Eccomi a scrivere un vademecum su come vincere una competizione, o meglio 10 piccoli stratagemmi / impostazioni mentali che mi hanno aiutato nel corso degli anni ad arrivare ai traguardi a cui sono arrivato nelle competizioni.
Vorrei aprire una piccola parentesi riguardo alla finalità di questi 10 “segreti” che andremo a scoprire assieme. La finalità non è vincere una competizione, anche fosse un campionato Europeo, ma migliorarci sulla via. In secondo luogo per molti quello che andrò ad elencare apparirà banale ma se analizziamo la nostra pratica ed il nostro io dovremmo porci la domanda “conosci te stesso”? Vi rimando per questo punto alla stupenda disamina di Vittorio: Hagakure commento 7.
Claudio Zanoni e Michael Simonini – EIC 2019
Il mio primo segreto è:
non sottovalutate mai nessuno
il nemico più difficile è sempre quello che dovete affrontare in quel momento. Ripeto sembra una banalità, ma quante volte ho sentito dire ”quello lo batto di sicuro” oppure “contro….. non so se ce la faccio” (per non dire altro).
Non esiste un avversario facile, non esiste una gara già predefinita, nessuno può essere considerato meno bravo di noi, tutti hanno dei lati migliori e dei lati peggiori (sempre riferendomi alla pratica) di noi. Quello che si deve fare è cercare sempre di dare il mille per mille senza fare calcoli o pensare a possibilità di risparmiare energie o altro. E’ necessario concentrarsi sui kata che si devono fare e non sull’avversario che si dovrà affrontare. Sono tutti molto temibili e ogni incontro richiede la massima concentrazione.
l’Aneddoto
Di questa consapevolezza devo ringraziare Angela Papaccio Kendoka nazionale, che durante gli Europei di Bologna nel 2004 dopo che vinsi con Andy Watson (a quei tempi, ma anche dopo, imbattibile) mi fece i complimenti e mi disse, “hai vinto, ma non ti rilassare perché il difficile arriva adesso” ne ho fatto una mia convinzione, lo shiai più difficile è quello che devi ancora combattere, forse il mio amico Vittorio potrebbe dire che anche nella vita la battaglia più difficile è quella che devi ancora combattere.
Ciao alla prossima
Claudio Zanoni
L’aspetto psicologico
Proverò, come mi è stato chiesto e ove possibile, a fornire un commento da un punto di vista psicologico alle interessanti indicazioni di Claudio, seguendo la linea della psicologia dello sport e della psicologia cognitiva.
In questo primo punto, si trova quanto solitamente viene chiamato col nome “Sincronia”, vale a dire prestare attenzione al momento presente, per dare il massimo nella prestazione attuale, senza pensare o farsi condizionare da ciò che è accaduto prima o ciò che avverrà dopo. Quando si è in sincronia vi è un’unica dimensione del tempo, quello presente, vissuto istante per istante con la massima consapevolezza.
Tutto questo può riportare anche al concetto di mindfulness, molto caro alla psicologia contemporanea per la sua valenza e la sua potenza terapeutica, ossia la consapevolezza, senza giudizio, di ciò che sta accadendo nel qui ed ora, in un’unione armonica tra corpo e mente.
L’idea di una mente compassionevole all’interno dello Iaido mi è stata proposta un po’ di anni fa da qualche Maestro (anche se onestamente non ricordo quale) come un necessario passaggio per crescere nella pratica e adottare quindi un cambio di mentalità e atteggiamento nei confronti del nostro avversario, sia esso interiore o una proiezione di qualcun altro.
Era un concetto molto interessante, che mi aveva intrigato fin da subito e che ho ritrovato, un po’ per caso, all’interno della mia continua formazione in psicoterapia, quando ho iniziato a studiare un approccio chiamato Compassion Focused Therapy, introdotto da Paul Gilbert, stimato e noto clinico inglese.
La Terapia Focalizzata sulla Compassione (TFC) si inserisce all’interno della cornice della psicologia evoluzionistica, in cui il funzionamento del cervello trova solidi riscontri nelle neuroscienze e nella biologia e fornisce significative spiegazioni rispetto alla mente e al comportamento umano (sistemi arcaici di difesa, sistemi motivazionali interpersonali, capacità di dare senso e significato alla nostra esperienza); come spesso accade, è forte il richiamo alla tradizione buddista, da cui prende chiaramente e espressamente spunto.
Partiamo dal principio, cosa si intende per compassione? In linea generale, è una particolare sensibilità alla sofferenza di se stessi e degli altri, unita ad un forte desiderio e impegno ad alleviarla; non si deve confondere col “provare pena” per qualcuno, ma deve esser intesa piuttosto come una motivazione (inscritta nelle parte più evoluta del nostro cervello) a prendersi cura di e che possa portare beneficio e benessere. L’approccio della TFC è particolarmente adatto per persone con forti sensi di colpa, tendenza all’autocritica ed incapacità a trovare uno stato di sicurezza all’interno della propria vita.
Andrea Cauda. Fotografia di Giorgos Sardelis
Ma come tutto ciò è legato allo Iaido?
Credo si possano introdurre due discorsi differenti rispetto a questa tematica, di cui il primo si riferisce a quanto suggeritomi in passato da diversi Maestri, come accennavo in precedenza.
Quando si inizia a praticare, solitamente siamo abituati a “vedere” il nostro avversario immaginario come un nemico, ci insegnano a considerarlo come una parte di noi stessi che vogliamo in qualche modo sconfiggere. Effettivamente ciò aiuta molto all’inizio, poiché permette di tirare fuori tutta una serie di motivazioni ed emozioni che, se si riesce, possono anche aiutarci a mostrare semé e zanshin, focalizzando l’attenzione, una volta imparata la sequenza dei Kata, sul nostro avversario.
Da un certo punto in avanti però, forse da 4 o 5 dan in su, mi trovo d’accordo su quanto mi è stato detto anni fa: è forse necessario iniziare a cambiare prospettiva e attitudine verso il nostro nemico. Ed è qui che entra in gioco il concetto di cui stiamo parlando, ossia provare compassione per chi abbiamo davanti. É lampante che all’interno dello Iaido saranno sempre presenti “tecniche” usate per difendersi e contrattacare, cercando di sopravvivere al duello insito nel kata. Ma avanzando di grado, ed è quello che sto cercando di fare per raggiungere il 6 dan, alcuni Maestri suggeriscono di adottare un atteggiamento più compassionevole appunto, che permetta di guardare il nostro avversario con occhi diversi, non con odio, rabbia o tensione (tutte emozioni di difesa che emergono quando entriamo in un stato di minaccia percepita) ma, mi vien da dire, con un “calore” che abbracci l’intera situazione del kata e il qui ed ora del nostro corpo, in perfetto equilibrio e in armonia col nemico immaginario, mantenendo sensazioni di sicurezza, di tranquillità, di coraggio e di saggezza (tutte caratteristiche della compassione).
É un concetto molto complesso che sicuramente necessita di una guida esperta, che possa aiutare a non perdersi in strade tortuose.
Andrea Cauda. Fotografia di Giorgos Sardelis
Per quando riguarda il secondo punto, parto da una riflessione puramente personale: provare compassione per se stessi. Troppo spesso nella pratica, si notano Iaidoka molto critici con se stessi ed emozioni come la frustrazione, rabbia e disappunto si manifestano con frequenza. Credo che una crescita progressiva e senza fine, come quella di un’arte marziale, debba passare anche da questo cambio di mentalità: è corretto non adagiarsi e volersi sempre migliorare, provando a superare i propri limiti e seguendo gli insegnamenti dei nostri Maestri, ma dovremmo riuscire a mantenere un atteggiamento di curiosità e sincera serenità con noi stessi, evitando di rimuginare su pensieri e sensazioni negativi, che bloccano sicuramente la nostra crescita.
Il sapersi prender cura di sé, quantomeno nella nostra disciplina, perdonandosi possibili errori, mancanze ed incapacità a cambiare con i tempi e i modi previsti, risulta esser molto importante. Se continuiamo ad arrabbiarci con noi stessi, o con gli altri, rimarremo fossilizzati su tali emozioni senza provare ad utilizzare strategie differenti e più funzionali al cambiamento.
Tutto ciò comprende anche la consapevolezza di quelli che sono i nostri limiti e le nostre possibilità: accettare quanto riusciamo a fare, non farci aspettative troppo fuori portata, ma pensare unicamente alla pratica, al dare il massimo ogni volta che siamo nel dojo, aiuta certamente a star meglio con se stessi e a non esser troppo autocritici. D’altronde stiamo facendo qualcosa che per un motivo o per l’altro ci fa stare bene e ci piace, quindi perché prendersela tanto? Ripartiamo dalle basi, rallentiamo tutti i movimenti (ma per davvero!) e proviamo a sintonizzarci con il nostro corpo, magari chiudendo gli occhi ed immaginandosi come stiamo realmente facendo… forse in questo modo riusciremo a percepire l’intero quadro un po’ meglio.
É necessario porsi piccoli obiettivi, la Via è lunga, quindi dovremmo immaginarla come una scala in cui lentamente (perchè il nostro corpo non sa fare altrimenti) progrediamo e in cui, forse, ad un certo punto ci fermeremo perché avremo raggiunto il massimo per noi stessi.
Il monaco buddista Kaion affermava che, quando uno incomincia a capire un poco crede di conoscere le sue virtù e i suoi difetti, ma questo non è altro che orgoglio. In verità è difficile conoscere le proprie virtù e i propri difetti.
Yamamoto Tsunetomo, Hagakure II, 88 (trad. it. L. Soletta)
Conoscere se stessi non è un’operazione banale. Essa richiede tempo, probabilmente tutto il tempo della nostra vita, e talvolta potrà sorprenderci lo scoprire di non essere neppure padroni a casa nostra, nel nostro intimo.
Il concetto di conoscenza-di-sé non è estraneo alla cultura occidentale, anzi si ritrova precisamente ai suoi albori, inciso sulla roccia del tempio di Apollo a Delfi: conosci te stesso.
Già, ma che cosa significa nel concreto questa espressione?
Forse saremmo portati a ritenere che il conoscere-se-stessi sia legato alla frequentazione di se stessi; in altre parole, dal momento che nessuno di noi può separarsi dal proprio io, si potrebbe credere che questa conoscenza abbia a che vedere con la familiarità, ovvero con una forma di intimità rivelatrice delle inclinazioni e delle aspirazioni personali. In effetti, noi il più delle volte diciamo di conoscere qualcuno proprio in base a questi criteri. Perché non dovrebbe valere per noi stessi?
In realtà, l’antica massima del tempio di Delfi non allude a tale familiarità, ma significa invece: conosci i tuoi limiti.
Questo excursus sull’antichità classica potrebbe sembrare fuori luogo rispetto al contesto di un commento ad una massima giapponese del XVIII secolo, ma lo è molto meno di quanto sembri.
La citazione del monaco Kaion che riporta Tsunetomo va esattamente nella medesima direzione dell’antico detto greco. Tutto questo ci porta a riflettere ancora una volta sul processo di apprendimento alla base delle arti marziali che pratichiamo, anche se sono persuaso che queste stesse considerazioni possano mantenere la loro validità anche in altri ambiti dell’esperienza umana.
Quando apprendiamo qualcosa, siamo inevitabilmente inseriti all’interno di una rete di relazioni. In un dojo, queste relazioni sono rappresentate dai compagni di pratica e da chi insegna. Questa rete di relazioni fornisce, più o meno consapevolmente, una griglia di autovalutazione basata sul concetto di familiarità con le singole persone, un po’ come si è accennato poco sopra.
In altre parole, noi utilizziamo i compagni di pratica come parametro per stabilire che cosa sappiamo fare noi, come un modo di conoscere i nostri pregi e i nostri difetti.
In questo, naturalmente, non c’è nulla di male di per sé, perché si tratta di un processo sociale che mettiamo in campo più o meno naturalmente nel momento in cui ci adeguiamo ad una nuova realtà, e anzi senza questa dinamica non sarebbe neppure possibile apprendere qualcosa.
Il problema, tuttavia, nasce dal fatto che la conoscenza di noi stessi che ricaviamo dalla semplice frequentazione di un ambiente non basta alla via. È chiaro che questo non impedisce di imparare qualcosa in assoluto – tanto è vero che lo stesso Kaion premette che anche l’orgoglioso ha cominciato a capire qualcosa – ma senza dubbio esso impedisce un miglioramento, una progressione, sul lungo periodo.
È vero, è difficile conoscere le proprie virtù e i propri difetti, ma è anche vero che questa difficoltà, segnata dall’esperienza del nostro limite, è essenziale ad un percorso pienamente consapevole. Del resto ogni via termina all’orizzonte, ma non per questo si smette di camminare.
In altre parole, conoscere il proprio limite significa abitarlo.
Miyazaki Hayao, il regista di animazione forse più apprezzato al mondo, ha compiuto in questi giorni, il 5 Gennaio per la precisione, ottanta anni: con una carriera lunga oltre cinquant’anni, una filmografia vasta quanto l’elenco dei riconoscimenti vinti, un nuovo lungometraggio in uscita e l’immagine indissolubilmente legata a quella dello Studio Ghibli, è il candidato ideale per una nuova lettura biografica di un altro enorme personaggio giapponese che ha influenzato, e continua a tutt’oggi, l’arte dell’animazione. Poliedrico artista, Miyazaki è un regista, sceneggiatore, animatore, fumettista e produttore cinematografico giapponese, il cui nome è inoltre intimamente legato a quello dello Studio Ghibli, studio cinematografico d’animazione da lui fondato nel 1985 insieme al collega e mentore Isao Takahata ed oggi ritenuto uno dei più importanti del settore. È considerato uno dei più influenti animatori della storia del cinema e secondo molti il più grande regista d’animazione vivente: la sua figura è stata paragonata più volte a quella di Walt Disney per l’importanza dei suoi contributi nel settore dell’animazione e ad Akira Kurosawa per la centralità nella storia del cinema giapponese. Stando alle dichiarazioni di Miyazaki stesso, i suoi film non furono sviluppati seguendo uno schema prestabilito e sperimentato, o trattando un tema ricorrente, tuttavia molti dei suoi film presentano delle ricorrenze a livello di temi trattati, di scenari o di personaggi. Il mondo di Miyazaki, è fondato sull’educazione, sulla sensibilizzazione e sulla curiosità, sull’infanzia e sull’animazione a questa dedicata, su valori universali ecologici e ambientalistici, sul rapporto tra bene e male, sul ruolo delle donne, sul pacifismo, e ancora sull’amore, la politica e la sua passione per il volo. Miyazaki dichiarò anche di sentirsi colpevole in merito ai guadagni della sua famiglia durante la seconda guerra mondiale, e la sua avversione per il militarismo si rifletterà in film come “Nausicaa della valle del vento” e “Porco Rosso”. In parte per sfuggire ai bombardamenti americani di Tokyo e in parte per essere più vicino all’azienda di famiglia Miyazaki Airplanes nella città di Kanuma, il padre del maestro si trasferì insieme alla famiglia a Utsonomiya, dove visse dal 1944 al 1946. Durante questo periodo il giovane Hayao familiarizzò con la foresta, mentre la madre, malata di tubercolosi spinale dal 1947 al 1955, passò tre anni in ospedale: due temi importanti, che prefigureranno la situazione familiare e caratterizzeranno una delle sue opere più note, “Il mio vicino Totoro”.
Miyazaki è nato a Tokyo, nel 1941. Fin da quando era studente il suo interesse per la letteratura per ragazzi apparve molto acceso: divorava decine e decine di libri scritti in tutto il mondo ed essendo un superbo disegnatore, dopo essersi laureato nel 1963 all’Università di Gakushuin in Scienze Politiche ed Economiche, entrò a far parte della Toei Animation Company.
[ Lupin III: Il castello di Cagliostro, immagine da https://leganerd.com/2016/11/20/lupin-iii-castello-cagliostro-ladro-la-fanciulla-falsario ]
Come animatore, Miyazaki lavorò a molte serie e lungometraggi, spesso in collaborazione con Isao Takahata: tra le sue serie televisive più note, diresse “Conan, il Ragazzo del Futuro” nel 1978 e, debuttò come regista nel primo dei suoi lungometraggi, “Lupin III: Il Castello di Cagliostro” nel 1979, un film che si discostava parecchio dagli standard del franchise di Lupin III, ma che tuttavia risultò gradito alla critica, vincendo un Ofuji Noburo Award al Mainichi Film Concours dello stesso anno. La storia era divisa in quattro parti, ma al completamento della terza furono fatte delle modifiche per non sforare il tempo previsto di durata: l’animazione cominciò quando la creazione degli storyboard era ancora incompleta e il regista dovette completarli in fretta durante le fasi dell’animazione stessa, mentre l’intero processo produttivo fu ultimato poche settimane prima dell’uscita nelle sale, avvenuta a fine anno. Come succederà anche in produzioni successive, alcuni degli elementi del film furono presi dalla vita reale, come la famosa Fiat 500 F di Lupin, che era la macchina dell’animatore Yasuo Otsuka, o l’auto utilizzata da Clarisse, una Citroen 2CV, che fu la prima auto posseduta da Miyazaki stesso.
Agli inizi degli anni Ottanta Miyazaki ha vissuto a Los Angeles per approfondire lo studio e l’arte dell’animazione e uno dei suoi migliori studenti, e futuro amico, di questo periodo fu John Lasseter, che diventerà Chief Creative Officer, la mente creativa di Walt Disney Animation Studios, Pixar Animation Studio e DisneyToon Studios, nonché regista di Toy Story, A Bug’s Life e Toy Story 2.
In occasione di un discorso a titolo promozionale che fu invitato a tenere al Tokyo International Film Festival anni più tardi, Lasseter portò un profondo e personale tributo al Giappone e al suo iconico mentore Miyazaki, che si concluse con le parole Grazie, Giappone, per avermi fatto diventare quello che sono: il discorso fu attentamente scritto e portato ai microfoni con un grandissimo entusiasmo e con l’intenzione di educare la platea di un teatro sovraffollato oltre che alla promozione.
Locandina di Nausicaa della valle del vento da http://www.studioghibli.it/film/nausicaa-della-valle-del-vento/
In questo periodo Miyazaki scrisse e illustrò la serie grafica di “Nausicaa della Valle del Vento”, molto apprezzata dalla critica, da cui verrà tratto un film d’animazione d’avventura basato sui primi sedici capitoli, ambientato in un mondo post-apocalittico, e incentrato sulla storia di Nausicaa, la principessa della Valle del vento, e la sua lotta contro Tolmekia, un regno che cerca di usare un’arma antica leggendaria per distruggere la giungla tossica, il complesso sistema di insetti mutanti giganti che ha intossicato il pianeta. Sebbene realizzato prima della sua fondazione, è spesso considerato un prodotto dello Studio Ghibli, ricevendo fin dalla sua uscita il plauso della critica, che ne elogiò storia, tematiche, personaggi e qualità dell’animazione.
Miyazaki incorse in diverse difficoltà nella stesura della sceneggiatura, a causa dei pochi capitoli del manga a disposizione su cui poter lavorare: si dedicò prevalentemente alla realizzazione dei disegni preparatori e al design del personaggio principale, mentre la fase di animazione si sviluppò grazie ad una ventina di animatori assunti espressamente per il film e pagati a fotogramma. Il film uscì infine nelle sale giapponesi nel 1984, dopo un periodo di produzione di appena nove mesi e un budget equivalente ad un milione di dollari.
Dopo l’esperienza negli anni Sessanta agli studi della Toei e della TMS Entertainment, e dopo aver lavorato dal 1971 fino alla metà degli anni Ottanta alle dipendenze di aziende cinematografiche d’animazione come A Pro, Zuiyo Pictures, dove disegnò Heidi-la ragazza delle Alpi, e Tokuma Production, e grazie alla buona resa al botteghino di Nausicaa, nel 1985 fondò lo Studio Ghibli insieme a Takahata.
Caproni Ca.309 Ghibli. Fonte Wikipedia
Ghibli è il nome che, durante la Seconda Guerra Mondiale, i piloti italiani in Nord Africa diedero ad un vento caldo proveniente dal deserto del Sahara, ed è anche il nome usato per indicare i loro aeroplani da ricognizione. Hayao, uno dei quattro figli di Katsuji Miyazaki, un ingegnere aeronautico e direttore della Miyazaki Airplanes che realizzava componenti per i velivoli, che ha da sempre una passione per i vecchi velivoli, ne era a conoscenza e decise di usare questa parola come nome per il nuovo studio: “facciamo soffiare un vento caldo nel mondo dell’animazione giapponese!”. Piccola nota di colore, anche se Ghibli è una parola italiana, la pronuncia di Miyazaki è jee-blee, ji-bu-ri in giapponese.
[ Il Museo Ghibli di MItaka, immagine da https://siviaggia.it/notizie/museo-ghibli-tour-virtuale/293012 ]
A corollario dell’infinita creatività di Miyazaki, oltre alla pubblicazione di numerosi libri con poesie e illustrazioni, disegnò anche alcuni edifici, tra i quali il Museo Ghibli, nel parco di Mitaka di Tokyo, in seguito allo scontro del regista con le richieste dei produttori a proposito dei suoi prossimi film. Nel 1985, grazie all’aiuto della Tokuma Shoten, Miyazaki e Takahata riuscirono a realizzare il loro sogno e fondare un proprio studio di animazione: nacque così lo Studio Ghibli.
Locandina de Il mio vicino Totoro da http://www.studioghibli.it/film/il-mio-vicino-totoro/
I due film successivi prodotti dallo Studio Ghibli furono “Il mio vicino Totoro” di Miyazaki e “La tomba delle lucciole” di Takahata: l’uscita simultanea dei due film diretti dai due registi giapponesi di maggior talento fu salutata come una sorta di evento, ma generò anche il caos allo stato puro, in quanto la filosofia dello Studio Ghibli (mai, per nessun motivo, sacrificare la qualità) doveva essere mantenuta a tutti i costi: la crescita dello Studio come società e come attività commerciale aveva infatti sempre avuto un’importanza secondaria. I risultati al botteghino de Il mio vicino Totoro e La tomba delle lucciole furono inferiori alle aspettative, ma la critica fu entusiasta: Il mio vicino Totoro vinse la maggior parte dei premi cinematografici giapponesi, La tomba delle lucciole venne definito come una vera opera d’arte, e lo Studio Ghibli iniziò ad essere finalmente noto nell’industria cinematografica giapponese, anche se non ancora al grande pubblico.
Logo dello Studio Ghibli. Immagine da www.ghibli.jp
Il mio vicino Totoro, inoltre, potè contare su un profitto inaspettato: la versione in peluche del personaggio diventò un grande successo nei negozi di giocattoli giapponesi. I pupazzi uscirono sul mercato quasi due anni dopo l’uscita del film e per ironia della sorte, grazie alle vendite di Totoro lo Studio Ghibli fu in grado di coprire il deficit nei costi di produzione di altri suoi film. Totoro diventò infine anche il logo dello Studio, usato a partire dal 1991 con “Pioggia di ricordi” di Takahata Isao e raffigurante un O-Totoro (“Grande Totoro”) di profilo con un Chibi-Totoro (“Piccolo Totoro”) sulla testa su uno sfondo blu, mentre sotto di essi campeggiano le scritte ”Un prodotto Studio Ghibli” e “Studio Ghibli”.
Il 1989 è l’anno in cui “Kiki’s Delivery Service” sbancò il botteghino, mettendo però lo Studio Ghibli di fronte a problemi come cosa fare della società e come mandarla avanti: lo Studio Ghibli aveva un lungo futuro di fronte a sé, e doveva quindi affrontare il reclutamento, l’assunzione e lo sviluppo di uno staff permanente. Mentre le condizioni dello Studio migliorarono, per il resto dell’industria giapponese cominciò il declino. Miyazaki capì che per realizzare film di qualità in una congiuntura simile era indispensabile una base operativa fissa e un’organizzazione ben salda: fu l’inizio della seconda fase dello Studio Ghibli.
Sempre nel 1989, durante la produzione di “Pioggia di ricordi” di Takahata, su idea di Miyazaki furono assunti degli impiegati a tempo pieno, si perfezionò un programma di training sull’animazione e si istituì un regolare reclutamento annuale: insieme agli stipendi, raddoppiarono anche i costi di produzione dei film e per la prima volta lo Studio Ghibli fu obbligato a concentrarsi in modo maggiore sulla pubblicità e sulla promozione dei suoi film, con un occhio inevitabilmente puntato sugli incassi. Ma questo non significò che le decisioni commerciali influenzarono il processo creativo: Hara Toru, all’epoca direttore generale dello Studio Ghibli, descrisse lo Studio “con tre A: Alto Costo, Alto Rischio, Alto Rendimento”. Produrre un lavoro di alta qualità richiedeva alti costi di produzione e impegnare tutti i proventi nella produzione di un film la cui buona accoglienza al botteghino non poteva mai essere garantita era un rischio enorme. In quel preciso momento della storia dello Studio, le difficoltà di impiegare uno staff a tempo pieno e di pagare delle retribuzioni mensili spinse Ghibli ad avviare un moto di produzione continua, iniziando così a mettere in cantiere il suo film successivo, “Porco Rosso”, prima ancora di terminare “Pioggia di ricordi”, scritto e diretto da Takahata.
Locandina di Porco Rosso. Immagine da http://www.studioghibli.it/film/porco-rosso/
Miyazaki cominciò a lavorare su Porco Rosso da solo, mentre il resto dello staff era ancora impegnato nelle fasi finali, e più convulse, di Pioggia di Ricordi: forse anche per lo stress di essere l’unico componente dell’unità produttiva di animazione, improvvisamente Miyazaki propose di costruire un nuovo Studio. Il nuovo lavoro è nuovamente fedele ai temi cari al maestro come il volo, la condanna del fascismo, la maledizione e le metamorfosi, la rinuncia ad una distinzione netta tra buoni e cattivi.
Da notare anche che il maiale è un animale simpatico a Miyazaki, tanto che lo Studio Ghibli è anche detto buta-ya, la casa del porco, per via di un’insegna vittoriana raffigurante un maiale che campeggia sul portico dell’edificio. Porco rosso può leggersi, infatti, come insulto fascista, dal momento che la posizione politica del protagonista è chiara nella sua scelta contro il regime, che lo ha per questo messo all’indice, riducendolo ad essere un reietto cacciatore di taglie. D’altra parte, questi si sente un maiale per essere l’unico sopravvissuto alla battaglia aerea in cui sono morti tutti i suoi compagni, fatto considerato disonorevole dai giapponesi.
In questo periodo il maestro dimostrò ancora una volta di essere un genio dalle mille sfaccettature: mentre lavorava a Porco Rosso progettò il nuovo studio, incontrò i costruttori per fare in modo che l’edificio si avvicinasse il più possibile all’immagine che aveva in testa, disegnò gli interni, scelse e controllò i materiali. Solamente un anno dopo saranno pronti sia Porco Rosso che la nuova sede e, subito dopo l’uscita del film, lo Studio Ghibli si trasferì nel nuovo edificio.
Locandina di Principessa Mononoke. Immagine da http://www.studioghibli.it/film/principessa-mononoke/
Nel 1995 lo Studio Ghibli iniziò la produzione del suo undicesimo lungometraggio animato, “La principessa Mononoke”, tratto da una storia originale di Miyazaki, primo film diretto dal maestro dopo oltre cinque anni e per il quale lo Studio Ghibli costituì un nuovo staff di computer grafica per realizzare il film iniziando a sviluppare delle tecniche proprie di animazione digitale. Al tempo della sua ideazione, La principessa Mononoke fu un progetto molto difficile ma Miyazaki sognava da anni un dramma storico in costume e questa sembrava essere l’ultima chance: la produzione durò quasi tre anni e il film uscì finalmente nell’estate 1997. Dopo l’uscita fu subito chiaro che gli incassi avrebbero superato di molto le aspettative e con entrate pari a 19,3 miliardi di yen (152 milioni di euro al cambio attuale) resta ancora oggi uno dei più alti della storia del cinema giapponese: il film è diventato infine una sorta di fenomeno in patria, un argomento di conversazione che ha reso il nome dello Studio Ghibli ancora più noto.
All’inizio del 1998 Miyazaki annunciò di voler lasciare lo Studio, a causa di una diminuzione della vista che lo portò ad affermare di non poter più garantire la qualità della sua arte nell’animazione che aveva sempre desiderato e ricercato, intendendo piuttosto realizzare brevi film per il Museo dello Studio Ghibli e addestrare i giovani animatori, ma già all’inizio dell’anno successivo ritornò allo Studio come shocho (capo), ricoprendo un ruolo fondamentale nell’impostazione della disciplina in ambito organizzativo e focalizzandosi sugli impiegati e sui loro ruoli, cominciando ad utilizzare l’animazione computerizzata per aiutare a mantenere il controllo artistico delle sue opere.
Dopo La principessa Mononoke, nell’estate del 1999 uscì “I miei vicini Yamada”, o più letteralmente “Gli Yamada, cinguettanti vicini”, tratto dal fumetto di Hisaichi Ishii, scritto e diretto da Takahata Isao, e fu il primo film dello Studio Ghibli completamente realizzato con grafica computerizzata: pur non avendo sposato la causa del digitale, lo Studio comprese che le persone in grado di realizzare animali dipinti a mano stavano diventando sempre meno, e così si concentrò sulla creazione e la fotografia digitali.
L’animazione principale e gli sfondi restarono, e sono tutt’ora, dipinti a mano, ma la maggior parte degli altri processi di lavorazione da quel momento in poi vennero affidati ad artisti digitali.
Locandina de La città incantata. Immagine da http://www.studioghibli.it/film/la-citta-incantata/
Nella primavera del 1999 venne costruito un altro stabile, lo Studio 2, di fronte al precedente, e nel 2001 si aggiunse lo Studio 3. Tutti gli edifici furono disegnati ancora da Miyazaki: le costruzioni in legno, sebbene non particolarmente ampie, contribuirono a creare un’atmosfera calda e confortevole per i visitatori.
Nel luglio 2001 uscì “La città incantata”, un altro capolavoro di Miyazaki che in Giappone battè il record di spettatori contro “Titanic”: il successo del film non sarebbe mai stato possibile senza la calda accoglienza della critica, che fece sì che persone di tutte le età in tutta la nazione avessero provato il desiderio di vedere il film.
Inoltre, mentre La città incantata era ancora in produzione, Miyazaki portò a termine anche un altro progetto, il Museo d’Arte Ghibli, a Mitaka. Il Museo non nacque solo per poter osservare disegni e simili: per un certo verso, l’edificio del Museo fu creato esso stesso per essere un’opera d’arte, oltre ad essere anche uno spazio che poteva offire ai visitatori l’opportunità di fare una ricca varietà di esperienze.
Locandina de Il castello errante di Howl. Immagine da http://www.studioghibli.it/film/il-castello-errante-di-howl/
Verso la fine del 2001 lo Studio Ghibli rese pubblica la notizia della produzione di due film, “La ricompensa del gatto” e un adattamento del romanzo della scrittrice inglese Diana Wynne Jones “Il castello errante di Howl”. Quest’ultimo progetto venne avviato da Miyazaki che, secondo voci persistenti, trovò l’ispirazione in una visita al mercato di Natale di Strasburgo: rielaborò lo scritto della Jones, adattandolo alla sceneggiatura, e poi decise di affidare la regia ad un suo amico della Toei Animation, Hosoda Mamoru. Quest’ultimo però non venne visto di buon occhio dai capi dello Studio Ghibli, che alla fine gli impedirono di girare il lungometraggio. Il lavoro rimase fermo fino al 2003, quando Miyazaki prese l’iniziativa di ricoprire anche il ruolo di regista, e portò l’anno successivo all’uscita nelle sale del nuovo lavoro con un’ambientazione che ricorda nei vestiti e nell’architettura una nazione mitteleuropea degli inizi del Novecento ma in un mondo in cui è presente la magia, con una collocazione di genere che punta al filone dello steampunk. Il film, che si trova alla posizione numero 230 della classifica dei “500 migliori film della storia” della rivista Empire, fu presentato in concorso alla 61ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, conquistando il Premio Osella per il migliore contributo tecnico. Uscì nelle sale italiane solo l’anno successivo in concomitanza con la 62ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, durante la quale Miyazaki venne premiato con il Leone d’Oro alla carriera, il primo in assoluto destinato assegnato ad un regista di film di animazione, e unico regista di film d’animazione a conquistare sia l’Oscar che il Leone d’Oro.
Locandina di Ponyo sulla scogliera. Immagine da http://www.studioghibli.it/film/ponyo-sulla-scogliera/
Nel 2008, in Giappone e l’anno successivo in Italia, uscì nelle sale “Ponyo sulla scogliera”, diretto e sceneggiato da Miyazaki che si è basato sul racconto “Iya Iya En” della scrittrice giapponese Rieko Nakagawa. Per l’animazione di questo nuovo lungometrggio furono utilizzati 170.000 disegni a matita, segnando un numero record per la produzione di Miyazaki, ancora una volta in prima linea in quanto volle essere lui a disegnare le onde e il mare, che riteneva fossero la parte più importante del film. Alcune note curiose su quest’opera riguardano i dettagli della storia, presi dalla vita reale: il villaggio sul mare in cui vive Sosuke è ispirato alla cittadina di Tomonoura, il nome di Sosuke è tratto dal romanzo “La porta” di Soseki Natsume, mentre il suo aspetto riprende invece quello di Goro Miyazaki all’età di cinque anni, uno dei due figli avuti dalla moglie Akemi Ota, e pare che Ponyo sia ispirata alla figlia di tre anni di Kondo Katsuya, l’animatore capo, che a sua volta fu ripreso nel personaggio di Fujimoto, che è appunto il padre di Ponyo. E ancora, il padre di Sosuke lavora su una nave chiamata Koganei Maru, e Koganei è la cittadina ad ovest di Tokyo dove si trova lo Studio Ghibli, mentre in una scena in cui Risa canta, cita la sigla iniziale di un altro iconico lavoro di Miyazaki, Il mio vicino Totoro.
Ponyo sulla scogliera fu presentato alla 65ª Mostra del cinema di Venezia e vinse il premio come miglior film d’animazione ai Japan Academy Awards.
Locandina di Si alza il vento. Immagine da http://www.studioghibli.it/film/si-alza-il-vento/
Frutto invece di trasposizione dall’omonimo manga di Miyazaki, uscì nelle sale nel 2013 il lungometraggio “Si alza il vento”, scritto e diretto dal maestro, un’opera semi-biografica che rielabora in maniera fittizia un periodo della vita di Horikoshi Jiro (1903–1982), progettista e inventore del velivolo Mitsubishi A5M e del modello successivo Mitsubishi A6M Zero, gli aerei da caccia usati dalla Marina imperiale giapponese durante la seconda guerra mondiale.
Da sempre appassionato di aerei e aviazione, Miyazaki cominciò a delineare quest’opera sulla vita di Horikoshi di fin dal 2008, ovvero dopo il completamento di Ponyo sulla scogliera. Le sue ricerche si concretizzarono in un breve manga, e inteso come un semplice diletto personale, Miyazaki non previde di dare seguito alla cosa, ma, dopo aver letto il suo lavoro, il produttore Suzuki Toshio gli suggerì di trarne il suo prossimo lungometraggio d’animazione. Inizialmente scettico all’idea che una storia che affrontava in maniera diretta un soggetto come la guerra fosse adatto ad un pubblico di bambini, per il quale avrebbe dovuto essere concepita l’animazione e target tradizionale delle opere dello Studio Ghibli, egli cedette, affermando successivamente all’Asahi Shinbun nel 2013 che me incluso, una generazione di giapponesi che è cresciuta in un certo periodo ha dei sentimenti molto complessi a proposito della seconda guerra mondiale, e lo “Zero” simboleggia la nostra psiche collettiva. Il Giappone è sceso in guerra per cieca arroganza, ha causato problemi in tutta l’Asia orientale e infine si è distrutto da solo. […] Ma nonostante questa storia umiliante, lo “Zero” rappresentava una delle poche cose di cui noi giapponesi potevamo andare fieri. C’erano trecento ventidue caccia “Zero” allo scoppio della guerra. Erano una presenza veramente formidabile, così come i piloti che li guidavano. Fu il genio straordinario di Horikoshi Jiro, il progettista dello “Zero”, che lo rese l’aereo più avanzato del suo tempo.
Durante una conferenza tenutasi nel 2013 a Musashino, Miyazaki lo definì il suo ultimo lavoro prima del suo ritiro dalla carriera cinematografica, dopo cinquant’anni di attività sulle scene cinematografiche, ma già due anni dopo tornò sui suoi passi e in questi giorni, in occasione del suo compleanno, lo Studio Ghibli conferma un nuovo lungometraggio dal titolo “How do you live?”, ancora sui temi come il rapporto tra progresso e natura, sempre più ferita dall’uomo, il timore della perdita delle proprie radici, il legame prezioso con l’infanzia e la riscoperta dei valori di amore e rispetto reciproco. Il nuovo film, nuovamente disegnato a mano, sarebbe dovuto essere pronto per le Olimpiadi di Tokyo del 2020 (rimandate per la pandemia che funestato il mondo intero in questo terribile anno) ma la realizzazione è ancora circa a metà. Sempre con un occhio di particolare riguardo alla qualità, la produzione ha stimato ci vogliano ancora tre anni per vedere completato l’ultimo lavoro del grande maestro.
Attraverso il sito web e l’account Twitter ufficiali (https://twitter.com/JP_GHIBLI) lo Studio Ghibli ha postato anche gli auguri per il nuovo anno, con un’immagine originale del maestro dell’animale simbolo del 2021, il bue, che vince la pandemia che sta affliggendo il pianeta schiacciandone il responsabile, rappresentato come un diavoletto viola con mascherina, sotto la sua poderosa zampa.
I film dello Studio Ghibli hanno ottenuto moltissimi riconoscimenti e sono stati acclamati dalla critica e dagli specialisti di animazione di tutto il mondo:
Nel 2015 la Academy of Motion Picture Arts and Sciences gli ha conferito il Premio Oscar alla carriera.
Nel 2013 Si alza il vento è candidato all’Oscar come miglior film d’animazione, al Golden Globe per il miglior film straniero ed è vincitore del premio della Japanese Academy nella categoria Miglior Animazione dell’anno.
Il Castello Errante di Howl ha ottenuto l’Osella per il Miglior Contributo Tecnico alla Mostra di Venezia nel 2005.
La Città Incantata ha vinto l’Orso d’Oro per il Miglior Film al festival di Berlino nel 2002 (il primo film di animazione ammesso a competere a Berlino, il primo film giapponese a vincere l’Orso d’Oro) e successivamente il premio Oscar per il Miglior Film di Animazione.
La principessa Mononoke è stato il primo film di animazione a vincere il Japan Academy Award per i Migliori disegni.
Nel 1999 il Museum of Modern Art di New York ha proiettato una retrospettiva dei film dello Studio e ha acquistato My Neighbors the Yamadas per la sua collezione permanente e la critica internazionale ha osannato i film dello Studio Ghibli.
Porco Rosso e PomPoko hanno vinto il premio come Miglior Film al Festival di Annecy nel 1992 e nel 1994.
Grave of the Fireflies ha vinto il premio per il Miglior Film a Chicago International Children’s Film Festival nel 1988.
FILMOGRAFIA
Per un elenco completo si rimanda alla pagina di Wikipedia dedicata a Miyazaki Hayao (https://it.wikipedia.org/wiki/Hayao_Miyazaki#Filmografia), mentre sono riportati di seguito i soli lungometraggi, per i quali il maestro ha realizzato regia, sceneggiatura e storyboard:
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