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Happy New Year

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kiryoku New Years 2021

Ecco a voi i nostri migliori auspici di un fantastico 2021.

kiryoku New Years 2021

1Claudio e Danielle

Nel 2021 entriamo nell’anno del Bufalo (ushi-doshi) che tradizionalmente rappresenta una salute di ferro. Ci  sembra un augurio perfetto per il nuovo anno. 

Speriamo  di godere tutti di una salute di ferro e di poter praticare con la costanza, la forza d’animo, la dedizione al duro lavoro e la capacità di raggiungere il successo che caratterizzano questo segno.  

Ci auguriamo inoltre di poter andare presto a comprare tanti eto-omamori con l’anno del bufalo per tutti noi, perché la nostalgia per il Giappone si fa sentire!

Claudio e Danielle

2Carlo Sappino

Cari auguri a tutti e che il 2021 ci permetta di nuovo di pulire spesso il pavimento dei nostri dojo, gambarimasho!

Carlo

3lele bo

E’ stato un anno duro, intenso, ricco di ricordi e di cambiamenti: insieme a Kiryoku abbiamo cercato di rimanere sulla via, vicini, espandendo gli orizzonti, aggiungendo curiosità, interessi, passioni, attitudini, modi di fare e di pensare, orientati a quello che verrà, quando verrà.
La vita è da prendere a piene mani in qualsiasi istante, quindi gli auguri, più che per un nuovo anno, vorrei poterli fare per un nuovo “adesso”, e poterli invece rinnovare con gioia ogni giorno per ricordarmi che possiamo fare tanto in ogni momento a prescindere dalle situazioni.

Buon Nuovo Adesso da lele bo.

4Vittorio Secco

Il 2020 è stato l’anno dell’imprevisto, della solitudine, dello smarrimento. Tutti abbiamo in qualche misura provato ansie, paura, rabbia e in generale una brutta sensazione di impotenza di fronte agli eventi. Qualcuno, a inizio pandemia, diceva che ne saremmo usciti migliori. Io non oso crederlo, ma il mio augurio per il 2021 è che ciascuno di noi trovi la sua strada attraverso le difficoltà che inevitabilmente si riproporranno, con fantasia e integrità, con coraggio e perseveranza, con amore e gratitudine, conferendo valore a quelle relazioni importanti di cui siamo stati privati quest’anno, e senza smettere di confidare nella possibilità di un miglioramento. Perché è vero, può darsi che non ne siamo usciti migliori, o almeno non tutti, ma forse la cosa più importante è che abbiamo ancora un’occasione per provare a migliorare.

5Andrea Cauda

Il mio augurio va a tutti i praticanti e non, con la speranza di potersi rivedere al più presto. Spero che quest’anno così tormentato, possa aver insegnato qualcosa a ciascuno di noi, come il godere di ogni momento della nostra vita, che da un momento all’altro può cambiare radicalmente; crescere come essere umani, diventando più consapevoli delle nostre azioni, che in un modo o nell’altro hanno delle conseguenze sul mondo in cui viviamo. Perciò mi piace pensare che possiamo tutti essere un po’ meno superficiali e più compassionevoli, non sprecando le tante occasioni che quotidianamente si presentano, per rendere la terra un posto migliore.

Buon 2021 a tutti!

6Cristina Gioanetti

Andrò controcorrente. Perché è facile trovare gli aspetti negativi dell’anno appena trascorso. Ma a me non è dispiaciuto del tutto questo senso di sospensione e di solitudine. La rarefazione delle esperienze mi ha permesso di riflettere molto. Ho vissuto la rinuncia su molti fronti, soprattutto nei confronti della pratica e del dojo. Mi sono mancati gli allenamenti, i seminari, i compagni. I maestri. Ma credo che un’arte marziale sia soprattutto controllo e in una modalità inaspettata il 2020 mi ha permesso di lavorare su questo tema. Sono grata del fatto che né io né nessuno dei miei cari sia stato toccato dall’epidemia, e che io abbia avuto il lusso di potermi annoiare. Si ritornerà con ancora più voglia di stare insieme e con più consapevolezza nella pratica, ne sono piuttosto convinta.

Buon anno a noi.

7Gabriele Gerbino

Il 2020 ci ha costretti tutti, chi più chi meno, a rinunciare a molto, forzandoci spesso alla solitudine. Se c’è una cosa che ci ha insegnato però (o per lo meno, io spero sia così), è ad apprezzare maggiormente i piccoli momenti di gioia senza dare nulla per scontato: nelle amicizie, negli affetti, nel lavoro, nella pratica in dojo. La gratitudine è sicuramente uno dei sentimenti che più ho provato durante quest’anno funesto e l’augurio che faccio a me stesso e a tutti voi è di riuscire ad essere più “grati” nella nostra vita: nelle amicizie, negli affetti, nel lavoro, nella pratica in dojo.

Buon 2021 a tutti noi!

8Anna Rosolini

Un caro augurio che il 2021 si lasci alle spalle tutte le difficoltà di questo anno, ormai agli sgoccioli, e che ci consenta di riprendere a praticare insieme realmente, nei nostri dojo e nei consueti appuntamenti condivisi, ancora più preziosi perché tanto attesi. Anna

9Alessio Rastrelli

Il 2020 è stato un anno caratterizzato dalla pandemia Covid-19, ma anche un anno in cui tutti noi della redazione Kiryoku abbiamo portato avanti progetti e iniziative su cui continuiamo a lavorare per il futuro. Nel 2020 abbiamo lanciato il nuovo sito web, organizzato la nuova redazione sotto la magistrale guida di Danielle, raddoppiato le pubblicazioni, ampliato gli argomenti trattati, pubblicato più di 50 nuovi articoli e incrementato di quasi il 50% le visite al nostro sito web, cercando in questo modo di tenere viva la nostra e la vostra passione per lo iaido e per la cultura giapponese.
Non ci è dato sapere come sarà il 2021, di sicuro noi cercheremo di affrontare anche il nuovo anno con lo stesso impegno e tenacia provando a garantire sempre contenuti editoriali utili e appassionanti.
Un grazie particolare a tutti voi che ci seguite sempre con molto affetto, il vostro contributo è indispensabile.
Il mio personale augurio è di accogliere con entusiasmo il nuovo anno, con la speranza di poter riprendere al più presto la nostra pratica marziale in presenza e con la certezza che sia arrivato il momento per tutti noi di scrivere una storia nuova.
Un caloroso augurio di Felice Anno Nuovo, che sia davvero un Nuovo Inizio per ognuno di noi!

Dojo’s Café – Dolci Giapponesi

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Dojo-Cafe Cucina Giapponese

Sesto appuntamento con la cucina giapponese.

Oggi Cristina prenderà in esame la preparazione di dolci della cucina giapponese a base di riso & soia.

Dojo’s Café

Nel video, Cristina dimostrerà la preparazione dei Mochi di capodanno e dei Dorayaki. Per entrambi questi dolci serve l’Azuki la cui preparazione è descritta nel pdf che trovate più in basso.

Itadakimasu – Nihon Riori for Dummies

Ed ecco a voi il pdf con la descrizione testuale e fotografica dei principali dolci della cucina giapponese ed in particolare la preparazione di Azuki, fagioli rossi di soia.

Per una consultazione più agevole, scarica il pdf tramite il bottone qui sotto.

Buone festività e buona cucina a tutti…

Pietà Filiale

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pietà filiale

Inizio con una precisazione doverosa, non sono laureato né in Filosofia né in Psicologia e quindi questo non vuole essere un trattato con delle premesse, uno sviluppo e delle conclusioni, sono solo delle riflessioni a caldo dopo quello che mi è successo in questi mesi.  Anche se non ho le competenze universitarie le esperienze di vita a volte ci portano a dover riflettere su alcuni aspetti. 

Il 18 Ottobre ho perso mia mamma dopo poco meno di un mese di ospedale. E’ stato un periodo terribile perché, oltre al fatto di avere una persona in ospedale, in questo momento si deve lottare anche con i problemi legati alla pandemia e quindi non si può accedere agli ospedali o andare a trovare le persone care ricoverate.  Mia madre purtroppo quasi da subito non riusciva più a muoversi e nemmeno a rispondere al telefono, l’unico mezzo con cui potevamo sentirla. Riuscivamo a contattarla solo grazie alle persone ricoverate vicino a lei o a qualche infermiera che per “pietà filiale” o per come diciamo noi buon cuore l’aiutavano rispondendo al posto suo o chiamandoci o organizzando delle video chiamate, permettendoci quindi di avere un contatto quasi giornaliero con lei in questo momento particolare.

Una tortura per noi a casa ma deve essere stato anche peggio per lei. Un anziano di 86 anni da solo in ospedale è facilissimo che cada in depressione e così è successo; quello che sembrava un ricovero di pochi giorni è poi diventato sempre più grave fino alla sua morte.

Devo anche ringraziare “la pietà filiale” della dottoressa che l’aveva in cura in ospedale che mi ha permesso di vederla ancora una volta qualche giorno prima che mancasse.

Durante questo periodo, sicuramente difficile, ho cercato di mantenere fede agli impegni presi, sono dovuto mancare dalla palestra una volta perché impossibilitato a camminare per la schiena e una volta perché c’era il rosario di mia madre ma per il resto ho continuato ad andare in palestra per insegnare Iaido.

Ovviamente adesso sto vivendo un momento particolare, come si dice… sto elaborando il lutto e mille dubbi e domande mi assalgono: come figlio ho fatto abbastanza, mi sono comportato in maniera degna, sono riuscito a prendermi cura di lei, oppure ho fallito miseramente?  Purtroppo questa è la terza volta che mi tocca affrontare questa situazione, prima per mio fratello che ho perso all’età di 29 anni per un incidente sul lavoro, poi per mio padre quando avevo 40 anni dopo una lunga malattia e adesso per mia madre. Ogni volta i sensi di colpa, i dubbi, le domande mi assalgono e mi fanno riflettere, credo sia normale.

Ho letto in questi giorni che la  “pietà filiale”  (xiaoshun) è un concetto che fa parte della tradizione e dell’etica cinese  e consiste nel rispetto e amore per i propri genitori nell’età avanzata, amore che prevede il prendersi cura di loro, per un obbligo morale ed un dovere etico legato al rispetto, alla gratitudine, all’amore. Solo adempiendo in modo corretto a questo “dovere” si poteva essere considerati delle persone oneste e di parola.

Ovviamente l’accostamento al momento particolare della mia vita è scontato, meno scontato è il confronto con il dojo.

Noi siamo occidentali, ma pratichiamo un arte marziale Giapponese (la pietà filiale è anche molto sentita in Giappone) e, grazie al budo, dovremmo percorrere una via. Di questa via dovremmo prendere tutto quello che fa comodo ma anche quello che ci piace un po’ meno, poiché anche quegli aspetti fanno parte della via. Se proviamo a pensare ad un dojo Giapponese vediamo che il Sensei non è solo un insegnante ma è considerato alla stregua di un genitore e il gruppo è un po’ come una famiglia. Ho visto migliaia di scene nei miei viaggi in Giappone dove i vari Sensei anziani sono aiutati, accompagnati, accuditi in tutto e per tutto dagli allievi. Danielle una volta al Kyoto Taikai dopo aver visto un allievo accompagnare il suo sensei molto vecchio e un po’ instabile dentro il Butoku kai ha detto semiseria ad Alessio: “ecco quando avrò 80 anni e tu sarai ancora giovanissimo con i tuoi 67 anni mi porterai così a vedere il Kyoto Taikai”.

Il Sensei ha usato il suo tempo e la sua conoscenza per trasmettere quello che conosce ai suoi allievi e questi gli sono riconoscenti, in vari modi ovviamente, non solo nell’accudimento una volta che sarà anziano o nei momenti di difficoltà, come può essere un periodo di ricovero in ospedale, ma come ben sappiamo nel comportamento all’interno del dojo e fuori dal dojo, in modo che il nome del maestro non possa essere infangato dal comportamento dell’allievo.

Una delle regole del dojo di Ishido è che se l’allievo non pratica e non si reca in dojo per un certo periodo di tempo, mi sembra 2 mesi ma non ricordo benissimo, senza un valido motivo perde lo status di allievo.

La riflessione che ho fatto in questi giorni mi farà probabilmente perdere altri allievi o creerà scontenti vari perché, come dice Alessio, sono sempre “molto delicato” con le mie comunicazioni. Come sapete questo è il mio modo d’essere e una cosa che veramente in questo ultimo periodo mi disturba profondamente è l’ipocrisia quindi non voglio essere io il primo a essere ipocrita. Poi mi conoscete bisogna prendermi per quello che sono.

La pratica dovrebbe essere gioia, praticare dovrebbe essere un momento in cui stacco da tutti i problemi della mia vita e mi concentro su una cosa che mi fa stare bene. Se troviamo mille motivi che rendono più importante la cosa che devo fare rispetto alla pratica vuol dire che c’è qualcosa che non quadra, qualcosa si deve essere rotto nello schema che avevo costruito e nel progredire sulla mia via, non nascondiamoci dietro un dito. In dojo, noi e gli allievi più anziani, abbiamo visto molte volte succedere questa cosa e abbiamo avuto  un sacco di esempi  davanti agli occhi.

Vi starete chiedendo cosa centra tutto questo con la pietà filiale? Ci sto arrivando, pratichiamo un’ arte marziale giapponese ma tendiamo a volerla praticare come occidentali, lo dico spesso. Siamo spesso superficiali e questo ci fa perdere molti degli insegnamenti che ci sono sulla via. Nello specifico il fatto di non praticare con impegno e con costanza è una mancanza di rispetto verso chi sta li ad insegnarvi, verso coloro che usano il loro tempo e le loro energie per darvi quello che un tempo, forse, avete considerato come primario e che molti fuori dal nostro dojo ancora considerano come primario.

Si lo so molti staranno pensando che sono come sempre polemico, rompiscatole e non capisco ma quello che vorrei chiarire è che in Giappone probabilmente non potreste comportarvi in questo modo. La differenza è solo una questione di mentalità qui è “pago la quota e quindi faccio quello che voglio” li è il “Maestro mi permette di imparare gli sono grato“. E’ un’attitudine culturale ovviamente ma questa differenza di mentalità crea un gap, un salto importante.

Come sapete non mi ritengo e non mi pongo come un Sensei, avendo ben in mente che un Sensei è per esempio Ishido Sensei, e non mi serve il rispetto, oramai sono abbastanza grande da capire che è una battaglia persa in partenza. Non è perché io voglio qualche cosa che sto scrivendo queste righe. A  me non serve nulla e non ho aspettative.  Non ci sarà una conclusione in queste riflessioni ma come ho detto all’inizio solo altre domande.

Sono stato un buon figlio? Ho fatto le scelte giuste? Sono stato di aiuto ai miei genitori? Ma allo stesso tempo parlando di dojo:  sono stato un buon allievo? Sarò un degno erede di quello che il mio Maestro mi ha trasmesso? Sono stato d’aiuto al mio Maestro?

Tutto qui anche perché, come dice una persona che reputo amica, “in questo momento in cui molte nostre convinzioni e sicurezze sono state spazzate via da una pandemia, riflettere su cosa siano le cose importanti per noi è sicuramente un passo fondamentale.” 

Hagakure: citazione e commento (6)

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hagakure

«Nel mondo ci sono molti che amano dare lezioni, ma sono pochi quelli che si rallegrano nel ricevere un insegnamento, e sono ancora meno numerosi coloro che praticano l’insegnamento ricevuto.»

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure I, 154 (trad. it. L. Soletta)

Chi pratica iaidō da alcuni anni si sarà probabilmente accorto che occuparsi di questa disciplina implica anche riflettere, in modo più o meno diretto, sulla dinamica di apprendimento e trasmissione dei saperi.

La stessa struttura gerarchica alla base della nostra pratica in dojo presuppone che ci siano dei maestri e degli allievi, e anche a livello più basso, dei kohai e dei senpai. Tutto questo, naturalmente,  non è privo di ricadute sul percorso individuale di ogni praticante.

Il detto di Tsunetomo che ho scelto di proporvi in questa sede è lo specchio di una realtà quanto mai attuale, e non solo nel campo delle arti marziali.

Del resto, proprio a partire dalla pratica dello iaidō nei dojo o negli stage, chi di noi non si è scontrato in qualche modo con la realtà di questo detto?

Chi scrive è in buona compagnia rispetto a quanti amano dare lezioni, e questo è veramente un punto su cui vale la pena di riflettere. Quante volte capita che durante l’esecuzione di una serie di kata, ad un certo punto qualcuno interrompa la propria pratica per correggere o semplicemente fare osservazioni sull’esecuzione di un compagno di dojo? Credo in tutta onestà che questo sia un fenomeno più frequente di quanto vogliamo ammettere. Naturalmente, con questo non voglio dire che nessuno possa dare pareri o esprimersi, tanto più che, come ho premesso, nella pratica la presenza di un insegnante è in qualche modo fondamentale. Tuttavia, rimane sempre la tentazione,  alla quale in misura più o meno maggiore tutti siamo esposti, di proiettare all’esterno le nostre conoscenze ed acquisizioni (spesso recenti), per assumere un qualche ruolo di presunta autorevolezza. Vogliamo essenzializzare il nostro percorso, trasformando un cammino in una posizione. Succede, siamo esseri umani. 

Del resto, preso atto di questa tendenza insita nel processo di apprendimento, occorre confrontarsi con la dialettica posta in essere dalle ultime affermazioni del detto di Tsunetomo.

Nella costruzione di questa climax discendente, colpisce il fatto che i molti desiderosi di apprendere non coincidano ancora con gli ancor meno numerosi individui capaci di applicare gli insegnamenti ricevuti. E qui le cose si complicano.

Perché se da un lato qualunque persona armata di umiltà e buona volontà è in grado di uscire più o meno indenne dalla prima affermazione, le ultime due creano uno spazio di inquietudine non banale. La domanda alla base di questo sentimento è: “sono davvero sicuro di imparare?” Questo interrogativo si porta con sé varie riflessioni, dal controllo sulle proprie azioni al concetto di riproducibilità dell’insegnamento ricevuto, e probabilmente tocca il piano dei bias cognitivi più di quanto saremmo disposti ad ammettere.

L’insegnamento dello iaidō è sostanzialmente basato su un rapporto di copia analogica, cioè si può esemplificare attraverso l’imperativo: “fa’ come faccio io”. Naturalmente questo non basta, almeno a noi occidentali, e dunque avremmo bisogno di concettualizzare e darci delle ragioni che rendano chiara una ben distinguibile rete causale alla base di un gesto semplice. Sul piano pratico, un gesto apparentemente semplice come puntare il piede sinistro dietro la spalla sinistra prima dell’esecuzione del nukistuke di Mae spesso non viene neppure percepito da quanti osservano l’esecuzione di quel kata, ma deve essere esplicitamente mostrato ai discenti. Per apprendere realmente quel gesto occorrerà poi riflettere per mesi durante una pratica lenta e attenta del kata, pena ricadere nel vecchio errore.

In più occasioni i maestri ricordano come dopo ogni allenamento o stage il nostro cervello assimili soltanto un numero molto limitato di informazioni rispetto a quelle effettivamente ricevute. Davanti a questo limite, che diventa sempre più evidente con l’approfondirsi della pratica, occorre rendersi conto della processualità del proprio cammino di apprendimento, e non essenzializzare la propria via  (es: sono 4° dan, quindi…). Nulla si dà per scontato, e apprendere questo significa affermare una realtà semplice quanto fondamentale nella pratica dello iaidō: la via ha a che vedere con il divenire, e non con l’essere.