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L’ultimo seminario ZNKR: riflessioni sullo studio

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Seminario

Nell’ultimo viaggio in Giappone abbiamo potuto frequentare il seminario di aggiornamento della ZNKR.

A parte le difficoltà linguistiche è stato molto interessante.

Naturalmente era presente tutta la commissione iaido ZNKR e abbiamo potuto constatare quanto siamo fortunati in Italia;  la parte iniziale del seminario era molto simile a quanto facciamo nei due seminari italiani con delegazione ZNKR. Hanno spiegato i kata Kusama sensei e Nakamura sensei.

Sono stati spiegati molti concetti e Kusama sensei ha insistito molto sul fatto di essere precisi nella nostra esecuzione dei kata della ZNKR, non dobbiamo inventarci nulla o elaborare nostre interpretazioni  ma seguire in modo dettagliato quanto ci viene spiegato dai sensei e quanto è scritto sul libretto. Lo iaido ZNKR deve essere principalmente preciso e aggiornato. 

In particolare hanno insistito su alcuni concetti già spiegati in Italia negli ultimi due stage:

  • l’uso del piede perno (piede leader o piede dominante  in giapponese Jikuashi ) nel movimento che fa ruotare il corpo. Il movimento rotatorio parte dal piede perno e solo così si realizza un giro veloce e fluido. Ovviamente qual è il piede perno dipende dal kata. Nel sesto per esempio il movimento rotatorio parte sempre dal piede davanti destro e non dal piede posteriore, nel settimo il piede leader nei tre tagli si alterna; sinistro, desto, sinistro. 
  • L’uso corretto di iai goshi  in tutti i movimenti che permette di tagliare con il corpo sotto la spada e di avere i piedi pronti e liberi di muoversi in tutte le direzioni e di avere una postura dinamica (Shi Sei) e di mantenere il nostro baricentro nella giusta posizione.

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Il Maestro Ogura inoltre ha spiegato con dovizia di particolari come si costruisce Ukenagashi. Anche in questo caso nulla di nuovo ma il kata è stato scomposto in tutte le sue parti per dimostrare come può diventare efficiente se fatto in modo corretto. In particolare il Maestro Ogura si è soffermato :

  • sul modo di estrarre la spada che deve essere in linea con la traiettoria di ricevimento del colpo 
  • sul fatto che nel momento del ricevimento dobbiamo essere frontali con i piedi vicini nella posizione codificata e che il momento in cui riceviamo il colpo dell’avversario è un momento dinamico in cui la spada si sta ancora sollevando anche se di pochi centimetri
  • sulla necessità di realizzare il passaggio di nagasu (fare scorrere la spada dell’avversario) passaggio che richiede un leggero movimento del corpo che si gira allineandosi con la direzione del taglio finale
  • sulla traiettoria del taglio e sul movimento finale del corpo
  • il tutto ovviamente con un movimento dinamico e continuo ma che prevede tutti i passaggi del kata.

Come ho detto nulla di realmente nuovo poiché è quanto la commissione ZNKR sta spiegando nei suoi stage in questi ultimi anni sia in Italia sia in altri stage europei.

 Dobbiamo però ricordarci che i Maestri della ZNKR venuti in Italia negli ultimi anni ci dicono che il nostro iaido non va bene,  non è abbastanza corretto e abbastanza dinamico. Lo dicono per i principianti ma anche per i gradi più avanzati. Frequentando questo stage mi sono però resa conto che il problema non è la mancanza di informazioni, gli stage italiani ricalcano assolutamente gli stage giapponesi della ZNKR e le informazioni che vengono veicolate sono le stesse.  

I problemi sono probabilmente riconducibili a due atteggiamenti mentali diversi.

Non frequentiamo gli stage con i Maestri della ZNKR  forse perché li troviamo noiosi o ripetitivi, didatticamente poco coinvolgenti, inoltre  pensiamo di sapere già le cose (in fondo sono sempre e solo 12 Kata sempre uguali…!?). In questo modo nel giro di poco tempo inevitabilmente deviamo da quanto viene richiesto e perdiamo i costanti aggiornamenti che vengono inseriti. Dopo un po’ di tempo il nostro iaido contiene elementi fuori standard e significativamente diversi da quanto richiesto. 

 Oppure frequentiamo gli stage  ma non siamo veramente in grado di cogliere quanto ci viene detto e inconsciamente elaboriamo le informazioni secondo le nostre convinzioni rafforzando quanto pensiamo e non uscendo dalla nostra zona di comfort. (È un meccanismo noto anche in altri campi che evidenzia come l’uomo tenda a muoversi e ad elaborare le informazioni entro un ambito delimitato dalle proprie convinzioni acquisite).

Non so esattamente quale sia la dinamica principale e probabilmente ci sono molti fattori che agiscono contemporaneamente ma, ripeto, da un po’ di anni tutti i Maestri giapponesi che sono venuti in Italia ci dicono che il nostro iaido non è abbastanza corretto e che non possiede dinamicità. Nonostante questo il nostro approccio allo studio non muta e la situazione si ripete. Nell’ultimo stage di maggio i Maestri ci hanno detto che non siamo abbastanza preparati, sembra che ci presentiamo all’esame perché è “passato il tempo”, ma questo tempo non è stato utilizzato per cambiare veramente il nostro iaido o per approfondire le nostre conoscenze.

Forse basterebbe ricordarci che siamo e saremo sempre nella fase Shu  di Shu Ha Ri e guardare a quanto ci viene insegnato con occhi da principiante. In Giappone in effetti l’atteggiamento di chi frequentava lo stage era di massimo interesse rispetto a quanto veniva spiegato e alcune discussioni continuavano anche a cena.
Lo stage Giapponese è proseguito con spiegazioni e pratica del saluto e dei kata divisi nei diversi gruppi.

La domenica inoltre si è studiato koryu  sempre divisi in gruppi e sono state fatte dimostrazioni  di tutte le scuole antiche ancora praticate dagli iscritti della ZNKR La cosa è stata decisamente molto interessante.

Claudio è stato invitato da Kusama Sensei a fare la dimostrazione nel gruppo di Muso shinden ryu. È stato emozionante vederlo lì.

Danielle Borra, kyoshi 7 dan

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© Le fotografie del seminario ZNKR presenti in questo articolo sono di Igarashi Keiji sensei.

Alla ricerca della postura corretta

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Manichino postura

Non scrivo un pezzo autografo da un po’. A dispetto degli studi universitari che ho compiuto, quando pratico iaido mi sento estremamente distante dalla filosofia accademicamente intesa. La spada per me è sempre stata quella cosa che mi serviva a tenere i piedi per terra e ritrovare me stessa: per qualcuno è uno strumento di elevazione, per me è più un’ancora.
Mi sono decisa a rimettere i polpastrelli sulla tastiera spinta dal desiderio di condividere un’indicazione pratica, e incoraggiata in questo dalla mia maestra, Danielle Borra (7 dan kyoshi). Le ultime lezioni cui ho partecipato in dojo sono state incentrate sulla postura: oltre a procurarmi un gran mal di schiena, mi hanno illuminata a proposito di alcune questioni tecniche.

Lo iaido, l’abbiamo sentito mille volte, non è un’arte marziale dove sia particolarmente rilevante la forza; destrezza e precisione al contrario svolgono un ruolo di primo piano. Attraverso l’acquisizione di una postura corretta non solo trarremo benefici a lungo termine per la nostra persona, ma riusciremo ad utilizzare meglio il corpo e per diretta conseguenza la qualità del nostro iaido migliorerà.

La maggior parte degli europei che conosco, sottoscritta inclusa, manifesta una tendenza ad assumere una postura quasi cifotica: anche se alcuni hanno la parte superiore della schiena abbastanza dritta e le spalle aperte, spesso la regione lombare è flessa in avanti, cosa che porta automaticamente il bacino in posizione anteroversa, e quasi per bilanciare tendiamo a sporgere in avanti anche la testa. Una condizione che gli inglesi descrivono letteralmente come “sedere a papera”, immagine colorita che a mio avviso rende bene l’effetto visivo.
Un praticante con questo difetto, soprattutto visto lateralmente, è chiaramente instabile e deve sopperire con la forza fisica nel generare impatto, laddove il corpo non è predisposto a sostenerlo. Questa postura reca con sé tutto un corollario di difetti diffusissimi: l’incapacità di mantenere basso il bacino (quell’effetto sismografo che notiamo spesso nei kata in piedi), l’incapacità di chiudere una tecnica senza pattinare, la perdita di pressione sull’avversario quando cambiamo posizione dopo aver effettuato l’o-chiburi… Potrei continuare!

Un ottimo esempio da seguire, per capire a cosa mi riferisco quando penso ad una postura corretta, è Morishima Kazuki sensei, 8 dan kyoshi. La sua postura è drittissima, funzionale al movimento, che risulta soprattutto corretto, quindi visivamente compatto, elegante e potente.

Non si può vedere alcun cambiamento senza impegnarsi per cambiare, il che ci porta dritti al cuore dell’articolo, che è anche la sua conclusione. Ho capito che è necessario che io mi impegni per mettere a posto questo difetto. Per farlo, cerco di mantenere la parte alta della schiena ben dritta, il mento ben indietro, operare una retroversione del bacino e abbassare iaigoshi. Vi garantisco che è una sensazione spiacevolissima, vissuta dall’interno: ci si sente molto instabili. I riferimenti che erano sicuri in ogni cambio di piede, in ogni giro, si perdono. La cosa che mi ha turbata di più è, tuttavia, il tenouchi, in particolare nel kirioroshi: basta un kata e mi ritrovo a fiato mozzato!

Chiara Bonacina, 3 dan

Primo capitolo: “Oh, per carità”

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Uomo sorpreso

Tutti iniziano a fare iaido per le stesse quattro ragioni:

1. le spade sono fighe;
2. i cartoni animati ci hanno insegnato che il Giappone vince sempre i mondiali;
3. metti che un giorno arrivano gli Ottantotto Folli di Kill Bill, bisogna sempre essere preparati ;
4. tutti vogliono poter dire “Hey, io faccio arti marziali”, ma pochi vogliono farsi picchiare in faccia.

Nel mio caso, aggiungiamo anche il fatto che la palestra è a cento metri dallo studio, il che costituisce un plus non indifferente.

Ho iniziato, peraltro, con l’assoluta e radicata certezza che, per me karateka mediamente ‘esperto’, sarebbe stata una strada in discesa. Sarei – come sempre ero stato in più o meno tutto quel che ho fatto nella mia vita – nel top della categoria, grazie a doti (in)naturali, capacità intellettive, prestanza atletica ed incorreggibile modestia.

“Oh per carità”.

Lo iaido, quando inizi (soprattutto quando, per la prima volta, ti vesti da Toshiro Mifune e ti compri lo iaito custom, con tutta una serie di gadget di cui non conosci senso e funzione, ma che scegli perché “Mitico, il drago!”), è una cosa che capisci subito. Una dozzina di kata di quattro mosse in croce, che tutti in dojo fanno molto easy.

Del resto, sono dodici kata. Mica cento. Dodici.

E, a te che hai appena iniziato, sembra che tutti facciano più o meno le stesse cose, con la stesa abilità, con la conseguenza che l’assenza di cinture non ti fa capire chi è “bravo” e chi no.

Pratichi quindi con smodato entusiasmo quello che hai capito essere lo iaido, copiando (recte: provando a copiare) quel che vedi fare dagli ottavi dan hanshi sul Tubo, sentendoti – un nukitsuke dopo l’altro – un vero ronin, torvo decapitatore professionale, ma sempre attento a non lasciare pezzi di altrui intestini tenui sulla spada (“corretto chiburi).

“Oh per carità”.

Passano un paio d’anni, prendi il primo dan perché al primo dan ti bocciano giusto se ti parte la spada ed ammazzi un passante, fai qualche gara e prendi pure una medaglia, perché nella tua categoria eravate in sei e agli altri è partita la spada ed hanno ammazzato un passante.

Ti senti arrivato, sai di aver capito tutto. Sei consapevole della tua abilità e, soprattutto, sei certo di essere il migliore del dojo (ma sei modesto ed ammetti che forse dal sesto dan in su ti potrebbero stare alla pari).

E poi, una sera, la Maestra di vede fare Mae e, alzando gli occhi al cielo sconsolata, ti dice “oh per carità” e se ne va scuotendo la testa.

“Oh per carità” a me?

Avrà visto male.

Un evidente caso di scambio di persona.

Diceva a quello dietro.

È stata abbacinata dalla mia evidente capacità nippo-schermistica.

Intende dire che la carità divina mi ha infuso del potere delle antiche scuole.

E invece poi capisci che “Oh per carità” vuol dire, in modo più gentile, elegante ed educato, un’altra cosa: “Albesano, certo che a fare iaido fai proprio schifo”.

Faccio schifo a fare iaido.

Sapete quando vi svegliate la notte e vi ricordate di aver lasciato il portafoglio in macchina, e allora bestemmiate in antichi idiomi e contro divinità ormai dimenticate, e scendete in ciabatte, con il cane che vi guarda mezzo addormentato con quel tipico occhio del “Che fai, pirla?” (è un cane milanese), sperando che non vi abbiano già spaccato il vetro, che ormai signora mia gira certa gente?

Ecco, quell’improvvisa consapevolezza.

Faccio schifo a fare iaido.

Ma schifo davvero. Non tipo “dai, sei bravo per il tuo livello”. Non tipo “ti applichi, ma puoi migliorare”.

Più un “Signora, ha mai pensato che suo figlio potrebbe andare a zappare? Sa, ci servirebbe il suo banco per metterci sopra i cappotti”.

Alcuni dettagli diventano più chiari:

  • ecco perché nelle prove di gara in dojo prendo sempre tre voti contro;
  • ecco perché la Maestra mi dice che “la spada giapponese non è un’ascia da boscaiolo”.

Ecco perché.

L’effetto è immediato: se faccio schifo a fare iaido, allora lo iaido inizia a farmi schifo. È una cosa naturale, tutto sommato, ed ha una logica: (a) incontri un tizio per strada; (b) ti togli il cappello e lo saluti cordialmente; (c) il tizio ti sputa. Chiaro che a quel punto non ti stia più particolarmente simpatico.

Insieme alla crescente reciproca disistima tra lo iaido ed il sottoscritto, cresce però anche una certa qual curiosità: perché faccio schifo?

E dopo un po’ ci arrivi. Fai schifo perché metti nello iaido palate di roba che, con lo iaido, non c’entra niente, tipo:

1. velocità monstre di esecuzione: i western ce lo hanno insegnato, è tutta questione di rapidità di estrazione;
2. forza brutale nei tagli: il nemico ti odia, tu odia il nemico; e fagli tanto, tanto male; la violenza ha sempre una funzione terapeutica;
3. theatrics: quelle cose tipo le facce incazzuse, i kiai interiori, i versi gutturali, gli occhi alla Ken Shiro di “assumi un’espressione triste perché tra poco morirai”.

È come per gli alcolizzati: superi la fase di negazione, ammetti di avere un problema, ti ci metti di impegno per superarlo. Resta da capire come.

E, come sempre, arriva tua moglie a dire la cosa giusta al momento giusto:

“Ma dai, ‘sta roba che fai è una cacata. Sono tre anni che fai sempre le stesse quattro cose, come fai a essere così scemo da non saperle ancora fare?”.

Ma no, amore. Lo iaido è un “do”, non un “jutsu”. È la metafora della perfezione irraggiungibile. È una strada che percorri per la vita. È una crescita interiore. Quando muoio, seppelliscimi sotto un ciliegio alle pendici del Fuji e fai suonare in mio onore “È quasi magia Johnny”.

Però, si sa, le mogli hanno sempre ragione. E quindi?

Se avesse ragione anche in questo caso? Se davvero lo iaido fosse una “cacata” e se fossi davvero scemo io a non averlo ancora capito? Se fossi io ad autosabotare la mia pratica, con una complicazione di sovrastrutture non richieste?

Back to basics, quindi. Resta da capire come fare.

Decido che è come smettere di fumare. Tutti quelli che smettono davvero lo fanno da un giorno all’altro, senza programmi, senza piani di riduzione.

Approccio brutale. Mi piace. Serve solo una pala, metaforica, con cui svuotarmi metaforicamente la testa; una pala, metaforica, di quelle grosse, perché di roba da buttar via ce n’è tanta.

Prima, la velocità.

Questa è mediamente facile: il segreto è – tenetevi forte – andare lenti. Lenti. Lentissimi. Rocket science, davvero.
Nel dubbio, sovracompenso: sono sempre l’ultimo a finire il kata, ed ero sempre il primo. Lo spirito del bradipo mi possiede, senza nemmeno avermi prima invitato a cena.
Al tempo massimo per le gare o per gli esami ci penserò poi: per ora, decido che i fondamentali sono, per l’appunto, fondamentali.

Poi, il teatro.

Mediamente facile anche questo, quando capisci che devi solo eliminare quelle sovrastrutture (ok, siamo onesti: quelle cialtronate) che hai aggiunto al tuo iaido negli anni. Non è nemmeno questione di eliminare il fighting spirit, perché devi cancellare solo l’apparenza inutile e ciarlatana, non la credibilità del combattimento.
Quindi, torni anche qui ai fondamentali: via lo sguardo killer, via i movimenti accessori da film. Facciamo solo quel che c’è scritto sul libretto, e non c’è scritto da nessuna parte che devi sbrasonare.

Resta la forza. E qui sono membri maschili (ho già superato la soglia massima di coprolalia per questo pezzo e temo la censura).

Togliere la forza non mi riesce. Non ce la faccio. Posso andare lento, posso concentrarmi sulle basi, ma non posso eliminare la forza.
Ci avevo già provato, molti anni fa, con il Tai Chi, nel quale mi avevano trascinato gli amici: avevo resistito tre mesi. Roba da pensionati fruttariani.

Ma ora sono maturo. Ora voglio davvero provarci, a fare meno schifo. Mi serve aiuto.

Proviamo con il Maestro dei miei Maestri e vediamo se Ishido Sensei può, virtualmente, darmi una mano.

Trovo i video del suo iaido. Ne guardo un paio e mi fermo: capisco che, per me, non è un modello da copiare.

Prima di essere cacciato dalla CIK, dall’EKF e dalla ZNKR (giù le spade, siate zen!), mi spiego: non posso auspicare di imparare nulla guardando un ottavo dan hanshi, perché il Sensei fa, per così dire, un altro sport. È veloce, trasmette potenza, è credibile in quello che fa: sembra teatrale, ma capisci che non lo è.

Lui è ‘vero’. Lui combatte ‘veramente’.

Ma provare a copiarlo sarebbe un errore. Tornerei a provare ad aggiungere, e incasinerei di nuovo tutto. Tipo che domani decido di mettermi a giocare a calcio e provo a fare le rovesciate guardando i video di Ronaldo. Così passa Messi e mi dice “Oh per carità”. Meglio stare a fare il terzino. E se mi arriva la palla, spazzo in tribuna.

Youtube è il male. Ho ragione quando dico a mia figlia di non guardare troppi video stupidi (e lei mi risponde “A Lola piace i video stupidi”, ma qui vado fuori tema).

Ma Ishido, oltre a praticare, ha anche scritto.

Trovo, sul sito Kiryoku, un suo pezzo, tradotto dall’originale giapponese, con un decalogo di suggerimenti per passare l’esame da ottavo dan.

“1. Sbarazzatevi dei vostri preconcetti e studiate con il cuore di un principiante
2. Studiate e praticate contemporaneamente
3. Perseverate
4. Rinforzate il vostro corpo, non abusatene
5. Siate logici nel porre le vostre domande, se avete bisogno di ricevere istruzioni
6. C’è un inizio per la pratica, ma non una fine
7. Nella pratica esiste solo lo shu, non l’ha né il ri
8. Cercate di assicurarvi che il ragionamento logico e la verità coincidano sempre
9. Assicuratevi che il vostro iai comunichi umiltà e educazione
10. Assicuratevi che il vostro iai esprima un atteggiamento appropriato.”

Qui c’è la risposta.

La devo solo trovare.

– To be continued –

Emanuele Albesano, 2 dan

Traguardi e nuovi inizi: il kangeiko primaverile con Azuma sensei e Komura sensei

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Kangeiko maggio 2018

Il primo pensiero è stato: “Ora mi prendo un po’ di tempo per festeggiare!”
Il secondo è stato: “Devo avvertire i miei del dojo che mercoledì si ricomincia a lavorare per il taikai, che siano più presenti possibile.”
La sensazione dominante è stata proprio questa, passare dal percepire il 6° dan come un traguardo, non definitivo, ma pur sempre un traguardo a considerarlo un vero punto di ri-partenza.
Ripartenza che presuppone un impegno rinnovato, ad un livello se possibile superiore, per far fronte a quel tacito impegno d’onore per cui ciò che si è ricevuto va restituito.

“benvenuto nel club del lavoro duro” cit. Stefano Ferro

Questo pensiero mi porta a ringraziare sicuramente la mia Maestra Danielle e gli altri Maestri come Zanoni Sensei, Van Amersfoort Sensei, Momiyama Sensei, e molti altri ancora che, poco o tanto, hanno contribuito alla mia evoluzione sulla Via della spada e, con la stessa intensità, a ringraziare tutti coloro che mi seguito sulla Via.
Perché avere degli amici, più che degli allievi, che si rivolgono a te per avere un sostegno per la loro evoluzione, ti costringe al massimo impegno personale per onorare degnamente la loro fiducia. Molto probabilmente senza di loro non sarei arrivato a tanto. Per questo, a tutti loro, dedico un grazie speciale.

Il pre-esame.

25/10 Zawierce, Polonia, capo della Commissione Esaminatrice il Maestro Junichi Kusama. Non so cosa abbia esattamente portato alla mia bocciatura, ma sospetto che qualche difficoltà iniziale, durante rei-ho, nel maneggio del sageo abbia avuto una discreta parte. Sicuramente avevo perso quella calma fondamentale per l’esame.

25/11 Modena, kangeiko, il maestro Kusama, presenti Claudio e Danielle, lo scrivente e il traduttore, mentre in un clima informale e rilassato prende un caffé nel corridoio della palestra del CUS di via Campi, parlando di criteri d’esame, mi fissa per un attimo negli occhi e dice “… Per me se uno sbaglia rei-ho ha già finito il suo esame”.
Forse tutto è stato casuale, anche se non lo credo, e mi piace pensare che il Maestro Kusama volesse indicarmi la Via per migliorare.

In ogni caso in questi mesi, il rovello principale è sempre stato l’incertezza non tanto sul cosa si dovesse fare, ma sul come fare per costruire un modello di kata accettabile da portare all’esame. Rallentare, non mettere forza, ma neanche far sbadigliare chi ti guarda, dare ritmo … insomma, cose che comprendevo, ma che non mi sembrava mai di saper dosare adeguatamente.

L’esame.

“fai come sai fare, non pensare, fai il tuo iaido” cit. Danielle Borra

Che invidia per gli amici torinesi, per la loro possibilità di frequentare assiduamente via Magenta!
A meno di un’ora dall’inizio degli esami queste dieci parole di Danielle mi hanno rimesso in pace con me stesso, mi hanno permesso di presentarmi all’esame con la serenità che mai avrei pensato di raggiungere in una situazione così stressante. Grazie Maestra.
Il resto è andato com’è andato.

Infine, un ultimo grazie ancora a tutti coloro che mi hanno incoraggiato ed aiutato, che mi sono stati vicini e da domani si ricomincia.

Carlo Sappino, 6 dan

Illuminazione e metodo

Lo Iaido è essenzialità efficace, ricerca di una perfezione minimalista dettata dalla semplicità e dall’armonia, ma come tutte le cose semplici racchiude difficoltà difficilmente immaginabili dall’esterno e spesso irraggiungibili dall’interno. Nel passaggio da neofita a principiante a praticante convinto, e sono sicuro anche nell’ulteriore prosieguo verso livelli di esperienza maggiore, sono passato ciclicamente da momenti di folgorante soddisfazione al buio profondo della consapevolezza sincera.

Ho sentito spesso dire che l’illuminazione prima o poi sarebbe arrivata,e mi sto convincendo che questa sia un percorso, tante piccole realizzazioni che messe in fila una dopo l’altra permettano di identificare un obiettivo e illuminare il percorso che, dopo l’analisi della propria pratica, si voglia seguire. Come una candela galleggiante sul fiume, per quanto emozionante possa essere, non riesce a trasmettere la sensazione di centinaia di piccole candele che tutte in fila creano un sentiero luminoso, la singola illuminazione rischia di spegnersi da sola se non la si nutre con una ricerca sincera e costante che rompa le illusioni del quotidiano. Una delle difficoltà è trovare un metodo, e per quanto sia sempre più convinto col passare del tempo che la semplicità paghi, per quanto le parole dei molti Sensei dai quali ho avuto il piacere di ricevere insegnamenti siano univoche sul tema, per quanto sia conscio dei limiti che io stesso creo per via delle mie illusioni, tutto quanto teoricamente compreso in passato ma evidentemente non applicato, si è cristallizzato nell’immagine del fiume coperto dalle candele galleggianti attraverso le parole di Azuma Sensei in occasione dell’ultimo stage CIK di Iaido, rafforzate da un’esortazione di Komura Sensei sotto la cui direzione ho successivamente praticato: prima di tutto bisogna fare un Iaido corretto!

Ci sono arrivato tardi, ma credo di aver compreso quanto abbia la necessità di trovare un metodo, che per quanto semplice possa sembrare, racchiuda in sé tutte quelle singole candele: tutto ciò è passato attraverso i tre segreti di Azuma Sensei, un compendio minimo ma essenzialmente efficace che in pochi passaggi ha apposto il sigillo sull’immagine completa delle candele.

Sen (linea): cercare e comprendere la linea di azione di un kata per la corretta esecuzione, disegnando e percependo le linee che il proprio corpo debba produrre.
Jikuashi (passo perno): gestire le azioni del corpo per variarne la direzione in movimento, comprendendo da dove debba partire ogni singola azione pensando a quale piede ne prenda la funzione in ogni passo.
Jushin (baricentro): mantenerlo sempre al centro del corpo garantendo di non farsi dominare e tirare dalla spada in posizioni scorrette. È inoltre importante comprendere anche che jikuashi non prende il baricentro ma deve gestirlo.
Questi tre componenti sono fondamentali per costruire qualsiasi kata ed è quindi importante metterli sempre in pratica.

Dopo qualche anno di pratica sono faticosamente giunto alla decisione di voler cambiare, di studiare meglio, e mi sono duramente scontrato con i miei difetti e i miei limiti, una lista pressoché infinita come ben sanno tutti quelli che mi hanno aiutato in questo ultimo periodo. L’incontro recente con persone che mi hanno fatto comprendere cosa volessi davvero fare, attraverso l’esempio, il consiglio e i (loro) risultati, mi hanno aiutato a realizzare come dovessi lasciar alle spalle tante cose ed indirizzarmi solo verso la semplicità, la naturalezza e l’armonia: ma avevo bisogno di un metodo che mi permettesse di rimettere insieme tutte quelle illuminazioni parziali.
Credo di aver intravisto come poter procedere solo in questo ultimo periodo e le parole di Azuma Sensei sono state il catalizzatore finale: in fondo, i kata sono “semplici”, il punto di passaggio in cui mi trovo ora corrisponde sicuramente ad un nuovo inizio, i pochi punti chiave illustrati dal Sensei racchiudono in realtà tutti i fondamentali e i principi dello Iaido, e la semplicità che ne deriva è disarmante.
Ora posso studiare con miglior profitto.
Ora ho un metodo.

Emanuele Boccalatte, 4 dan