Il mio nome è William Adams, sono venuto alla luce una fredda mattina dell’autunno del 1564 in una casa della cittadina di Gillingham nel Kent, a solo un miglio da Chatham. 

La Chatam “dei marinai”, il grande porto della Royal Navy alla foce del Medway, sull’estuario del Tamigi.

Mio padre era un ufficiale della Marina di sua Maestà, la mamma casalinga accudiva oltre a me altre tre figlie.

Quando avevo dodici anni mio padre morì improvvisamente e con mia madre e le mie sorelle ci trasferimmo a Londra dove venni assunto come apprendista presso i cantieri navali del signor Nicholas Diggins dove nei successivi dodici anni appresi tutto quello che c’era da sapere circa la costruzione delle navi e la navigazione.

Nel 1588 ero primo timoniere sulla Albatros un brigantino armato per la guerra di corsa contro gli spagnoli che faceva parte della flotta di Francis Drake e nello stesso anno partecipai, al comando della Richarde Dyffylde, alla vittoria contro i papisti dell’Invincibile Armata.

Terminata la parte più cruenta della guerra contro la Spagna, ricevetti svariati ingaggi e negli anni successivi ho navigato per conto di svariate compagnie commerciali inglesi ed olandesi, facendo la spola tra i porti dell’Inghilterra, Amsterdam e i porti del Baltico.

Dopo aver sposato Katharine, una nipote dell’armatore Diggins, fui di nuovo richiamato dal vecchio nei suoi cantieri a supervisionare la costruzione degli scafi di mercantili e caracche e piccoli e veloci cutter, ambiti da ricchissimi personaggi e dai contrabbandieri, perché capaci di sfuggire alle navi di sua maestà.

Il lavoro sedentario non faceva per me, il mare stesso scorreva nelle mie vene e anelavo a sentire sotto ai piedi il rollio del ponte.

Mi misi in urto con tutta la famiglia, mia moglie per prima, ma sfruttando le conoscenze di vecchi amici di mio padre riuscii a trovare degli imbarchi prima su navi di Sua Maestà e successivamente con compagnie commerciali dei Paesi Bassi sulle rotte per le Indie.

Un giorno, durante una delle rare pause che trascorrevo a casa, venne a trovarmi un distinto signore olandese, emissario della Voor Compagnie (che diverrà poco dopo la Compagnia Olandese delle Indie Orientali – nda)  con un’offerta cui non avrei mai potuto rinunciare, un ingaggio come comandante e primo timoniere di una squadra di 5 navi: la Blijde Bootschap, la Trouwe, la Gelooue, la Liefde e l’Hoope. 

A 34 anni sono salpato con la mia prima squadra navale da un porto della Compagnia sull’isola di Texel, poco distante da Amsterdam, destinazione ufficiale i porti del Perù, per imbarcare tutto l’olio di balena che avrei potuto reperire sui mercati locali. Missione ufficiosa, se le condizioni lo avessero consentito, trovare una rotta per il Giappone, dove si diceva che i mercanti portoghesi facessero affari d’oro.

shogun

Era la primavera del 1598. 

Nel sud Atlantico giungemmo provati da uragani violenti che avevano quasi causato il naufragio della Blijde Bootschap e della Gelooue. Entrambe non potevano proseguire, le lasciai con l’ordine di cercare di riparare gli ingenti danni subiti e far ritorno a Texel.

Con le altre tre navi ci dividemmo il carico delle due e proseguimmo attraverso lo stretto di Magellano. Avremmo viaggiato individualmente, punto di ritrovo l’isola di Floreana nel sud Pacifico.

Uragani e tempeste ci perseguitarono, la Trowe non giunse mai a Floreana. Con le due navi superstiti ci rifornimmo e riprendemmo il mare. Col comandante della Hoope decidemmo di lasciare quelle acque dove incrociavano troppe navi della marina militare spagnola, impegnate a dare la caccia ad ogni bastimento che battesse bandiera di nazioni non cattoliche, olanda in testa. Le guerre di religione continuavano a dilaniare l’Europa.

Era il dicembre del 1599 decidemmo di puntare verso nord-ovest in cerca delle coste del Giappone. Le peripezie non erano finite dopo settimane di navigazione un tifone particolarmente violento affondò la Hoope e ridusse a mal partito la mia Liefde che solo nella primavera riuscì, molto malconcia, a riparare in una baia sulle coste del Giappone. Dei 97 membri dell’equipaggio originale eravamo rimasti in 20.

La popolazione locale ci accolse dapprima con curiosità, ma poi, sobillata da gesuiti portoghesi, presenti in quell’area, che avevano in odio estremo gli olandesi calvinisti, ci fu subito ostile.

Fummo accusati di pirateria, imprigionati e poi condotti via mare in un villaggio nei pressi del castello di Osaka mentre la Liefde fu spogliata dei cannoni e del carico di moschetti ed altri beni, che tuttavia non furono consegnati ai portoghesi che li avevano richiesti, ma imbarcati ed inviati ad Edo, la capitale Tokugawa, ma questo lo scoprii solo dopo.

Per due settimane fummo relegati in una piccola casa di legno di due stanze, sorvegliati a vista da guerrieri armati di lancia e spade che prendevano molto seriamente il loro compito di carcerieri. 

Finalmente, in una mattina di sole, ci fecero uscire e ci allinearono davanti casa, un uomo scuro di carnagione accompagnato dai soliti guerrieri dagli occhi a mandorla si avvicinò sorridendo. Un marinaio portoghese che masticava un poco d’inglese e sapeva comunicare con gli abitanti del posto.

Venni prelevato e condotto in una casa dove mi ripulirono e vestirono coi loro abiti. Fui poi portato al cospetto di colui che sembrava essere il capo assoluto di quelle terre, seppi dopo il suo nome, era Ieyasu Tokugawa.

Ieyasu Tokugawa
Ieyasu Tokugawa

Fu allora che inizio la mia nuova vita.

Mi stupì la sua gentilezza e il suo acume, per ore ed ore, sempre tramite il suo interprete portoghese, mi riempì di domande su di me, sulla nave, sulle intenzioni che avevamo e poi sui regni da dove venivamo e sulla guerra con i portoghesi e gli spagnoli.

Alla fine chiamo un giovane ufficiale suo vassallo, Yosuke Honda e mi affidò a lui affinché fossi istruito nella lingua e nei costumi locali.

Fui condotto in un villaggio di pescatori, chiamato Miura, nei pressi del porto di Ito.

Mi fu assegnata una casa e due domestici nei pressi del piccolo, ma elegante, castello di Yosuke che dominava il porticciolo e la baia.

Ogni mese che passava la mia capacità di comunicare migliorava tanto che ben presto riuscivo a sostenere semplici conversazioni con Yosuke senza bisogno dell’interprete.

Venivo trattato con rispetto, anche se non mi era consentito di andarmene … dove poi senza una nave? 

Il grande capo, che pensavo essere un Principe, pareva molto indaffarato in quel periodo, andava e veniva sempre circondato dalla sua scorta e dai suoi ufficiali, ma immancabilmente mi faceva chiamare al castello e m’interrogava. 

Desiderava conoscere tutto delle navi occidentali e dei cannoni che aveva fatto sbarcare dal relitto, ed ogni volta mi lasciava col compito di redigere disegni degli scafi, note costruttive e schemi delle velature e mappe di tutti i mari che avevo solcato. 

I miei disegni gli venivano poi recapitati ed immancabilmente la staffetta tornava con nuove richieste del Principe. Fin quando un giorno, durante una rapida visita, mi chiese se sarei stato in grado di costruire per lui una nave armata di cannoni come la Liefde per combattere i pirati wako che minacciavano le rotte commerciali costiere.

L’anno dopo, nella primavera del 1605, la spiaggia di Miura, costa orientale della penisola di Izu, era dominata dall’imponente scheletro del nuovo scafo tirato su anche con l’aiuto dei superstiti della Liefde che nel frattempo era stata rimorchiata ad Edo ma li giunta era miseramente affondata. La speranza di tutti era quella di poter riprendere il mare con la nuova nave e fare vela per l’Europa. Questo, anche se, ancora non lo sapevamo, non sarebbe mai successo.

Nel 1606 la nave era pronta e galleggiava imponente nella rada di Miura.

I cannoni erano stati requisiti già da tempo, ma tutto il resto salvato dal relitto della Liefde era a bordo. Per la cerimonia di inaugurazione giunse il Principe Ieyasu in persona con tutti i generali del suo seguito. 

Con la nave li avrei dovuti portare a Edo.

Un intero equipaggio indigeno comandato da colui che mi aveva affiancato nella costruzione della nave gestendo la manodopera locale e i fornitori, affiancò i superstiti del mio equipaggio, a ciascuno dei quali furono assegnati due o tre marinai giapponesi. Il compito era insegnare loro le manovre necessarie durante la navigazione. 

Da tempo mi era chiaro che la nave non mi sarebbe stata consegnata per tornare a casa coi miei uomini, ma la speranza, anche quella più irrazionale, è dura a morire e ancora non riuscivo a pensare a quella mia nuova vita come l’unica possibile.

All’arrivo nella baia di Edo, prima di sbarcare, il Principe Ieyasu mi volle sul ponte di prua dove mi attendeva con tutti i generali. M’inginocchiai e m’inchinai come mi avevano insegnato e per la prima volta e senza interprete, il Principe mi parlò direttamente. Si complimentò per il lavoro svolto e mi elevò al rango di samurai facendomi consegnare due spade da un giovane attendente.

Capii che si trattava di un grande onore presso quel popolo anche se ancora non ne comprendevo appieno il significato. 

Mi fu assegnato un nuovo nome: Miura Anjin (il timoniere di Miura – nda) ed una rendita di 50 koku di riso e quattro kimoni l’anno più una piccola tenuta con 3 domestici nel villaggio di Miura dove sarei dovuto tornare per dare il via alla costruzione di una nuova nave, il Principe voleva una grossa caracca da 120 tonnellate.

Negli anni successivi mi sono rassegnato a non rivedere più le coste inglesi. Mi sono sposato con una giovane che Yosuke mi ha fatto conoscere, ed ho messo su famiglia. Credo che sia stata un’idea del Principe per ancorarmi ancor più a questa isola. Non ho grossi rimpianti e, anche se sempre scortato, ho potuto navigare sulle navi che costruivo, fino ai porti del Siam ed ai punti di scambio portoghesi lungo le coste del Katai portando a termine missioni che lo stesso Ieyasu mi affidava tramite i suoi emissari.

Nel 1613, fui inviato nel Kyushu occidentale come rappresentante del Bakufu, per aprire nella città costiera di Hirado, dove mi trasferii da Miura, un punto di scambio permanente con la Compagnia Olandese delle Indie Orientali. 

Le mie rendite di samurai furono considerevolmente aumentate e la tenuta che mi venne assegnata in città a Hirado, a Chatham sarebbe stata considerata molto signorile, per non parlare poi della casa che Ieyasu stesso mi ha donato a Edo e della tenuta agricola che mi rende ben 250 koku l’anno.

Il mio lavoro è stato molto interessante, fino a fare da intermediario tra il Bakufu la cui guida era passata nelle mani del figlio di Ieyasu, e il Vice Re della Nuova Spagna (Filippine – nda) per l’apertura di linee commerciali dirette col Giappone.

All’Inghilterra non pensavo più, la mia vita era più che soddisfacente e ricca di soddisfazioni. Approfittando dei corrieri della Compagnia, nel tempo, ho inviato alla mia prima moglie una vera fortuna in oro, stoffe di preziosa seta e manufatti di grande pregio.

Ora sono trattato con grande rispetto anche da grandi signori che, adesso che ho imparato le “buone maniere” e le usanze di questo popolo, spesso vengono a farmi visita spinti più che altro dal desiderio di essere guidati a visitare le navi della Compagnia ed il mio piccolo cutter che alla fine mi sono fatto costruire per uso personale e col quale mi reco più volte l’anno a Edo.

Grandi battaglie sono state combattute in questi anni e Ieyasu ne è uscito sempre vincitore consolidando così il suo potere, ora credo proprio che sia un Re, ma nonostante abbia messo sul trono suo figlio, continua a comandare.

In quanto a me sono l’unico sopravvissuto del mio equipaggio, incidenti e malattie se li sono portati via uno ad uno ed anche io comincio a soffrire degli acciacchi dell’eta e la vista mi si sta indebolendo privandomi pian piano dello spettacolo del mare.

Ma oggi è il 24 settembre del 1619 giorno del mio compleanno ed ho un appuntamento importante con una bottiglia di “porto”, l’unica cosa buona portata in oriente dai papisti portoghesi. 

William Adam, l’Hatamoto Miura Anjin, morì nella sua casa di Hirado pochi mesi dopo, nel maggio del 1620 all’età, per l’epoca già considerevole, di 55 anni. Per sua espressa volontà la sua eredità di quasi 600 sterline d’oro fu divisa tra le sue famiglie inglese e giapponese.

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Avrete certamente individuato in questo breve racconto molte similitudini con la trama del romanzo “Shogun” di James Clavell, ma la storia di William Adams è vera, mi sono permesso di romanzarla e mi sono concesso diverse libertà, ma i fatti narrati sono tutti reali. James Clavel, da sempre affascinato dall’oriente, durante la seconda guerra mondiale fini in un campo di concentramento per prigionieri di guerra sul fronte del Pacifico. Spinto da una genuina curiosità intellettuale fece amicizia con un ufficiale giapponese che tra le altre cose, gli raccontò l’affascinante storia di William Adams da cui trarrà uno dei suoi più famosi romanzi.

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Nota storica.

SHOGUN: tale titolo, nella forma estesa di taishogun (grande generale – nda), indicava in origine il capo supremo dell’esercito dell’Imperatore. Egli aveva il compito di difendere i possedimenti ed i confini dell’impero, soprattutto dai barbari che venivano dal nord. In questa epoca il potere reale era in mano agli imperatori.

Dopo anni di lotte per il potere e per il controllo della corte imperiale, s’impose la famiglia Minamoto che nominò il proprio membro di spicco Yoritomo, Shogun. Egli instaurò a partire dal 1185 lo shogunato di Kamakura, dal nome dell’omonima città dove i Minamoto trasferirono la capitale del paese.

Il titolo divenne ereditario ed il governatorato militare che il titolo di shogun sott’intendeva, assunse un potere tale da esautorare completamente quello dell’Imperatore.

Allo shogunato Kamakura segui quello dell’era Muromachi (1333-1573) dove il titolo passò ai clan Ashikaga e Hojo per poi giungere al periodo Azuchi-Momoyama (1573-1600) del triunvirato Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu.

Infine, quale vincitore delle lotte intestine il titolo giunse a Ieyasu che instaurò l’ultimo shogunato, quello appunto Tokugawa, identificato come periodo Edo (1600-1868) che, con la restaurazione Meiji, al suo termine, restituirà il potere effettivo all’Imperatore.

In tale lasso di tempo, di poco meno di sette secoli, lo Shogun non solo fu formalmente il capo assoluto dell’esercito, ma anche il capo assoluto dell’intero paese mentre l’Imperatore fu relegato ad essere una figura dal valore formale privo di potere reale.

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