, il fiore è meraviglioso perché fiorisce, ed è unico perché cade [4].

Mentre in Giappone, come da qualsiasi altra parte del mondo, è diventata abitudine lasciare per iscritto gli ultimi desideri in forma testamentale, è stato suggerito che il poema dell’addio sia forse una sorta di saluto. La cultura giapponese impone di imparare centinaia di forme di circostanza educate in modo da essere preparati per ogni possibile situazione sociale, e lo stato e il prestigio sono misurati, in larga misura, dalla propria capacità di trovare il saluto più appropriato alle circostanze: dobbiamo quindi considerare le poesie dell’addio come un saluto finale a coloro che rimangono vivi, ovvero un ultimo atto di cortesia? […] Le poesie sulla morte sembrano rifondere, più di ogni altra cosa, l’eredità spirituale dei giapponesi [5].  E come viene riportato nel testo “Jisei”, chi avesse la pazienza di scorrere lo sterminato repertorio di questi addii, disseminati nelle prime antologie, negli scritti agiografici sulle vite dei monaci o nei poemi epici, nei resoconti di viaggio, nelle raccolte monografiche o collettive dei poeti, si troverebbe di fronte a una vera e propria storia letteraria e spirituale del Giappone [2].

Sembra esserci una nota finale di pace e serenità in questi brevi poemi, la cui lettura non è affatto pesante neanche pensando alle circostanze nelle quali sono stati scritti: ecco una breve  selezione tratta dalla raccolta della Civardi, che narrano di infinito, di eternità, di natura serena, dell’inconsistente esistenza dell’uomo, di viaggi, di fragilità, sempre dall’esotico sapore zen e infarciti di insegnamenti, immagini e metafore buddiste.

Sedetevi nelle notti d’estate sotto una luna che splende, leggeteli uno per volta, con calma, preparando il cuore con un lento e profondo mokuso, e provate l’emozione di calarvi in una dimensione diversa dove anche il distacco sembra infine leggero, e lasciate correre i pensieri.

lele bo

Pioggerella di primavera
anche sognare
fa parte dei doveri

(Nagamatsu Shokyuni, poetessa, 1781)
Getto le scarpe
per montare in barca:
luna d'acqua.

(Matusoka Seira, 1791)
La deuzia in fiore:
non vorrei m'impedisca
di udire il cuculo...

(Anzai Sencho, poetessa, 1802)
La pietra da inchiostro
la ripongo nel kimono:
è sera sui ciliegi.

(Kaisho, poeta, 1914)
Quando cade,
solo allora galleggia
il fiore del loto.

(Yamamoto Yosaburo, kamikaze, 1945)
Già fievoli
come in un carboncino
i miei contorni.

(Utagawa Toyokuni, pittore, 1825)
Campagna d'estate,
dove scorrazzerò beato
da fantasma.

(Katsushika Hokusai, pittore, 1849)
Un filo di moccio,
l'ultima luce prima del buio
sulla punta del mio naso.

(Akutagawa Ryunosuke, scrittore, 1927)
Cadono i fiori
precedendo quanti
ancora indugiano,
sotto le raffiche del vento
di questa nostra notte.

(Mishima Yukio, scrittore, 1970)
Colmo di gratitudine
per quanto di buono c'è nel mondo,
poso il pennello.
Con permesso.

(Satoshi Kon, regista, 2010)

FONTI

[1] – Takuan Soho, La mente immutabile
[2] – Ornella Civardi (a cura di), Jisei la poesia dell’addio
[3] – Wikipedia, Mono no aware
[4] – Otyo Izutsu, The Theory of Beauty in the Classical Aesthetics of Japan (Google Docs)
[5] – Yoel Hoffmann (compiled by) Japanese Death Poems: Written by Zen Monks and Haiku Poets on the Verge of Death (Google Docs)

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