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Il vero senso della pratica

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Al seminario federale di Jodo, tenutosi a Castenaso il 24-25 Marzo 2018, i praticanti più anziani hanno avuto il grande piacere di rivedere una vecchia conoscenza: il Maestro Mitsuo Shiiya, 8° Dan Hanshi.
Ormai da diversi anni assente dalla scena italiana sia per motivi di normale avvicendamento che per problemi di salute, il Maestro Shiiya è sempre stato proverbiale per la sua eccezionale energia ed anche in questa occasione, guidando personalmente la fase di riscaldamento, non ha deluso le nostre aspettative.
Il Maestro ci illustra i punti fondamentali del lavoro che intende portare avanti durante il seminario: dopo avere tracciato sul pavimento linee ed angoli con il nastro isolante, mostra chiaramente la posizione e il movimento dei piedi durante le tecniche.
Spiegando e dimostrando in prima persona, il Maestro percorre queste linee non immaginarie con naturalezza, i suoi piedi semplicemente vanno dove devono andare.
‘E veramente incredibile quanto la traduzione di Murata sia superflua: il Maestro parla esclusivamente in giapponese, con qualche rara parola pesantemente storpiata in inglese o addirittura in italiano – gesto quest’ultimo di estrema cortesia per farci sentire quanto lui si senta a casa nel nostro paese – eppure tutti comprendono esattamente le sue spiegazione senza difficoltà.

Il secondo membro della delegazione giapponese è il Maestro Koro Fujisaki, 8° Dan Kyoshi, alla sua prima esperienza da noi in Italia.
Insieme, ad un certo punto della prima giornata, i due Maestri effettuano una dimostrazione dei dodici kata federali, precisando che essi, per vari motivi di vita, non avevano avuto modo di incrociare le loro armi da almeno trent’anni.
Il messaggio è chiaro e introduce il tema profondo del seminario: se il nostro Jodo è buono, lo deve essere sempre e comunque.
Ho sempre amato molto questi incontri federali di iaido e jodo, in quanto ritengo che, al di là dei contenuti tecnici, essi costituiscano un’occasione unica di studio per chi, avendo raggiunto un livello medio di capacità – diciamo il quarto/quinto Dan – si trovi ad affrontare il problema, di difficile soluzione, della comprensione del vero senso della pratica.
Nelle nostre discipline, si è considerati principianti fino al 3° Dan: durante questa fase iniziale, le difficoltà da superare sono essenzialmente legate all’apprendimento degli aspetti esteriori della pratica (sequenze, correttezza tecnica, Reiho).
Superato questo stadio, si entra nella fase avanzata dell’apprendimento, durante la quale il problema è essenzialmente quello di riuscire a dare un senso marziale compiuto alle nostre tecniche: si tratta cioè di sentire veramente il combattimento in atto e di riuscire anche a trasmettere questa sensazione a chi ci guarda, ad esempio arbitri ed esaminatori.
E’ questa la fase nella quale, normalmente, iniziano a fioccare copiose le bocciature e in cui anni vengono spesi a cercare, non si sa bene come, un qualcosa che tutti sembrano vedere mancare nella nostra pratica, ma che noi capiamo a stento.
A questo punto, i nostri compagni di viaggio diventano commenti impietosi quali: “corretto, ma vuoto”, “manca il Riai del Kata”, “non c’è pressione sull’avversario”.

La ricerca di questa componente essenziale della nostra pratica prevede il riuscire a vedere qualcuno che non c’è (iaido) o sentire come avversario qualcuno che ci sta di fronte, ma di cui conosciamo già i movimenti futuri (jodo).
I tentativi per superare questo scoglio apparentemente insormontabile sono normalmente accompagnati da un peggioramento tecnico per cui, alla soglia del 5°Dan, ci si ritrova facilmente ad eseguire forme in modo peggiore dei principianti.
Questa fase della pratica è lunga, scoraggiante e dall’esito quanto mai incerto, al punto che, in taluni casi, lo scoramento e il senso di frustrazione possono condurre all’abbandono.
Qui entrano in gioco i maestri giapponesi, che sono appunto maestri e non istruttori.
A volte si soffermano con ostinazione su dettagli che sembrano irrilevanti, come la differenza di posizione dei piedi tra il tachi e il jo durante il saluto iniziale: con tanti errori che affliggono la nostra pratica perché dedicare tanta attenzione proprio a questo dettaglio?
Altre volte ci confondono e in questo il Maestro Shiiya è veramente insuperabile: dopo averci disposto su più file, ciascuno di noi con qualcuno di fronte a diversi metri di distanza, abbiamo iniziato a praticare i vari kihon procedendo sia avanti che indietro, esercizio questo abbastanza inconsueto.
Il risultato è stato che, dopo i necessari aggiustamenti, oltre 100 persone praticavano all’unisono come un’unica grande coppia, tutti guardavano lontano, nessuno si concentrava su stesso, sulle proprie difficoltà individuali, ciascuno si adeguava al gruppo: improvvisare, adattarsi, perché il combattimento è questo.

Una volta divisi per grado, al gruppo dei 5° Dan (ed aspiranti tali) è toccato il Maestro Fujisaki.
Dopo averci disposto a coppie, ci fa ruotare continuamente: ci guarda, ci ferma, ci chiede di ripetere.
Il Maestro corregge ma non ha paura di lodare, di apprezzare la nostra pratica: ci ricorda anzi che in ognuno di noi c’è qualcosa di buono e questo deve essere esaltato e, se possibile, copiato.
Forte della sua grande esperienza nel kendo, ci parla di combattimento vero, di vincere con il cuore, prima ancora che con la tecnica.
Il Jodo, come le altre arti marziali, è una forma superiore di confronto perché il fine ultimo è il costante controllo dell’avversario, non la sua distruzione: se questo controllo nasce prima di tutto dentro di noi, lo si riesce benissimo a vedere anche dal di fuori.
La lezione con il Maestro continua anche la mattina successiva: si praticano in sequenza tutte le forme del seitei senza concentrarsi, come normalmente avviene, sui kata d’esame.
Questo approccio, pienamente corrispondente al concetto di vera pratica, viene confermato dalla decisione della Commissione di seguire per gli esami il metodo della rotazione delle armi: un metodo, normalmente utilizzato in Giappone per i gradi più elevati, nel quale tutti praticano con tutti alternando i ruoli e non incontrando mai lo stesso avversario.

Il significato immediato di questo sistema è ovviamente quello di testare la capacità di adattamento dei candidati, quello più profondo è che sul campo di battaglia il nemico non si sceglie e sicuramente non collabora con noi.
La novità crea confusione in quanto la procedura non è ben chiara agli organizzatori: si decide allora di fare delle prove e questo, ovviamente non fa che aumentare la tensione e il nervosismo dei candidati.
Coinvolto in prima persona in qualità di esaminando, al mio terzo tentativo per il godan, mi sento stranamente calmo e le prove di cerimoniale, paradossalmente, contribuiscono a fugare ulteriormente gli ultimi residui di insicurezza: sicuramente il livello di concentrazione è al suo massimo e, alla fine, il tutti contro tutti funziona.
Il Maestro Shiiya vuole consegnare personalmente i diplomi e quando viene il mio turno mi fissa per un istante e dice soddisfatto “good kiai”: forse, almeno per un po’, ho sfiorato il vero senso della pratica.

Stefano Banti, 5 dan

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© fotografie disponibili sulla pagina Facebook Kiryoku International (n.d.r.)

Come in cordata: sempre più in alto, insieme.

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Alessandra Bramardi

Svizzera, montagne, alpinismo, stage di Magglingen… Le mie due anime, quella del praticante di arti marziali e quella dell’alpinista si sono, per una volta, agitate entrambe contemporaneamente: sapevo che non avrei potuto scalare e nemmeno aggirarmi per i sentieri nel bosco, ma l’odore della neve e dei pini lo avrei percepito anche dentro il palazzetto dove avrei partecipato allo stage.
Sabato mattina fin da subito ho realizzato che l’energia era tanta e positiva: sicuramente il centro sportivo che ci ha ospitati è un luogo che trasuda carica sportiva, impegno, risultati. Le fotografie di atleti di molte discipline appese in ogni luogo danno la carica per allenarsi e studiare; infatti, si è lavorato molto e bene, come ha specificato il Maestro Hopson, non per stancarsi, ma per capire, sotto la capace guida degli insegnanti provenienti da diversi paesi europei.

Come in cordata sulla roccia il più esperto sale da primo e segna la via per chi sale da secondo, anche nelle arti marziali chi ha percorso una parte maggiore della Via aiuta ed è di esempio per chi ne ha percorso meno: è il rapporto tra sensei e allievi e tra senpai e kohai.
Nel fine settimana Svizzero questa catena di trasmissione del sapere, del capire di Iaido, dell’insegnare e studiare una disciplina che è molto spirito e interiorizzazione e meno fisicità, mi si è palesata molto chiaramente.
Alla fine della giornata di studio, si sono svolti gli esami di passaggio di grado; la mia sensazione è ogni volta la stessa, come se chi mi precede verso la vetta per un momento lasciasse la corda morbida e mi invitasse a procedere senza evidente traccia, per valutare se qualche piccolo passo riesco a farlo anche da sola, per poi riprendermi sotto la sua supervisione e proseguire la Via insieme.

Affrontare e superare l’esame da 4 dan è stato come trovarsi con le mie sole forze davanti ad un passaggio di roccia difficile, salendo dietro i senpai e con loro dietro i sensei verso l’alto, ben sapendo che ci sarà sempre una cima più alta da scalare, ma con la soddisfazione di aver fatto bene.
Almeno oggi.

Magglingen, 7 aprile 2018

Alessandra Bramardi, 4 dan

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© la foto in evidenza è opera di Piervittorio Pozzo (n.d.r.)

La complessità delle arti marziali per noi “occidentali”

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Sono sempre più consapevole, e l’ultimo viaggio in Giappone ha rafforzato in me questa convinzione, che per noi “occidentali” sia una fatica immane studiare realmente un’arte marziale nel vero senso della parola.
Provo a spiegare quello che è il mio pensiero/convinzione.
Oramai sono circa 15 anni che, oltre a studiare, insegno Iaido, e sempre più si sta facendo strada dentro di me l’idea che il problema risieda proprio nella nostra storia e nella nostra cultura, che determinano la mancata capacità di approfondire, come farebbe un “orientale”, lo studio dell’arte marziale che ci affascina.
Lo studio profondo della Via che abbiamo scelto, contrariamente a quello che pensiamo, si fa più duro man mano che progrediamo, le cose da studiare sono più profonde, effettuare dei cambiamenti comporta uno sforzo notevole, perché tutto quello che abbiamo imparato nella prima parte del nostro cammino deve essere poi approfondito. Nei primi tempi siamo sostenuti dall’entusiasmo che ci dà la spinta per impegnarci al massimo nell’imparare, ad un certo punto questo spirito ci abbandona e le cose da imparare o da cambiare diventano sempre più difficili. Non riusciamo a renderci conto che il modo di imparare cambia ed è a quel punto che il nostro cammino inesorabilmente si arresta.

Le priorità cambiano, quello che prima era il giorno più atteso, il giorno della pratica, diventa il giorno della “palestra” e qui l’occidentale che è in noi si manifesta e non capisce che sta rovinando tutto il lavoro svolto. La “palestra”? Andare in palestra significa andare a sudare, a scaricare ansie, tensioni, arrabbiature. Andare in dojo ha un significato completamente diverso, dovremmo abbandonare tutta la nostra vita, i problemi, le tensioni, la nostra personalità per dedicarci interamente allo studio: i giapponesi studiano, gli occidentali si allenano. Provate a riflettere sui due punti di vista e inizierete a capire la differenza.
Durante gli ultimi campionati europei ho rilasciato diverse interviste, non perché sia famoso ma in qualche modo l’avvenimento ha movimentato un po’ i media sullo Iaido e la CIK mi ha incaricato di relazionarmi con alcuni giornalisti, i quali tutti, indistintamente, quando menzionavo lo ”studio” in qualche modo rimanevano spiazzati ed alcuni mi hanno anche chiesto perché definissi la pratica “studio” e non “allenamento”.

“Studiare” per me ha un significato estremamente diverso da “allenarsi”, allenarsi è solo cercare di migliorare la performance, lo studio prevede di migliorare la performance in tutta la sua globalità, che per noi marzialisti dovrebbe voler dire, approfondire la tecnica ma anche il significato, perché una cosa si fa cosi e non cosà, da dove nasce questa determinata tecnica e dove affondano le sue radici, l’influenza che le religioni e o le filosofie di vita hanno dato alla disciplina, ecc. ecc.
In qualche modo per noi occidentali dopo un po’ nasce la convinzione che l’ora in palestra sia sufficiente per ottenere il grado o avanzare nella pratica. Certo che è sufficiente se quello che si vuole ottenere è lo sfogo delle problematiche della vita di tutti i giorni e lo Iaido diventa il “dopolavoro ferroviario”, ha la stessa valenza della partita di briscola e dell’”ombra” (bicchiere di frizzantino) con i colleghi. Va benissimo, ma questo non è studio di un’arte marziale. Per esempio, partecipare ad un seminario ed essere presenti solo un giorno, al di là degli obblighi lavorativi, non è studio. Uno dei ragazzi in dojo ha fatto un commento a tal proposito che mi ha fatto sorridere: « ma mica è uno spettacolo, che la domenica replica quanto fatto il sabato! ». È solo un esempio, ma ancora una volta dimostra quanto sia dura studiare un’ arte marziale ed impegnarsi fino in fondo alla ricerca di quel qualcosa che ci aveva affascinato quando abbiamo iniziato.

Chiudo ricollegandomi a quanto scritto da Danielle sul futuro nel suo ultimo articolo, io ho 55 anni ed in qualche modo tra qualche anno smetterò di insegnare, o per lo meno, non potrò più insegnare dimostrando quello che voglio che gli allievi realizzino, a quel punto cosa resterà? Il dojo in quanto tale cesserà di esistere? Forse rimarrà la palestra, come ce ne sono tante, ma quello che per me è dojo probabilmente non esisterà più, ed ancora una volta la nostra cultura superficiale occidentale potrebbe prendere il sopravvento.

Claudio Zanoni, 6 dan renshi

Stage Muso Shinden Ryu 17/18 marzo 2018 – René Van Amersfoort sensei

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Riflessioni:
Oltre a tutto ciò che il Sensei ha dimostrato e spiegato relativo alla forma e alla tecnica dei kata esaminati della Scuola antica, uno degli elementi che mi ha regalato maggiori emozioni su cui riflettere è stata la domanda che il Sensei ci ha posto “perchè fate iaido?” e “perchè farai l’esame per conseguire il VI dan?”– rivolgendosi ad uno dei partecipanti.
Spesso ho attraversato periodi di profonda crisi nella pratica, arrivando anche a desiderare di lasciare tutto alle spalle. Alla base di questa sensazione vi erano sentimenti di inadeguatezza nei confronti di ciò che avrei dovuto saper fare, di insuccesso e percezioni alle volte distorte delle possibilità personali, e non solo nello iaido.
Il “cambiamento” e l’impegno necessario per intraprendere un percorso migliorativo, sono scomodi. Ed è altrettanto scomodo sentirsi ripetere in continuazione le stesse osservazioni cosi come apprendere che nulla è cambiato in quello che si fa e che gli errori sono sempre i medesimi.

Se, però, si inizia a realizzare che l’impegno che ciascuno di noi deve mettere per rendere possibile l’avanzamento verso una pratica migliore e sempre più affine al grado conseguito o che si dovrà conseguire, non è unicamente per se stessi, allora più facilmente si riuscirà a “scrivere ancora qualcosa su quella tavola ormai colma di lettere e frasi che per abitudine sono rimaste impresse”, ci sarà lo spazio necessario per aggiungere parole, cancellandone altre, per unirle e per comporre pensieri di senso compiuto in modo assolutamente consapevole.
Il Sensei ha rimarcato la responsabilità che ognuno di noi dovrebbe avere verso gli altri praticanti di grado inferiore nel momento in cui si progredisce con il livello di conoscenza dello iaido.
E’ una responsabilità che si deve avere e di cui si dovrebbe avere consapevolezza. Questo accade anche nella vita e nell’attività lavorativa, insomma sempre…

Siamo autori noi di ciò che possiamo trasmettere e protagonisti noi di ogni piccolo “cambiamento” da cui dipende il miglioramento non solo relativo a se stessi, ma soprattutto nei confronti dell’intero Dojo.
Siamo fortemente aiutati e guidati in questo percorso dai Sensei che ci seguono e che seguiamo e che sono consapevoli del loro compito, assolutamente non semplice. Nulla è semplice, né guidare né farsi guidare ed il processo mentale alla base del cambiamento non può essere passivo, ma deve essere “mutevolmente attivo”. Sarà cosi che lo spirito di apprendimento e di crescita via via prenderà la giusta forma e non si arrenderà mai.

Ringrazio il Sensei René van Amersfoort, il Sensei Danielle Borra e Claudio Zanoni.
Ringrazio i compagni di pratica.

Stefania Battista, 5 dan

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© la foto che ritrae il sensei Van Amersfoort è opera di Enrico Gandolfo (n.d.r.)