“Un samurai deve mostrarsi superiore agli altri nell’apparenza, nel modo di parlare e nella calligrafia. Il principio di una buona apparenza sta nella pratica dell’etichetta. L’etichetta osservata bene è una cosa meravigliosa.”

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure II, 43 (trad. it. L. Soletta)

Per molti lettori occidentali, queste affermazioni sull’estetica da parte di Tsunetomo sono insostenibili. Si sa, il termine “apparenza” non ha un’accezione positiva nelle lingue occidentali: lo leghiamo facilmente al concetto di ipocrisia e di inautenticità. Nell’aforisma citato, poi, il fatto che la cura di una buona apparenza sia legata ad una specifica classe sociale ammantata di superiorità, e sia legata al concetto di etichetta, non può non risvegliare nel lettore contemporaneo una certa allergia nei confronti di quello che si presenta come una lontana e antiquata esibizione di classismo e formalismo. Senza dubbio la tentazione è forte, ma per chi pratichi arti marziali, e in particolare proprio lo iaidō, io penso che valga la pena di superare lo shock culturale, e fermarsi un momento a riflettere proprio su un’affermazione di questo tipo.

Senza ombra di dubbio, lo iaidō è una delle discipline marziali che meglio conserva i principi dell’antica etichetta nipponica. L’attenzione verso i saluti all’inizio e alla fine della pratica, così come la cura nell’abbigliamento e nei movimenti, sono una componente irrinunciabile per una pratica autentica di questa disciplina. Dal 1° kyu sino all’8° dan, la corretta pratica dei saluti e dell’etichetta, ovvero reiho, è un punto essenziale per giudicare la pratica di un praticante. Negli ultimi anni i maestri inviati in Europa dalla ZNKR hanno insistito molto su questi punti, e sono ben attestati i casi di praticanti che, per quanto esprimessero uno iaidō di qualità e alto livello, sono stati bocciati ad un esame proprio a causa di imperfezioni durante i loro saluti.

Questo non è un fatto banale, e richiede alcune considerazioni. Il pensiero occidentale, dal Socrate platonico sino ai giorni nostri, tende a concepire una dialettica binaria tra interiorità ed esteriorità, pensiero e azione, estetica ed etica, anima e corpo, apparenza e verità. Questa impronta filosofica naturalmente filtra nella cultura che viviamo senza accorgercene, e plasma anche inconsapevolmente il nostro modo di pensare il rapporto con noi stessi e gli altri. 

Questa radice dualistica non è invece parte della cultura giapponese, che si è sviluppata tenendo presente altri modelli e influenze. Con ciò, naturalmente, non si vuole costruire una gerarchia dei valori, né sostenere che ci sia una filosofia giusta e altre sbagliate. Niente di tutto questo. Il punto invece è imparare ad ascoltare, e cercare di comprendere le prospettive di una visione culturale molto diversa da quella nella quale siamo nati e viviamo.

La prima lezione che apprendiamo è dunque che l’estetica non è irrilevante; e del resto anche nell’occidentalissimo pensiero greco arcaico il concetto di “buono” non era separabile da quello di “bello”.

Ma perché la bellezza passa dalla cura dell’etichetta? Perché la cura che rivolgiamo ai dettagli non è innata, non è qualcosa di spontaneo e insito in noi stessi, ma richiede di essere appresa ed esercitata. Costruire un’etichetta non è un’operazione dissimile dal costruire un kata o un rito religioso; esattamente come per i due esempi citati, l’etichetta può essere fruita nella sua pratica in modi molto diversi: il kata eseguito da un kyu non è uguale a quello di un hanshidan, esattamente come l’afflato del mistico differisce dalla preghiera appresa a memoria di un bambino. Stesse azioni, attitudine diversa. Quel che è certo è che sia il maestro di iaidō, sia il mistico sono stati kyu o bambini distratti. E allora diviene chiaro che ciò che si suole chiamare profondità di pratica passa attraverso la ripetizione di forme via via affinate e rese consapevoli nel percorso di crescita. Credere che un dettaglio sia irrilevante è infatti il primo passo per costruire un’analoga auto-indulgenza su aspetti sempre più decisivi della pratica, e di qualunque pratica si tratti. Per questa ragione la bellezza, la meraviglia cui allude lo stesso Tsunetomo, non è il fine dell’etichetta, ma una sua diretta conseguenza.

Nei tempi duri che ci troviamo a vivere, molti hanno nuovamente perduto la possibilità di praticare in dojo. Il mio augurio e invito, anche a partire dalle considerazioni che sono state qui avanzate, è di non sottovalutare l’etichetta: non cedere alla tentazione della trascuratezza e della faciloneria anche quando si indossa la spada nel proprio salotto ha molto più a che vedere con una pratica consapevole, rispetto a cento tagli eseguiti con superficialità.

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