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Heiho Kadensho 6

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Yagyu Munenori, Heiho kadensho, a cura di M. Panatero e T. Pecunia, trad. it. di Y. Dozaki, Mondadori, Milano 2022, p. 62.

Con il termine “Grande Insegnamento” i curatori italiani rendono il giapponese Daigaku, traduzione giapponese del titolo di uno dei quattro fondamentali libri della traduzione confuciana, Dà Xué, e spesso reso come “Grande Studio”. Ancora il testo è uno dei grandi classici della letteratura cinese, e ha avuto anche un forte impatto culturale sulla cultura giapponese in età moderna. Nel XVII secolo, ai tempi di Yagyu Munenori, il testo doveva formare la base della formazione culturale delle élite confuciane, e in fondo consiste in una grande esortazione allo studio e alla conoscenza intellettuale della realtà, secondo criteri che sono certamente più vicini a quelli della filosofia occidentale rispetto all’approccio zen del tutto anti-dottrinale e meramente esperienziale. Ora Munenori si trova a fare i conti con coloro che immaginano, seguendo gli insegnamenti confuciani, di poter giungere ad una comprensione totale della realtà tramite lo studio intellettuale. Attenzione,
il maestro non squalifica quell’approccio come inutile o dannoso, anzi poche righe più in basso afferma che senza aver avuto una formazione di quel tipo è oggettivamente più difficile giungere alla comprensione della Via come processo di illuminazione. E tuttavia lo studio intellettuale non assicura affatto una comprensione automatica della via. Si noti che attualmente in Giappone Daigaku è in primo luogo il nome assegnato alla moderna istituzione universitaria di tipo occidentale.
Oggi in Europa, e probabilmente anche in Giappone, sono ben poche le persone che fanno dei libri classici del Confucianesimo la base della loro formazione, ma l’approccio allo studio seguito da tutti i sistemi scolastici negli stati moderni ricalca certamente una formazione preliminare a quel che si affronta nel Daigaku universitario.
Lo studio di qualsiasi materia presuppone oggi un insegnamento graduale, dal semplice al complesso, fondato su un sistema di riconoscimento o approvazione ufficiale, che attribuisce voti, diplomi e certificati che attestino l’acquisizione di competenze e il raggiungimento di determinati obiettivi formativi mediante lo studio. Lo iaido, almeno nella sua attuale versione, non sfugge a
questi criteri: ci si prepara in vista di un esame che viene valutato sulla base di un percorso di apprendimento che deve rispettare determinati standard qualitativi. Questa struttura è necessaria e aiuta molto come spinta motivazionale e momento di verifica all’interno di un percorso che è pensato per durare per tutta la vita. Eppure proprio tale sistema rischia di trasformarsi in qualcosa
d’altro. Molti, e anche a partire da pochi di anni di pratica, magari dopo il terzo o quarto dan, si ritengono “arrivati”, come se in fondo tutto ciò che servisse per essere un bravo praticante fosse l’aver acquisito (o come si dice, “collezionato”) tutte le forme di ZenKenRen e persino quelle, sia pure con un maggiore grado di approssimazione, del koryu di riferimento. Questo atteggiamento denota un profondo fraintendimento anche da un punto di vista meramente temporale: se pensiamo che il tempo che idealmente dovrebbe passare tra l’inizio della pratica e l’esame da quinto dan è di 12/13 anni di pratica, forse dovremmo tenere in maggiore considerazione il fatto che un simile tempo è quello che intercorre dal conseguimento del quinto dan a quello del settimo. E si noti che gli stessi criteri possono applicarsi nel passaggio da settimo a ottavo dan e nell’ottenimento dei gradi shogo. Per paradossale che sembri, la casa in cui vogliamo entrare è una via. Credo sia davvero importante a volte ricordarsi di essere in giardino, nel cortile davanti al cancello, più che in casa. E questo non va detto per scoraggiare le persone (tanto più che a breve anche io dovrò sostenere un esame) ma per contestualizzare correttamente la propria pratica, l’impegno a più livelli, dall’insegnamento all’arbitraggio, passando per l’assidua frequenza ai seminari.

Zen e Arti Marziali

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Un giorno un samurai, un grande Maestro di spada volle ottenere il vero segreto della scherma.

Accadde durante l’era Tokugawa. A mezzanotte andò al santuario di Kamakura salendo i numerosi gradini che vi ci portavano e rese grazie al dio del luogo Hachiman protettore del Budo.

Il samurai gli rese grazia. Ridiscendendo i gradinisentì, sotto un grande albero,di fronte a lui la presenza di un mostro. Intuitivamente sguainò la spada e lo uccise in un momento. Il sangue sgorgò e si sparse sul suolo. L’aveva ucciso inconsciamente.

Il Bodhisattva Hachiman non gli aveva rilevato il segreto del Budo, ma grazie a questa esperienza, sul cammino del ritorno, comprese.

L’intuizione e l’azione devono sgorgare nel medesimo istante, non ci può essere pensiero nella pratica del Budo

Taisen Deshimaru ZEN e ARTI MARZIALI G.S Bertoletti

KORYU

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IL KORYU E IL CONCETTO DI FAMIGLIA

Il Maestro Ishido spesso spiega il concetto di famiglia nel budo. Si capiscono le sue parole se si guarda in particolare al Koryu e se si pratica Koryu sotto la sua guida.

Quando decidiamo di fare Koryu seguendo una determinata linea di insegnamento stiamo entrando in una famiglia dove i collegamenti sono stretti e dove ci sono segnali di appartenenza e di riconoscimento reciproco.

È un impegno che ci prendiamo e che dovremmo rispettare.

Prendendo a prestito le parole dello scrittore Fabio Genovesi possiamo paragonare la famiglia di sangue con un albero; invece la famiglia allargata di cui stiamo parlando è come una foresta con molti alberi che si espandono e le cui radici si toccano e si fondono a creare un intreccio solido e duraturo, un intreccio che ci lega al passato ma ci apre davanti infinite possibilità proiettate nel cielo dove arrivano le fronde dei nostri alberi.

Nel Budo c’è un’origine e il riconoscimento del Maestro ci lega a quell’origine anche se viviamo lontani nel tempo e nello spazio. Praticare Koryu senza questo collegamento è come cercare di creare un albero senza le sue radici.

Danielle

leggi anche https://kiryoku.it/che-cosa-significa-far-parte-di-un-jikimon-system/

Vittorio Secco Iaido

L’IMPORTANZA DI KORYU

In questi ultimi anni, verosimilmente grazie all’avanzamento nella pratica e ad una maggiore conoscenza (seppur insignificante) dei vari aspetti dello Iaido e al ruolo di Coach della Nazionale, mi sono trovato diverse volte a riflettere sull’importanza dello studio di Koryu.

È un argomento già trattato e di cui si discute spesso all’interno del nostro movimento, ma secondo me se ne sottovaluta ancora un po’ il significato, soprattutto per quanto riguarda l’insegnamento.

Partendo dal presupposto che la nostra conoscenza di Koryu sarà sempre insufficiente rispetto ai Maestri giapponesi, come abbiamo modo di apprendere direttamente ogni volta che viene spiegato un kata o un semplice movimento, dobbiamo fare del nostro meglio affinché lo studio della propria scuola venga tramandato di generazione in generazioni in maniera onesta e precisa e che si dia la possibilità di imparare.

Partecipando agli eventi in Europa, anche solo, oppure ai Campionati Europei, spesso vediamo come alcuni praticanti abbiano una conoscenza e una pratica più corretta e profonda di noi, in maniera più o meno trasversale in tutti i gradi. Questo è un gap che credo sia importante colmare, ma non solamente per le competizioni, ma proprio per una maggiore completezza del proprio Iaido.

Studiare bene koryu porta innumerevoli vantaggi, a livello basico anche solo nell’utilizzo del proprio corpo. Per questa ragione, credo sia importante, come stiamo facendo nel nostro dojo da un po’ di tempo, ad esempio, e come sostengono anche i Maestri giapponesi, iniziare ad insegnare i rudimenti dei kata di Scuola antica anche ai gradi più bassi.

Tanti anni fa c’era un po’ l’abitudine di aspettare il 3° dan, circa, per iniziare ad approcciarsi a questo mondo, mentre cominciare lo studio anche solo dopo 1 anno dall’inizio della pratica, a lungo termine penso possa portare molti più vantaggi.

Koryu permette di imparare a muovere il corpo in maniera totalmente diversa rispetto a Zen Ken Ren, come sappiamo, e ciò può facilitare quindi l’apprendimento di quest’ultima, perché non lasciamo che i movimenti siano perennemente i medesimi, ma diamo la possibilità al corpo stesso di uscire dagli schemi e provare, seppur in maniera certamente errata, cose diverse e nuove. Questo perché se imparo, con calma, un kata della seconda serie di Muso Shinden ryu, ad esempio, altri movimenti di Zen Ken Ren potranno risultare più facilmente assimilabili proprio per una minore (in teoria) complessità.

Anche l’utilizzo della spada ne potrà giovare, si pensi alla diversità di tagli e quindi a tutti i modi di sperimentare tenouchi presenti in Koryu. Ciò potrà servire per imparare sempre meglio l’utilizzo della katana ed entrare nelle complessità profonde dei vari kata, apprendendo concetti chiave come kikentai no ichi e il Riai.

È quanto ho sperimentato direttamente su di me in questi anni, ma anche vedendo recentemente alcuni compagni di pratica in Italia: aprendo la finestra su un nuovo mondo posso conoscere nuove cose ma anche ciò che ho già visto all’interno della mia “stanza” (Zen Ken Ren) potrà assumere una luce e un colore diversi.

È bene, credo, partecipare il più possibile alle poche occasioni che si presentano durante l’anno per praticare koryu, siano seminari o allenamenti in dojo o, per i più fortunati, direttamente in Giappone dal proprio Sensei di riferimenti, che come noto, apre a mondi fino a quel momento inesplorati, proprio per quella immensa conoscenza a cui noi europei verosimilmente non potremmo mai accedere.

Poemi sullo Iai

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tratto da “Gekiken sodan” di Katsuse Mitsuyasu Kagemasa 14° soke Suio-Ryu Iai