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Giappone mon amour!

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Secondo giro in Giappone quest’anno. Destinazione Kyoto.
Giro breve per poter partecipare al Kyoto Embu Taikai.

Sì, una toccata e fuga dal Giappone, questa volta è stata proprio una visita veloce del Paese del Sol levante, ma l’importante è esserci!
Per svariati motivi essere presenti a Kyoto per l’embu è per me motivo di orgoglio ed è un piacere unico, rivivere ogni anno l’emozione è una sensazione bellissima.

Come sempre, le emozioni sono tante. In quel luogo pieno di storia si incontrano molti dei Maestri che conosciamo e si vedono amici di altri Paesi europei. Vedere gli embu dei Maestri è sempre molto interessante, anche se quest’anno alcuni Maestri non hanno potuto fare la dimostrazione per problemi di salute di vario genere. Ho ovviamente seguito con particolare attenzione l’embu della Maestra Kinomoto, sempre gentilissima e piena di energie. Embu fonte di ispirazione!
E’ stato anche emozionante vedere il Maestro Ishido che presiedeva la dimostrazione degli 8° dan. Non sta ancora bene ma era presente con la sua costante e ferma volontà di tornare presto quello di sempre.

Per il primo anno non ho fatto c…e! L’embu, nonostante la spada nuova alla prima apparizione, è andato bene, non ne sono appieno soddisfatto, come sempre, ma almeno non ho commesso errori eclatanti.
Chi mi ha visto ha detto che sono smooth, e soft, rivedendomi sul filmato sono d’accordo, ma in effetti manca la parte sharp, come dice spesso il maestro Ishido il mio è uno iaido “gentile”.
Non riesco a rendere il mio Iaido “sharp” come dovrebbe essere, o come vorrei che fosse.
Per il resto tanti amici, Italiani, Europei e oramai anche Giapponesi e tanti Maestri.

Quest’anno non sono molto soddisfatta del mio embu, peraltro lo sapevo, non mi ero preparata abbastanza per via dei due mesi di lavoro assurdo appena passati. Anche rivedendomi nel filmato, non sono molto contenta. Ero tranquilla, questo sì, ma posso fare di meglio.
Però, mentre guardavo gli 8° dan mi si è avvicinato un Maestro Hanshi 8° dan che conosco ma con cui non ho relazione diretta e che notoriamente non è molto espansivo, mi ha detto del tutto inaspettatamente “Borra, embu ok!”. È la prima volta che mi succede! Mah!
Il giorno dopo abbiamo visto gli esami da 8° dan, anche in questo caso grandi emozioni.

Per il resto, martedì cena in 8 con 57 Dan di Iaido al tavolo, e serata incentrata sui chakuganten dello Iaido.
E poi mercato del cibo, vecchio treno sulle montagne, templi, cibo cibo e ancora cibo!!!
Grande il Giappone, grandi noi!

Per il resto, un po’ di turismo e molto cibo! Sono una delle poche persone che riesce ad ingrassare di 2 chili in una settimana in Giappone!!!

Danielle Borra, 7 dan kyoshi
Claudio Zanoni, 6 dan renshi

Primo allenamento della Nazionale di Jodo 2018

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Primo allenamento della nazionale di Jodo

Domenica 6 maggio a Roma si è svolto il primo allenamento della nazionale di Jodo, valevole per selezionare un team che rappresenti il Jodo Italiano in occasione dei prossimi campionati europei che si terranno a Budapest in Ungheria il 29-30 settembre di quest’anno.

Nonostante la data dell’allenamento sia stata comunicata con poco preavviso, la giornata è stata un successo, eravamo in 15 provenienti da tutta Italia: Torino, Gallarate, Bologna, Lucca, Salerno, Bari.

All’arrivo in dojo, accanto al foglio presenze da firmare, c’era un vassoio di cannoli siciliani che ci ha permesso di cominciare nel modo migliore la giornata.

L’allenamento, sotto la supervisione del CT Margherita Carratú, è iniziato con una piccola riunione per esporre non solo il programma della giornata ma anche gli obiettivi prefissati; nelle parole di Margherita si percepiva tutta la voglia di rilanciare il Jodo in Italia ed in Europa:

”il Jodo è un’Arte Marziale di serie A esattamente alla stessa stregua del Kendo e dello Iaido e come tale va praticata, con costanza, impegno e serietà”.

Poi abbiamo cominciato a lavorare con grande lena e tanta voglia di fare andando a toccare tutti i fondamentali del Jodo con i Kihon Tandoku dosa e Sotai dosa.

E’ stato un training intenso e di alto livello, dovuto sicuramente alla bravura di Margherita ed alla presenza di senpai che non si sono risparmiati consigliando ed aiutando anche noi con poca esperienza. Le interruzioni sono state poche e brevi solo per piccole precisazioni che però ci hanno permesso di migliorare – a tutti i livelli – e di applicare i suggerimenti durante l’intera giornata.

A seguire, divisi in gruppi – in base al proprio livello – si è cominciato a lavorare sui singoli Kata della ZNKR. Margherita di tanto in tanto ci fermava per analizzare in dettaglio qualche tecnica.

Breve pausa pranzo, necessaria per il recupero delle forze in cui si è mangiato, parlato, riso, scherzato e, soprattutto, rafforzato lo spirito di gruppo.

Nel pomeriggio abbiamo continuato la pratica dei Kata. Ho apprezzato la scelta di far praticare noi beginners con senpai di grado alto con competenze ben più elevate delle nostre. Ho ricevuto tanti di quei consigli che avrò da lavorare parecchio in questo periodo.

Il Primo allenamento della nazionale di Jodo 2018 si è concluso con le foto di rito e con un breve discorso di Mauro Battaglioni, Consigliere CIK.

Ringrazio la CIK per l’evento, Margherita Carratù per la splendida gestione e conduzione del seminario, Roberto, Ivo e Guglielmo per aver fatto gli onori di casa e tutti i partecipanti per i preziosi consigli ricevuti.

Questa domenica si è respirato uno spirito di collaborazione, amicizia e serenità che fa sicuramente sperare in un futuro fatto di passione, di divertimento e di valori che accomunano tutti i praticanti.

Al 10 giugno per il secondo allenamento della nazionale di Jodo!

 

  • Alessio Rastrelli, 3° dan Iaido, 1° dan Jodo

 

La difficoltà del 4° dan

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Guardando i dati statistici degli iscritti CIK si nota che una buona parte degli abbandoni avviene attorno al grado di 4° dan in tutte le discipline che fanno capo alla federazione. Le persone hanno già fatto 7/10 anni di pratica ma decidono di non continuare ed abbandonano la disciplina.
Se si ha una lunga esperienza di insegnamento il dato non stupisce perché in effetti si è già visto più volte le persone affrontare un periodo di difficoltà attorno al quel grado, diciamo fra terzo e quinto dan.
Che cosa succede? Come mai abbandoniamo una cosa che ci divertiva molto e a cui abbiamo dedicato molto tempo? Perché l’entusiasmo che ci sosteneva un tempo e che ci ha fatto fare mille viaggi adesso non c’è più?
Le ragioni ovviamente possono essere molteplici e sintetizzarle è chiaramente una semplificazione ma può essere utile per avviare una riflessione sia dal punto di vista dell’insegnante che di chi si trova in questo stadio. Secondo la mia esperienza di insegnamento le difficoltà sono raggruppabili in tre tipologie.

Una prima motivazione, la più semplice da analizzare, può derivare dalle difficoltà a passare il proprio grado. Come sappiamo il passaggio del 4° dan è abbastanza difficile dobbiamo convincere 4 commissari su 6 della bontà delle nostra prestazione e l’asticella dello standard richiesto si è alzata rispetto al 3° dan. Quindi può succedere che sia andato tutto bene fino a quel punto ma che improvvisamente ci troviamo di fronte a degli ostacoli. Come diceva il Maestro P. West in un suo scritto (pubblicato in biblioteca kiryoku): “in questo stadio il grado è semplicemente un ostacolo da superare. Solamente più avanti, con una maggiore conoscenza ed esperienza, possiamo vedere esattamente ciò che è necessario” .
A questo livello di pratica abbiamo degli obiettivi davanti a noi, non raggiungerli ci mette in difficoltà, ci crea dei dubbi sulle nostre capacità o sulle capacità di chi ci insegna (dipende dal proprio livello di consapevolezza e dal proprio carattere). Non superare l’ostacolo rappresentato dall’esame ci demotiva e innesca una serie di reazioni che ci allontanano progressivamente dalla pratica. Il Maestro Ishido ci ha spesso detto quando andiamo in Giappone che non tutti possono arrivare a prendere il 6° o 7° dan, ci sono problemi legati all’età, al lavoro, alla salute e ad una miriade di questioni che la vita ci pone davanti, ma questo non dovrebbe mai essere un problema. Pratichiamo per migliorare noi stessi e dobbiamo praticare con gioia perché la pratica ci aiuta nel nostro percorso. Se il nostro percorso non ci permette di superare l’asticella che definisce lo standard del grado non dovrebbe essere un problema. Il vero problema è: la nostra pratica migliora noi stessi?

Questo è un concetto abbastanza comune in Giappone ma molto più difficile da accettare per noi occidentali. Per noi i traguardi, le vittorie sono il vero simbolo del miglioramento e non riusciamo a fare a meno di confrontarci con gli altri. Da qui inizia la problematica che stiamo analizzando e che può svilupparsi su direttrici molto diverse a seconda della personalità del soggetto in questione: “ non sono capace- depressione” , “non mi insegnano bene- rancore”, “ gli altri sono favoriti – invidia” , “ce l’hanno con me – vittimismo e rancore” ecc.
Proprio perché la difficoltà di questo momento si innesta e viene amplificata dalle questioni personali di ognuno di noi è difficile capire come intervenire. Per passare un esame, come dicono tutti i Maestri, ci vuole più pratica ma una pratica corretta e bisogna ampliare i propri orizzonti quindi studiare anche fuori dal proprio dojo. Se abbiamo difficoltà di tempo o problemi fisici che ci impediscono di fare questo dobbiamo capire la bellezza della pratica in sé stessa, dobbiamo guardare profondamente dentro di noi e trovare le giuste motivazioni che ci permettono di continuare a praticare con gioia al di là del risultato.

Un secondo ordine di problemi nasce dal nostro atteggiamento mentale rispetto agli insegnamenti. Abbiamo già praticato per almeno 7 anni, abbiamo già capito le cose e sappiamo farle! Ho già trattato la problematica del “pensare di sapere” nell’intervento Cuore (mente) da principiante che ho scritto pensando ad alcuni praticanti 3°-4° dan del dojo. Non ho molto altro da aggiungere se non specificare che possiamo essere del tutto inconsapevoli di avere questo tipo di atteggiamento. E’ una cosa che mi colpisce molto e che vedo ripetersi di continuo. Solo pochi giorni fa ho detto ad una persona che il suo kata non era corretto e andava modificato e la risposta, del tutto inconsapevole del vero significato della stessa, è stata “ma no, ho anche visto il video, andava bene”. La stessa persona nell’allenamento successivo ha ridimostrato il blocco mentale che le impedisce di cambiare, un Sensei ha detto di fare un esercizio in un modo e lei ha continuato a farlo secondo quanto credeva giusto, nuovamente del tutto inconsciamente la sua mente le impediva di vedere che c’era una differenza in quanto richiesto dal Sensei in quel momento. Questo tipo di atteggiamento provoca in me un moto di tenerezza, non ci rendiamo conto che le nostre certezze ci limitano. Nel tempo questo tipo di atteggiamenti determina un progresso lento e limitato innescandosi e accrescendo le problematiche del punto precedente, oppure determinando una perdita di fiducia negli istruttori e quindi una ricerca di indipendenza che può portare alla creazione di nuove società ma che a volte determina un abbandono in un futuro molto vicino. E’ come se il 3°/4° dan passasse attraverso una fase adolescenziale di certezze e ricerca dell’indipendenza, a volte anche i meccanismi che vengono messi a punto in questo periodo sono tipici di quella fase della vita: ribellione, rifiuto, certezze, ricerca di nuovi riferimenti, critica estesa ecc.

E’ molto difficile intervenire su questo genere di problema, si può cercare di aiutare la comprensione delle persone ma essendoci spesso una chiusura del tutto inconsapevole è difficile. Si può anche cercare di favorire la ricerca di indipendenza della persona creandogli dei ruoli di insegnamento o di altre competenze che possano aiutarlo a sviluppare un atteggiamento diverso. Nuovamente è una problematica, da quanto mi è stato dato di vedere, molto legata al mondo occidentale, in Giappone dove c’è una pressione al conformismo maggiore rispetto a noi, dove il concetto di kohai/senpai è generalizzato ad ogni situazione di vita, e dove il 4° dan è un grado che non ha un particolare rilievo, è molto più chiaro che la Via è appena iniziata e che l’unico atteggiamento possibile è continuare a studiare con un corretto senso di umiltà fino almeno all’8°dan hanshi (!).
Un’ ulteriore possibilità di problemi nasce dall’accresciuta difficoltà a progredire da un certo punto in avanti. Fino a quel punto (attorno al 4° dan), i cambiamenti sono stati veloci e relativamente facili. Adesso si tratta di andare più a fondo e sviluppare una tecnica abbastanza consolidata, inserendo elementi di qualità più sottili, più difficili da capire e da studiare. Ogni cambiamento richiede un tempo più lungo, bisogna impegnarsi più di prima. In questa fase è necessario studiare di più se si vuole ottenere un reale progresso. Bisognerebbe praticare di più, girare e vedere molti insegnanti, fare molti stage, accumulare pratica e conoscenza. Invece spesso rallentiamo perché ci sono molte cose della nostra vita che ci distraggono e non capiamo fino in fondo che cosa significa veramente la via che stiamo studiando.

Studiare un’ arte marziale è come salire un’ infinita scala a chiocciola, ad ogni piano mi posso fermare ed osservare il paesaggio, che è sempre lo stesso, ma cambia perché cambia l’altezza dal quale guardiamo, man mano che salgo la scala diventa più sottile e i gradini più difficili. (…Sì, lo so, parlando di profondità bisognerebbe usare come metafora una scala a chiocciola che va verso il basso sempre più in fondo, ma a me piacciono i paesaggi visti dall’alto!!!). Ad un certo punto possiamo pensare che non vale la pena di faticare per salire ancora un po’, tanto il paesaggio lo abbiamo già visto.
Anche in questo caso non è facile intervenire. Bisogna creare una cultura dell’arte marziale dimostrando con l’esempio e con i riferimenti come deve essere la Via. Non sempre però è facile ascoltare o capire questo passaggio.
Gli insegnanti hanno una grande responsabilità nel periodo attorno al 4° dan e devono usare la loro esperienza per aumentare la comprensione delle persone e la loro capacità di approcciarsi con gioia allo studio della Via. A volte però, non si riesce a fare nulla, perché le barriere possono essere molto alte e può non esserci la capacità/volontà di superarle da parte di chi studia.

Danielle Borra, 7 dan kyoshi

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© Le fotografie utilizzate in questo articolo sono state scattate da Lorenzo Depetris.

A confronto con l’invisibile

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«L’ultimo articolo che ho pubblicato sulla complessità delle Arti Marziali ha avuto un certo riscontro, a dimostrazione che il tema è di interesse comune.
Ho avuto modo di scambiare alcune idee con Chiara, che ha fatto studi relativi alla filosofia giapponese, e che mi ha offerto un punto di vista più strutturato dovuto alla sua formazione.
Le ho chiesto quindi se voleva provare a scrivere alcune delle cose di cui mi ha parlato. Da qui nascono le note che seguono.»

Claudio Zanoni, 6 dan renshi

Nel suo libro più conosciuto, Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry scrive «l’essenziale è invisibile agli occhi». Penso che questa frase possa essere ricondotta anche al budo (vorrei prendere in esame, in particolare, il caso dello iaido) e possa essere spunto per qualche riflessione.
Parte della grande sfida di apprendimento che lo iaido rappresenta consiste nella capacità di rendere visibile qualcosa che di fatto è trasparente. Spesso ci viene detto che dobbiamo materializzare il kasoteki, il che significa prima di tutto riuscire a scorgerlo in prima persona, e quindi renderlo addirittura percepibile all’occhio di chi ci guarda… Non è l’unico esempio cui potrei far riferimento. Prescindendo un attimo dal lato strettamente pratico, quando studiamo iaido dobbiamo costantemente confrontarci con un antico, differente, rigido e distante sistema di valori: il cosiddetto bushido.
Definire il termine “valore” non è un compito facile. Le prime accezioni che vi si associano, nella lingua parlata, sono di stampo troppo economico. Il valore di cui vorrei scrivere oggi non è qualcosa che si possa esprimere con una cifra, né ha il sapore di una dimenticata e favoleggiata virtù romantica. Da un punto di vista filosofico (restringendo il campo soprattutto alle reazioni novecentesche alle opere di Nietzsche) possiamo abbozzare una spiegazione come quella che segue: il valore è un principio dipendente da considerazioni soggettive, che per diventare universale ha bisogno di essere condiviso da una collettività.

Penso che sia una sfida difficile, soprattutto nella società di oggi, riuscire a percepire, vedere e nutrire il “valore”, tuttavia è qualcosa che tutti abbiamo accettato di provare a fare nel momento in cui abbiamo messo piede in dojo. Cosa differenzia due bastoni perpendicolari da una croce? Cosa rende un comune anello diverso da una fede? Cosa vi fa fremere quando per la prima volta stringete le dita intorno alla vostra spada, facendo scaturire in voi la certezza che quella è parte di voi e non è un banale oggetto? In quale momento, esattamente, uno stanzone formato da quattro pareti comunissime diventa un dojo? L’ultima domanda merita una risposta molto articolata, quindi per il momento lasciamola in sospeso. Per tutte le altre, credo che possa valere la medesima risposta: una forte e generata convinzione personale (che poi si rifaccia a sistemi di valori condivisi in contesti esterni, al momento non ci interessa).
Nel momento in cui scegliamo di praticare iaido, raccogliamo il guanto di sfida dell’invisibile. Cercheremo di materializzare un avversario invisibile, taglieremo lungo linee invisibili, ci comporteremo con sensei, senpai e kohai come se fossimo guidati da vincoli invisibili, scorgeremo in qualsiasi palestra comunale qualcosa di sacro e antico: un dojo. Questo nostro rapporto con l’invisibile non è qualcosa da cui si possa prescindere, nel momento in cui decidiamo di essere artisti marziali e non semplicemente atleti.

Come facciamo, alla fin fine, a rendere tangibile l’invisibile, a trasportare sul piano reale qualcosa che non si può percepire con nessuno dei cinque sensi? La risposta è, attribuendogli “valore”.
Una delle virtù che ci è richiesto di mostrare come budoka è la compassione. Provare compassione verso il nostro avversario non è qualcosa che si possa fare se non gli si riconosce alcun valore. Con tutta la precisione tecnica del mondo, un taglio compiuto senza convinzione, senza comprensione di ciò che si sta facendo, senza valore, non avrà mai Fighting e sarà vuoto. Il nostro inchino a shomen, alla spada, al sensei e ai compagni di pratica, ripetuto a inizio e fine lezione, senza un valore da noi attribuito diventa solo un esercizio muscolare neanche tanto utile. In ultimo, un dojo sarà solo una palestra se saremo incapaci di conferirgli il valore che merita.
Poco sopra ho scritto che la questione riguardante il rapporto fra dojo e valore è più complicata delle altre, questo perché il dojo è occupato da una collettività di persone e quindi, nel momento in cui non tutte gli attribuiscono il valore necessario a trasformarlo da palestra in dojo, ci si trova davanti a un problema enorme. Non si può “universalizzare il valore” e questo significa diventare incapaci di parlare la stessa lingua, non potersi riferire a un comune patrimonio simbolico, in breve, non poter crescere insieme e anzi, rischiare di danneggiarsi a vicenda.

Purtroppo le capacità di condizionarsi a vicenda tra i diversi individui sono soggette a leggi estremamente variabili. Nel metamondo del dojo, il carisma dovrebbe essere solo nelle mani del maestro e poi scemare via via da senpai a kohai… Ma non è così, soprattutto in Europa dove tutti ci conferiamo un grande valore personale in quanto individui, in quanto ego. Questo significa che in Europa l’incantesimo che tramuta le palestre in dojo è più complesso da eseguire e i suoi risultati sono più effimeri e fragili. Non vediamo il pericolo insito in molte nostre azioni, ma dovremmo imparare tutti a caricarle di maggior significato, a partire da quando arriviamo e disponiamo in bell’ordine le nostre scarpe prima di accedere al dojo, curandoci di occupare poco spazio, girarle con la punta verso l’esterno e posarle abbastanza vicine a quelle degli altri perché ci sia posto per chi verrà dopo. Entrando in dojo, cerchiamo di percepire che il resto del mondo resta fuori e di far nostre le leggi dello spazio “sacro” in cui stiamo entrando, contribuendo con i nostri gesti a manifestarlo come tale: conteniamo il rumore, prendiamocene cura pulendo i pavimenti con attenzione (ricordandoci che queste mansioni “umili” fanno parte dello stesso verbo “servire” che caratterizza la parola samurai), disponiamo le nostre cose in modo che ci sia spazio per tutti e che i rischi per la sicurezza siano evitati. Salutiamo con serenità e rispetto i praticanti che arrivano, non solo perché magari sono persone amiche, ma perché sono componenti insostituibili per la nostra crescita e maturazione lungo la Via. Facciamo del nostro meglio per allinearci con prontezza per il saluto, rivestiamo di significato ogni gesto, sapendo che compiamo gli stessi movimenti che centinaia di persone hanno compiuto prima di noi e che altrettante stanno emulando nel mondo. Pratichiamo con attenzione verso la nostra pratica e verso quella di tutti gli altri, perché tutto quello che il sensei condivide è vitale, tutto ciò che viene spiegato ai senpai un giorno ci servirà e quello che viene insegnato ai kohai rafforzerà le fondamenta sulle quali ci siamo impegnati a costruire il nostro keiko.

Rivestire di “valore” ogni momento è sì impegnativo, ma anche molto appagante. Nel momento in cui riusciremo in qualcosa sarà un risultato dal significato enorme, e se coloro che ci circondano avranno avuto attenzione per noi, anche loro potranno gioirne e partecipare al successo.
Non possiamo permetterci di non farlo. “Creare” e custodire il dojo è una responsabilità di tutti noi, nessuno escluso, e dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze di ogni comportamento che devia dal conferire valore alla pratica. Siamo tutti responsabili di ciò che gli altri in generale e i kohai in particolare possono trarre dalle nostre azioni. Maggiore è il nostro grado, più potente sarà la portata dell’esempio che possiamo fornire con la nostra serietà, attenzione, concentrazione priva di cedimenti, rispetto assoluto per il prossimo e atteggiamento costruttivo e incoraggiante. In conclusione, questo potere che noi europei così facilmente concediamo a noi stessi come insieme di ego, usiamolo a nostro vantaggio per modificare positivamente il contesto in cui ci troviamo. Non sentiamoci esclusi dalla responsabilità di dare l’esempio migliore, senza cedere neanche per un momento: se ci impegneremo senza risparmiarci in questo, ci sentiremo uniti nello sforzo e sicuramente raggiungeremo il risultato sperato. Impegnamoci insieme per trasformare la palestra in dojo: un buon lavoro di squadra in questo senso ci permetterà anche più facilmente di vedere l’invisibile in frangenti dove siamo soli con noi stessi.

Chiara Bonacina, 3 dan

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© le illustrazioni utilizzate in questo articolo sono opere originali di Saint-Exupéry e di altri artisti ispirati dai suoi acquerelli naïf.