di Emanuele Albesano – 1° Kyu Iaido
20 ottobre 2016

 

I sette (samurai) contro Tebe

ovvero dell’hybris del marzialista e dell’importanza delle note a piè di pagina

 

La[note]“Cioè, ma davvero già una nota? Dopo un solo articolo determinativo?” Sì, perché desidero preliminarmente scusarmi con i lettori, per vari motivi. In primo luogo, per l’eccessivo numero di note. In secondo luogo, perché molti conoscono di certo molto meglio di me sia la storia di Capaneo, sia lo iaido, sia le arti marziali, sia il senso della vita, sia la “Risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto” (no, scherzo, questa la so: l’ho scritta su un asciugamano, da qualche parte). In terzo luogo, perché, per le prime tre pagine, non si parla, in effetti, né di iaido, né di arti marziali. In quarto luogo, perché il senso del pezzo sfugge anche a me, che son l’autore, e quindi figuriamoci a voi. In sesto luogo, per aver saltato il quinto luogo. In ultimo luogo, per avervi appena mentito: c’è ancora un luogo. In ottavo luogo (lo so, ora state contando se la cronologia dei luoghi è giusta), perché non credo nel prendere le cose troppo sul serio, pur cercando di farle con serietà.[/note] nostra[note]“Cioè, ma davvero una seconda nota dopo la seconda parola? Ma allora lo fai apposta! Vedi che se veniamo lì con le mazze poi è peggio per tutti!”. Sì, perché desidero, ancora preliminarmente, formalizzare il mio impegno a ridurre le note. Nel prossimo futuro. Per ora, mi autocensuro ed evito le note nelle note (ad esempio, ne avrei inserita una per chiarire il richiamo all’asciugamano nella nota n. 1: dovrete fare da voi ed andare a leggervi Douglas Adams per conto vostro).[/note] storia[note]“Cioè, una terza nota? Chi si crede di essere, questo, Mozart? Troppe note! Troppe note!” E voi chi siete, tutti l’imperatore Giuseppe II? Sì, perché desidero, sempre preliminarmente, premettere che, quando scrivo (non per lavoro), sono violentemente posseduto dalla Musa delle sottoculture che hanno accompagnato la mia formazione. È possibile, anzi certo, che molti lettori mi prendano per psicopatico (“M’avete preso per uno psicopatico!”; “Ma no, mister, sei un eroe!”; nell’originale banfiano, non era “psicopatico”): giuro che non mi offendo (metto il muso, ma non mi offendo).[/note] inizia[note]“Cioè, una quarta nota? Questo proprio non ce la fa”. Sì, perché volevo fare la gag sulla quarta nota. Se vi è piaciuta, Houston, abbiamo un problema.[/note] da[note]“Cioè, la quinta nota in cinque parole? Prendete torce e forconi!”. Ok. Cedo di fronte alla violenza. La smetto. Davvero.[/note] Capaneo[note]“Cioè, non ci credo! Mi sembra che l’unico tra noi due che sta facendo uno sforzo per evitare che io ti meni sono sempre io, la stessa persona che, prima o poi, ti menerà!”. Sì, ma ora inizio con le note serie ed utili! Di Capaneo, parlano Eschilo, Sofocle ed Euripide (sì, quelli di “Eschilo eschilo, che qui si sofocle! Attento che le scale sono euripide”), e pure Dante. Per gli interessati: Sofocle, Edipo a Colono, vv. 1319-1320; Stazio, Tebaide, X, 897 ss. e passim; Alighieri, Inf., XIV, 43-72. Per gli interessati al virgolettato, invece, guardatevi “Boris”, vale la pena. C’è su Netflix, ve lo finite con il mese gratuito.[/note].

 

Figlio di Ipponoo e di Laodice[note]Od Astinome: pare che il motto mater semper certa valga solo a partire dai Latini. Gli antichi greci avevano, probabilmente, difficoltà nella gestione dei reparti nascite e tendevano ad incasinarsi con i braccialettini dei neonati.[/note], nipote di Megapente, viene descritto, nell’iconografia tradizionale, come un ipertrofico anabolizzato, barbuto (tipo Bud Spencer[note]Primo soke dello spencer-do, anche chiamato skiaffon-jutsu.[/note], non tipo hipster metrosexual con i risvoltini), vestito in perizoma tigrato e con sandali di cuoio che gli aggiungi un calzino bianco ed è subito Oktoberfest. Nonostante l’apparenza estremamente periferico-coatta e l’indole da mosh pit[note]Il mosh pit è la morigerata riunione socio-culturale, cui partecipa la frangia più intellettuale del pubblico di taluni concerti heavy metal: il luogo di ritrovo è un’elegante sala da te, pur senza tavolini, allestita ai piedi del palco.[/note], è un re. Ma non un re tipo Emanuele Filiberto a “Ballando con le stelle”: un re di quelli che, se sei a favore della Repubblica, la croce su “monarchia” al referendum te la scrive lui.

Sulla pancia.

Con un’ascia.

 

Capaneo – che tutti chiamavano amichevolmente ‘Cap’[note]La ricostruzione dei fatti proposta potrebbe non essere del tutto corrispondente a quella seguita dagli orientamenti storiografici maggioritari. Ma, morettianamente, amo essere d’accordo con una minoranza di persone.[/note] –, era ovviamente elitista e selezionava accuratamente le proprie amicizie: in particolare, frequentava solo altri re (ché, si sa, se concedi un dito ai plebei, è un attimo che il giorno dopo ti chiedono i diritti civili).

 

I suoi migliori amici erano quindi Tideo, Eteoclo, Ippomedonte, Partenopeo, Anfiarao e, primo tra tutti e vero ‘BFF’[note]Best friend forever, per chi avesse più di 16 anni e non fosse fan di Justin Bieber e di Violetta.[/note], Polinice, che tutti chiamavano amichevolmente ‘Polly’[note]Vedi la nota n. 5.[/note]. Con loro, aveva formato un bel gruppo, che passava il tempo come lo passavano tutti i gruppi di ragazzi-bene dell’aristocrazia ellenica:

ammazzavano nemici, saccheggiavano città, gettavano neonati dalle rupi e, in generale, ammantavano ogni loro azione eticamente discutibile di giustificazioni filosofiche che tanto nessun plebeo capiva[note]Si sa: i plebei, avendo il mutuo, sono meno propensi a discettare di ontologia.[/note].

 

Ora, in un afoso meriggio – attico, pallido ed assorto –, l’amico Polinice si presenta sull’uscio dell’imponente castello di Capaneo, portandosi dieto un’aria corrucciata. Stropiccia nervoso i piedi sullo zerbino, si rassetta i capelli e, preso il coraggio per il collo, suona il campanello[note]I progressi della scienza greca sono spesso negati dagli odierni commentatori storici. È tutto un complotto a danno delle masse ed a favore della lobby dell’olio di palma.[/note].  Non appena la porta si apre ed appare la sagoma imponente di Cap, Polly gli lancia un brofist[note]Trattasi di antico rituale ateniese, utilizzato per manifestare rispetto ed ammirazione nei confronti di un proprio sodale. Era anche segno di affettuosa bromanship, che, si sa, i greci erano molto polysex.[/note], pronunciando un discorso passato agli annali dell’ars oratoria, che qui riporto fedelmente.

 

Polly:    “Ue’ Cap, bello di zio! M’hanno ranzato Tebe, chiama la posse che andiamo a comandare!

Cap:     “Bro, che flash! Ci sto troppo dentro! Scarico la tipa e prendo il ferro

 

Capaneo (che amava interrompere la routine quotidiana con qualche ora di sano esercizio fisico, soprattutto se questo includeva circuiti di sventramenti e sbudellamenti) si infila quindi il perizoma (tigrato) ed i sandali da battaglia, si arma di spada e scudo e si lancia rapido attraverso la soglia.

Soglia sulla quale, tuttavia, si staglia – minacciosamente controluce – la moglie Evadne, figlia di Tebea e del dio della guerra Ares, che tutti chiamavano amichevolmente ‘Eva’[note]Specie – alludendo ad una sua asserita promiscuità sessuale dietro mercimonio – quando di notte sbattevano il mignolino contro lo spigolo dell’ara votiva di Zeus.[/note]: bella, bionda, occhi azzurro mare (ovviamente) Egeo, profilo (ovviamente) greco, che, compagna della vita, ci tiene a rendere noto al marito tutto il proprio supporto coniugale.

 

Eva:     “Senti, bomber, dov’è che vai, tu? Con quei tatuati dei tuoi amici, a strafarvi di retzina, che poi gli opliziotti[note]Opliziotti: opliti addetti ai servizi di pubblica sicurezza.[/note]  vi beccano di nuovo a scrivere ‘Viva la biga’ sul Partenone?”

Cap:     “Ma amorestellatesorovitalucedeimieiocchi, devo aiutare Polly! Bros before hoes[note]“Gli interessi degli amici vanno anteposti a quelli delle donne destinatarie di sentimenti d’amore a fronte di giusta mercede ed equo fio”.[/note]!

Eva:     “Ciccio, a parte che ‘hoes’ ci stanno tua sorella e tua madre, che sono tutte e due aristoteliche[note]Nel senso di “peripatetica”, nella sua accezione più ampia di filosofa passeggiatrice.[/note], tu da solo non vai da nessuna parte. Meglio che venga anch’io, che a parte tutto sono l’unica qui in giro ad avere un QI superiore a 42”.

 

E così, tra qualche mugugno per l’inattesa partecipazione femminile, la Compagnia dei Sette (più Eva) contro Tebe monta sul torpedone, in direzione (ma no?) di Tebe.

 

I giorni di viaggio, sa sa, rinsaldano i rapporti, specie quelli maschili. Pacche sulla schiena, gare di rutti, partitone di calcetto, abusi nei confronti dei plebei, cori da stadio contro tebani ed opliziotti, e tutti a farsi tatuare “ACAB”[note]“All Corinzi are bastards”.[/note] sul bicipite: tutte quelle cose che intrattenevano i pomeriggi dei nobili dell’epoca, non essendo ancora stato inventato il polo.

 

I sette amici imparano, quindi, a conoscere le reciproche abitudini ed i rispettivi interessi.

 

Polinice amava scandire la propria giornata sgranocchiando crackers; Partenopeo intonava odi giambiche neomelodiche all’Elios suo[note]Queste non le spiego, ma sappiate che, in questo preciso momento, mi sento il Capaneo della comicità.[/note]; e Capaneo passava il tempo ad autoincensarsi, illustrando ai compagni le ragioni per cui egli era il maschio alpha: faster, harder, stronger, better di tutti loro; anzi, di tutti e basta. La sua miglior dote – lo si capirà tra poco – non era l’umiltà, che, anzi, considerava la virtù dei perdenti.

E così, dopo un viaggio alquanto testosteronico, giungono alle porte di Tebe e, con somma sorpresa[note]Immagino si sia compreso che non erano insuperabili strateghi militari.[/note], la scoprono circondata da alte e possenti mura.

 

Mollano il torpedone sul parcheggio dei disabili[note]Giusto per far capire che sono cattivi: non dovete tifare per loro, eh.[/note], si sgranchiscono le gambe e scendon giù, per preparare una strategia di attacco.

 

Ma Cap non ha bisogno di strategie. Le strategie sono per i deboli.

Lui è Capaneo: il Super Super Sayan della penisola ellenica, il nume tutelare ante litteram del Crossfit (prima che diventasse mainstream), trend setter dello stile “petto glabro, mento peloso, vestiti di pelle”[note]Che, oltre due millenni dopo, avrebbe avuto un certo successo in occasione di serate alternative a San Francisco.[/note]; lui, che lo scouter altro che “over 9000”[note]Cercate su Google “Vegeta” e “scouter”, così capite tutte e due le simpatiche gag.[/note].

 

Molla i suoi sei compagni, urlandogli “Parolai![note]Come il “Fronte Giudeo del Popolo” dei Monty Python, quelli di Brian di Nazareth. Per il momento “Forse non tutti sanno che”, il film è stato prodotto da George Harrison, quello dei Beatles, che ha anche un piccolo cameo.[/note]”, e si lancia all’assalto solitario, come un Gabriele D’Annunzio d’antan, ma che tira su 210 chili di panca piana.

 

Arrivato ai piedi delle mura, respingendo le frecce a colpi di “me ne frego!”[note]Mind over matter, ragazzi: non vi hanno mai spiegato che il ki rende invulnerabili?[/note], lancia un barbarico YAWP![note]Io lo conosco per “L’attimo fuggente”, ma in verità è roba da intellettuali, tipo Walt Whitman.[/note] e, senza chiodi e funi, si lancia in una violenta scalata di potenza. Tempo trenta secondi, scavalca i merli[note]Nella mia storia l’architettura greca prevede i merli, perché mi è sempre piaciuto il nome ‘merlo’. Se siete architetti, vi offro un caffè di risarcimento. Altrimenti, scrivetevi voi la vostra storia, ché siete solo buoni a criticare.[/note] e mette in fuga tutti i tebani di guardia, che sciamano via terrorizzati dalla sua predominante mascolinità.

 

A quel punto, Cap è travolto dall’estasi mistica.

 

Si sente – anzi, sa di essere – invincibile, invulnerabile, intoccabile, imbattibile. La sua scalata eroica lo ha reso superiore rispetto a quelli che, sino a poco prima, considerava suoi pari.

 

Sorride, flette i muscoli, dà le spalle ad Eva ed ai Sette[note]Per precisione matematica, ora i “Sei”.[/note] e guarda, distesa e sottomessa ai suoi piedi, la città di Tebe, cui rivolge il tradizionale gesto greco del vincitore[note]Tale gesto può essere utilizzato anche oggi: è sufficiente tenere distesi pollice ed indice della mano destra, mantenendo piegate le altre dita e controllando che le prime due formino, idealmente, il simbolo della “L” maiuscola. Il dorso della mano va quindi appoggiato alla fronte, con il palmo rivolto verso gli sconfitti. Provate. Tanto lo so che state già provando.[/note].

 

L’estasi si fa illuminazione.

 

Cap non è più un uomo: è assurto a rango divino[note]“E la sua forza supina si stampa nell’arena, diffondesi nel mare; e il fiume è la sua vena, il monte è la sua fronte, la selva è la sua pube, la nube è il suo sudore”. Certo che D’Annunzio, bravo eh, ma se la tirava mica poco.[/note].

La sua forza, il suo coraggio, la sua arte guerriera[note]O, per usare un sinonimo, ‘marziale’. Visto che pian piano ci avviciniamo alla fine della metafora?[/note] lo hanno trasformato in un Dio. I mortali non sono abbastanza, il mondo non è abbastanza[note]Dai, lo so che la state canticchiando, la sigla di 007.[/note].

Tebe si trasforma in un residuale retropensiero. I suoi obiettivi cambiano: ora deve pensare in grande, così che tutti comprendano, che tutti accettino il loro destino e gli si sottomettano, più o meno spontaneamente.

 

Tutta Tebe lo osserva. Anche i Sette[note]Ora, sempre per precisione matematica, Sei.[/note], che intanto sotto “Raga, grigliatona?” e lo guardano preparando le birre.

 

Il buon vecchio Cap alza gli occhi al cielo, con un ghigno eloquente sul volto. Una specie di sorriso che forma un solco sul viso[note]Secondo un’interpretazione de “Il pescatore” di De Andrè, il tizio eponimo sulla spiaggia, dopo aver dato il pane al fuggitivo, viene da questi sgozzato. Ecco cos’è il solco lungo il viso: il taglio del coltello. Ma del resto ho passato tutta l’infanzia ad avere “La canzone di Marinella” come ninna nanna, e non mi era chiaro il riferimento alla prostituzione. E ho cantato un sacco “Gelato al cioccolato, dolce un po’ salato”. Tanto per rovinarvi un’altra canzone, sapete che “Una carezza in un pugno”, quella che canta Celentano, parla di onanismo?[/note], dal quale già gronda il sangue, suo o dei nemici poco importa.

 

Tutta Tebe lo osserva. Anche i Sette, che intanto sotto “Raga, partitona alla tedesca? Polly primo in porta”. Anche sua moglie, Evadne, figlia di Tebea e del dio della guerra Ares, che “Ma perché ho sposato il più cretinetti di tutti?”.

 

Il buon vecchio Cap, gli occhi sempre alti contro il sole, dimostrando che la scuola di recitazione gli è servita più delle lezioni di violoncello, urla contro il cielo quelle parole che, rese immortali dai Poeti, qui riproduco per voi[note]Questa volta sono davvero le parole riportate dalle fonti. Momento serietà.[/note].

 

Il coraggio è il mio dio!

 

Tutta Tebe lo osserva. Anche i Sette, che intanto sotto “Raga, chi ha la chitarra? Dai che so gli accordi di Fedez!”. Anche sua moglie Evadne, figlia di Tebea e del dio della guerra Ares, che “Me l’aveva detto mia mamma di sposarmi Giangiorgio, che comunque un geometra in famiglia serve sempre”.

 

La paura primamente creò nel mondo gli dei!

 

Tutta Tebe lo osserva. Anche i Sette, che intanto sotto “Dai però, tutte le volte mancano sempre tre euro per la benzina! Io voglio sapere chi è che ha il braccino!”. Anche sua moglie Evadne, figlia di Tebea e del dio della guerra Ares, che “E ho pure rinunciato all’Erasmus a Creta per ‘sto deficiente!

 

Il buon vecchio Cap guarda nell’occhio il ciclone che si è formato nel cielo. Ed urla a Zeus: “Mena il tuo colpo più duro, amico. Non mi fai paura“[note]La stessa frase sarà usata, qualche anno dopo, da Jack Burton, in Grosso guaio a Chinatown.[/note].

 

Ma Zeus – che, come tutti gli dei, tende ad essere buono e bravo, ma quando si altera son locuste per tutti – non la prende bene. Eufemisticamente parlando, of course.

 

Il cielo è illuminato dal percorso zigzagante di un fulmineo lampo, che, nato dall’indice del Padre degli Dei, termina la propria corsa esplodendo proprio in testa a Capaneo, il quale – emanando un delizioso odore stile “KFC” – precipita in fiamme dalle mura e si spatascia a terra proprio di fronte alla moglie Evadne, figlia di Tebea e del dio della guerra Ares, che “Dai che son vegana, lo sai che mi dà fastidio il barbecue!”.

 

E così, in modo alquanto anticlimatico, Capaneo muore[note]Definitivamente, visto che nell’epica greca non andavano ancora di moda zombie e vampiri.[/note].

 

La moglie Evadne, figlia di Tebea e del dio della guerra Ares, decide che l’umiliazione di non aver sposato Hans Delbrück, bensì Abby Normal[note]Frankenstein Junior dovrebbe essere nei programmi della scuola dell’obbligo. Trovate la citazione anche nell’intro parlata di “Presentat-Arm” dei Linea 77, che sponsorizziamo volentieri in quanto gruppo tradizionale folkloristico piemontese, che morto Gipo Farassino qui siamo rimasti senza riferimenti culturali.[/note] è davvero troppo per la propria capacità di sopportazione: quindi, si getta scorata sulla salma fiammeggiante del marito e muore.

 

Sipario.

 

Il mito di Capaneo è il più utilizzato, nei licei di tutto il mondo, per esemplificare efficacemente il concetto di ‘hybris’, usualmente tradotto in ‘tracotanza’: l’uomo, sprezzante dei propri limiti, lancia una sfida a ciò che non dovrebbe sfidare. Il che – secondo i crismi filosofici greci standard[note]Se ci sono laureati in filosofia in sala, hanno diritto di lanciarmi i popcorn addosso.[/note] – è il male assoluto, perché la distinzione tra umano e divino deve essere sempre netta[note]Altri esempi a caso: Icaro e le sue ali di cera (geniale, eh, ali di cera: strano che sia andata male) o Prometeo ed il furto del fuoco. In entrambi i casi, i protagonisti non hanno un destino particolarmente piacevole.[/note] e l’umiltà è sempre un valore[note]Quindi, facciamo finta che non esista D’Annunzio, che con la sua “E la mia vita è divina” in “Meriggio” avrebbe portato il pantheon greco ad ideare nuove e fantasiose torture.[/note].

 

Ora, visto che questo è un blog di arti marziali[note]O almeno lo è sempre stato, fino a quando non sono stato invitato a contribuirvi.[/note], mi chiederete: “Che c’entrano i tebani? A che pro lo spot promozionale a favore del liceo classico[note]“Fate fare il liceo classico ai vostri figli! Apre la mente! Forma il carattere! Prepara alla vita! We’ve got cookies!”[/note]? Non potevamo parlare di Miyamoto Musashi? Perché ci imponi riferimenti culturali che nulla hanno a che vedere con l’infilarsi una katana nel suigetsu e nel dare libero sfogo all’aggressività dei samurai nei confronti dei monaci?[note]Sull’astio dei samurai verso i monaci, mi permetto di rinviare al mio precedente intervento su questo stesso blog. Suigetsu è il plesso solare, ma se lo dite in giapponese sembrate più studiati.[/note]

 

C’entra, Capaneo. C’entra eccome.

Perché la “sindrome di Capaneo” è endemica tra i praticanti di arti marziali; paradossalmente, soprattutto tra i praticanti con minore esperienza[note]“Ma questo tizio, che è primo kyu e sa a stento da che parte sta la punta della spada, ora ci fa la morale a tutti?”. No. Ok, un po’ si. Ma non nella mia qualità di primo kyu: nella mia veste di appassionato (e praticante di basso livello) di arti marziali più o meno da sempre. Non è che per fare il critico d’arte uno deve saper dipingere la Cappella Sistina![/note] e soprattutto tra quelli occidentali.

 

È capitato a tutti noi. Si entra in un dojo[note]E lo si chiama già ‘dojo’ dopo due lezioni: non si è nemmeno capaci di legarsi una cintura, ma già si è parte della cultura giapponese e si usa l’adeguata terminologia.[/note], si fanno due lezioni di prova e, magia!, ci si rende conto di essere superiori rispetto al resto del mondo. Ora che abbiamo fatto l’Heian Shodan[note]Tradizionalmente, uno dei primi kata insegnati nello Shotokan; in altri stili, è chiamato Pinan, ma non cambia moltissimo. Una roba facile facile, davvero entry level. Non entry level come il Mae dello iaido, che ci metti tutta la vita a capirlo; proprio una roba entry level, che quando diventi cintura verde non lo fai mai più nemmeno per sbaglio, ché se lo presenti in gara ti cacciano a colpi di branzino. Decongelato.[/note], possiamo combattere! Conosciamo i segreti degli antichi samurai! Possiamo uccidere con un solo pugno – che, ovviamente, dovremo registrare in Questura alla voce “arma letale” –, pur rimanendo in perfetto un karmico tra inarrestabile potenza fisica, da un lato, ed interiorità zen dall’altro[note]Tra l’altro, il marzialista ha un concetto di zen preciso ed inattaccabile: è quella cosa che ti metti in ginocchio, chiudi gli occhi e – in controtendenza rispetto alla tradizione italiana – riesci a stare zitto per dodici secondi senza pensare alla formazione del Fantacalcio.[/note].

 

In altre parole[note]Qui divento didascalico.[/note], il marzialista medio (nel seguito, “MM”) è Capaneo.

Il MM si crede, a prescindere, superiore rispetto al popolo delle grigliate e del calcetto[note]Nonché alla propria moglie Evadne, figlia di Tebea e del dio della guerra Ares, che – al netto del finale drammatico, ma molto epico – lo considera sostanzialmente un deficiente.[/note] e decide – senza averne i mezzi e senza rendersi conto di non averli (il che, probabilmente, è anche peggio) – di sfidare il dio (metaforico) di turno.

E tutto perché ha scalato una torre.

Una.

Tipo l’Heian Shodan.

O tipo che, nello iaido, ha provato Mae in piedi con il bokken in tuta da ginnastica.

E tanto basta per essere iperuomo.

 

Ed è sulla cima di quella torre che la ragione si addormenta (o, nel nostro caso, va in meditazione zen) e genera quei ‘mostri’ che popolano le palestre[note]Negli Stati Uniti hanno ideato un nome molto adeguato per le palestre che promuovono questi ideali: McDojo. Tutto fast, tutto easy. È lì che sono nate le cinture con le fettuccine colorate, per avere più esami rispetto a quelli del solito sistema inventato per il judo da Jigoro Kano: più livelli vuol dire più esami; più esami vuol dire più motivazione degli studenti, specie se bambini; più motivazione e più esami vuol dire più stage (a pagamento); e, alla fine della fiera, più esami vuol dire più incassi per il McDojo per le iscrizioni, i tesseramenti e la vendita con sovraccarico delle cinture multicolore.[/note] ed i forum on line di arti marziali.

 

Gli elementi costitutivi del MM sono ormai consolidati in ogni stile e disciplina in tutto l’Occidente.

 

  • In primo luogo, il MM ritiene ovvio, con la granitica certezza, che la “sua” arte marziale sia la “migliore”. Lo potete trovare negli spogliatoi delle palestre, al bar o sui social, intento a sostenere – con toni pacati quanto quelli di Vittorio Sgarbi – l’incapacità di chiunque pratichi qualcosa di diverso, così sprecando tempo che potrebbe invece dedicare a seguire la via dell’“Unica Arte Illuminata”[note]Una variazione è il “leone da tastiera”: quello che infesta i forum di arti marziali e conclude ogni suo intervento (ovviamente apologetico della propria disciplina) con qualcosa del tipo “Tu sei solo parole! Vienimi a trovare in palestra, che ti faccio vedere, ma portati dietro le istruzioni di montaggio, perché per come ti smonto non ti sistemano neanche i campioni del mondo di Lego”.[/note].
  • Il MM è aprioristicamente violento (per fortuna, sulla carta): la sua arte marziale (come tutte le altre, ma, ovviamente, in modo più efficace) esiste solo ed esclusivamente in funzione del “combattimento”; non in dojo, ma per strada, in mezzo a tombini e motorini arrugginiti. Quindi, il MM – a seconda di ciò che pratica – dirà che (a) il judo è una schifezza, perché non ha lo striking; (b) il ju jitsu è da sfigati, perché fa un mischione di tutto, però poi non hai il coraggio di entrare nella gabbia; (c) il karate è da metrosexual, perché usi i guantini e saltelli come una ballerina (tranne il kyokushin, che però comunque non va bene perché non hai mataleao e ground and pound); (d) le mma sono da drogati tatuati anarco-insurrezionalisti, pure un poco analfabeti; (e) la thai usi solo le ginocchia e i tamburi di sottofondo fanno più casino delle vuvuzela; (f) il krav ti insegna l’autodifesa solo contro gli UZI istraeliani, ma in Italia abbiamo le Beretta e quindi è chiaro che non serve.
  • Se il MM pratica, invece, un’arte marziale che col combattimento (specie se a contatto) c’entra come il parmigiano sul salmone affumicato, allora ti spiega, comunque, la vera verità: ad esempio, è chiaro che il tai chi è un’arma mortale e che gli ottuagenari cinesi nei parchi lo praticano rallentato solo perché – a velocità normale – ucciderebbero a distanza i cuccioli dell’area cani.
  • C’è poi il MM dello iaido – e qui facciamo autocritica! – che davvero non ce la fa a convincere la gente sull’utilità concreta della propria disciplina[note]Provateci. Tanto lo so che ci avete già provato. / “Sai, faccio iaido”. / “Ah, fico, che è?” / “Sai, estraiamo la katana, tagliamo noi stessi, cioè il nemico immaginario che però è dentro di noi, siamo nell’istante” / “Ma drogarti come tutti no?”[/note] nelle risse da stadio (anche perché credo che uno shinken in curva possa portare ad un rapido DASPO) e che, quindi, si trasforma in un self-made teorico di un improvvisato buddismo zen all’amatriciana. Fa sempre la faccia seria, usa solo termini giapponesi che nemmeno i maestri conoscono, ti guarda come Evadne guardava Capaneo (e. come un cretinetti), ma con fare paternalistico, perché sa che tu non stai camminando sulla via dell’illuminazione.

 

Ora, mi assumo la responsabilità di dire che tutti noi – nessuno escluso – siamo stati (od ancora siamo) MM.

 

E perché lo siamo stati, e forse lo siamo ancora?

 

Credo che la risposta sia tutto sommato scontata.

 

Siamo occidentali. Anzi, nel nostro piccolo, siamo italiani.

 

Quelli che, fin da piccoli, imparano il valore del disvalore.

 

Quelli che, già all’asilo, scoprono che non si deve fare la spia[note]Mafia, anyone?[/note] e che l’omertà è una virtù.

 

Quelli che nei compiti in classe basta copiare, e se sei bravo devi far copiare gli altri, così contribuendo alla diffusione dell’analfabetismo (di ritorno?) che porta a credere a tutto ciò che, su internet, è accompagnato dall’avviso “ECCO LA VERITA’ CHE NESSUNO TI VUOLE DIRE!!!!11 CLICCA QUI PER SCOPRIRLA!!!!11”.

 

Quelli che non è mai colpa nostra, nemmeno se le mani sono ancora unte di marmellata (o, peggio, sporche di sangue), e che – momento autocritica professionale – si va in Tribunale a negare tutto, sempre e comunque, perché conta il diritto, mica la giustizia.

 

Quelli che sono religiosi solo quando le “radici cattoliche” ci fanno stare a casa da lavoro a Pasqua ed a Natale, e quando c’è da ergersi a novelli Carlo Martello nella difesa dei confini dall’invasore di una diversa religione. Senza ricordare che – De Andrè insegna, come al solito – dopo la battaglia di Poitiers tutto finì a “grandi puttane”.

 

Quelli che disprezzano il denaro (degli altri), perché chiaramente “se son ricchi son ladri, chissà quanto hanno rubato”; se poi sono “intellettuali”, avranno di certo avuto privilegi di casta, perché saranno cugini di qualcuno. Ma anche quelli che, ovviamente, “Conosci mica qualcuno all’anagrafe, che non ho voglia di fare la coda e mio cugino è in malattia e non mi può far passare avanti?”, perché l’etica si pretende dagli altri, mai da noi stessi.

 

Ora, un italiano può davvero – solo attraverso la pratica di un’arte marziale – diventare zen o, quanto meno, “giapponese”?

Può – chiediamocelo con onestà intellettuale – dedicare la propria vita, la propria esistenza, alla pratica della propria disciplina, come hanno fatto (e come fanno tuttora) i grandi maestri, quelli veri?

 

Oppure, e credo sommessamente sia questa la risposta esatta, l’italiano medio è condannato a non raggiungere mai i livelli “giapponesi”, cui pretenderebbe di poter approdare con tre orette scarse di pratica settimanale (se non c’è la Champions!), salvo offenderci perché “agli italiani l’ottavo dan non lo danno, perché i giapponesi son razzisti”[note]Si, ho sentito anche questa.[/note]?

 

In conclusione, secondo la mia modesta e fallace opinione[note]Che è mia, solo mia, unicamente mia, e non riflette necessariamente né quella della Kiryoku, né quella di nessun altro al mondo.[/note], è solo questione di comprendere i propri limiti, con umiltà, e di lavorare per raggiungerli, non necessariamente per superarli: e questo perché sono limiti oggettivamente insuperabili per la pressoché totalità dei marzialisti occidentali.

 

Tentare una strada diversa può avere esiti nefasti e creare schiere di Capaneo. Ed è per questo motivo che l’Occidente è infestato da un florilegio di sifu, sensei e grandmaster, che, usualmente in pessima fede e per finalità meramente commerciali, si autonominano caposcuola di qualche do, jutsu o ryu di propria invenzione (ovviamente ottimi per l’autodifesa, per il disarmo da pistola, praticabile da persone di ogni età), inventandosi – con sprezzo del diritto, penale e civile, perché qui si superano in scioltezza i limiti della truffa, in senso tecnico – falsi palmares e farlocchi cv, con riferimenti orientaleggianti e con citazioni di articoli amici (o, peggio, prezzolati).

 

Lo so, parlo da anziano, ma le persone valide, nell’ambiente marziale italiano, sono sempre state poche e spesso vengono travolte dalle legioni dei Capaneo senza profondità (tecnica e morale), che – in precario equilibrio in cima alla loro instabile torre – addestrano studenti ignari, condannandoli a precipitare dalle mura, dopo essere stati fulminati al posto del loro falso maestro.

 

Una morale, però, c’è.

 

Il mondo moderno, per chi ha voglia di informarsi, è trasparente ed il fact checking è sempre a portata di mano: con pochi click si accede ad una sterminata biblioteca di Alessandria e chiunque ha i mezzi, se lo vuole, per smascherare incompetenti e truffatori, così da isolare le mele marce dell’ambiente marziale.

 

Solo in questo modo l’occidentale (e, soprattutto, l’italiano) può diventare una ‘persona migliore’ grazie alle arti marziali; capire che, per progredire nella propria disciplina, servono le stesse cose che richiede la ‘vita vera’: persistenza, impegno, condivisione, rispetto, studio, dedizione.

 

In conclusione, è, credo, responsabilità degli allievi valutare i propri maestri: devono capire se sono capaci, preparati, esperti. Se le loro competenze sono genuine. Se le loro motivazioni sono autentiche. Se la loro pratica è davvero profonda.

 

E l’allievo che giudica il maestro (concetto che, temo, farebbe aborrire un giapponese) non è hybris: è solo un atto necessario per la sopravvivenza, in Italia, di un concetto serio di “arte marziale”.

 

* * *

 

Nota conclusiva

 

Da questo pezzo di blog, mi restano due considerazioni.

La prima è che scrivo troppe note a piè di pagina.

La seconda è che, rileggendo, mi rendo conto di aver scritto che ciascuno di noi ha dei limiti che non possono (e non devono) essere superati.

Ma l’esperienza ci insegna che ciò non è sempre vero: ci sono anche ‘eroi’ moderni che trovano un modo di andare oltre le barriere che la vita, od il destino, impone loro. E lo fanno con coraggio, determinazione, impegno che noi ‘marzialisti medi’ crediamo di avere, ma di cui abbiamo in effetti solo un’idea astratta e teorica.

Per dare un senso a queste due considerazioni, ho quindi deciso di fare, per ogni nota a piè di pagina di questo pezzo, una donazione di un euro all’associazione ONLUS art4sport[note]Su http://www.art4sport.com, se vi interessa, ci sono tutti i riferimenti. Se avete seguito le Paralimpiadi, è quella della famiglia di Beatrice Vio, la medaglia d’oro di scherma. Sempre spade sono, solo meno giapponesi.[/note], che si occupa di avviamento allo sport per bambini con protesi di arto.

Quelli che in cima alle mura di Tebe ci salgono davvero[note]Se avete voglia, condividete anche voi, con chi volete. E così almeno ho fatto la sessantesima nota, ed è cifra tonda.[/note].

 

 

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