Izawa Nagahide (1711-1732), in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido
Sourcebook, Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, p. 212]

L’antico detto citato dal maestro Izawa Nagahide mi ha immediatamente fatto pensare ad un altro modo di dire tipicamente italiano: “occhi aperti!”. Nel caso del modo di dire italiano, l’idea di fondo è che l’invito metaforico ad aprire gli occhi coincida con l’esercizio di uno stato di attenzione. Avere gli occhi aperti significa in primo luogo essere svegli, e quindi essere consapevoli della realtà che ci circonda. Nel caso dell’antico detto giapponese, invece, avere gli occhi aperti, o meglio aprire gli occhi corrisponde ad una fondamentale perdita cognitiva. A volte capita – quando si fanno lunghi viaggi in macchina, o quando si fa una lunga passeggiata – di continuare ad avanzare per chilometri parlando con qualcuno. In questi casi è importante notare come ciascuno di noi non abbia bisogno di concentrarsi particolarmente su singoli elementi della strada: siamo in grado di percepire con chiarezza la strada nel suo insieme anche se i nostri pensieri sono rivolti ad argomenti del tutto diversi. L’azione di aprire gli occhi dell’antico detto nipponico va dunque riferita non al momento in cui ci svegliamo dal sonno, ma a quello in cui la nostra attenzione viene richiamata da qualcuno mentre camminiamo tranquillamente in centro città. Nessuno di noi, salvo specifici problemi di salute, ha bisogno di concentrarsi per evitare di dare spallate o inciampare nei passanti che camminano intorno a noi, né tantomeno l’azione di camminare, ma anche quella ben più complessa di guidare un mezzo, ci impedisce di avere una conversazione profonda o di cantare una canzone nello stesso momento. Aprire gli occhi significa invece uscire da questa condizione cognitivamente efficace per spostare tutta la nostra attenzione, e quindi la nostra presenza, su un singolo elemento. Il momento in cui si va a sbattere con qualcuno è proprio quello in cui la nostra attenzione è attirata da un amico che ci chiama alle spalle o da un forte rumore che desta in noi sorpresa: apriamo gli occhi su un singolo elemento della realtà intorno a noi e questo ci rende incapaci anche di azioni altrimenti semplici. Nello iaidō, tutto questo ha molto a che vedere con il concetto fondamentale di metsuke, anzi, più precisamente, di enzan no metsuke. “Guardare alle montagne lontane” corrisponde infatti all’atteggiamento di colui che durante il cammino può discorrere di filosofia senza per questo inciampare nelle radici degli alberi. Il fatto che nello iaidō non si abbia un avversario fisicamente visibile, come invece accade nel kendō o nel jodō, rende questo punto particolarmente difficile da praticare, e laddove presente è già un indice importante di profondità di pratica. Non a caso, le linee guida per gli esami indicano l’esecuzione di corretto metsuke come requisito d’esame non prima del 4° dan e i regolamenti arbitrali lo indicano come elemento decisivo nell’attribuzione della vittoria in uno shiai. Di solito, nello iaidō uno degli errori più comuni tra i principianti consiste nel guardare la punta della propria spada, seguendola durante i movimenti di taglio con gli occhi o anche con il collo; mentre per le persone di grado intermedio spesso il metsuke tende ad essere irrealistico, per cui mentre si cerca di disciplinare lo sguardo perché “rimanga sull’avversario”, questo sguardo risulta bloccato e artificiale, perché assorbito dall’azione stessa di guardare. In entrambi i casi, non si realizza un corretto metsuke. Anni di buona pratica mostrano invece come la nostra mente sia in grado di sovrapporre immagini a ciò che sta intuitivamente vedendo, proprio come quando si pensa a qualcosa durante la guida. Naturalmente non si tratta qui di pensare ad altro mentre si praticano i kata, ma al contrario, di avere l’immagine vivida della situazione che stiamo vivendo proiettata su una realtà nella quale siamo chiamati a muoverci, e combattere, intuitivamente. Scopriremo così di avere “occhi aperti” senza dover “aprire gli occhi”.

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