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Villingen: reverse side

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Per una volta non parlerò di iaido, anche se sembra strano, per una volta vorrei parlarvi di sensazioni, su quello che per me è tempo perso, il viaggio!
Per molti il viaggio è il motivo dello spostamento, io probabilmente sbagliando ho sempre pensato che la cosa importante del viaggio sia la meta, e quindi il tempo trascorso per raggiungere la meta sia un po’ tempo perso.
Tutti hanno un po’ di terrore quando viaggiano con me, Zanoni tiene l’aria condizionata a palla, Zanoni non si ferma mai, ecc. ecc.
Un po’ è vero e come da copione si parte da Druento e la prima fermata è Villingen, 7 ore di viaggio, 7 ore di chiacchiere, 7 ore senza la maestra, 7 ore con Lorenzo e Battista, con il volume vocale di Lorenzo che inizia ad infiammare i miei timpani e nemmeno un secondo di silenzio.

Lorenzo un personaggio… Un viaggio sicuramente allegro, dove il bersaglio delle battutine e dei doppi sensi è sempre stata la Battista e il suo vivere nel bosco incantato con tanto di nanetto che sarebbe andato a trovarla nella notte, mentre la dama del lago sarebbe dovuta andare da Lorenzo, ma il troppo russare probabilmente l’ha tenuta lontano.
E così tra una battuta e un’altra, tra una confidenza e l’altra il viaggio si consuma, ma assieme alle battute le lunghe ore in macchina fanno uscire altre cose, emozioni, passioni, confidenze dei compagni di dojo fatte durante altri viaggi, sensazioni, aspettative. È così che il viaggio inizia a diventare qualcosa di importante dove si apprendono delle cose sui ragazzi e ragazze che si allenano con te, dove cerchi di spiegare delle cose che per te sono così chiare, sugli equilibri del gruppo, per il tuo futuro nel mondo dello iaido e per i tuoi collegamenti con il Giappone sempre così difficili da capire e comprendere, per l’equilibrio sempre precario, mentre queste cose, se viste con occhi diversi, non sono così limpide e comprensibili… Anzi.

Mi sembra di ricordare che questo sia stato il primo viaggio così lungo senza la Maestra, un sacco di domande da parte di tutti gli amici Europei e Giapponesi: “dov’è Borra Sensei? Tutto bene tra di voi?” e quindi rassicurare tutti che è solo un problema di lavoro per la Maestra.
Un giorno e mezzo di pratica, 14 ore di viaggio, i miei timpani arrivati a Druento hanno ritrovato la pace, Battista ha una conoscenza di sinonimi e contrari più ampia soprattutto sul sex, Lorenzo ha praticato ed ha dato sfogo alle sue battute, credo si sia anche divertito.
In fondo è stato un bel viaggio nonostante l’aria condizionata e la pipì non fatta.

Claudio Zanoni, 6 dan renshi

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© Le foto di gruppo dello stage di Villingen sono disponibili sulla pagina Facebook Kiryoku International

Stage Villingen 2018: racconti di amici e di iaido

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Ad un anno dall’esame di V Dan, lo spirito con cui partecipo agli stage via via è sempre diverso e questo cambiamento risente fortemente sia della consapevolezza del grado raggiunto, sia di quello che successivamente sarà da conseguire.
Il tempo che dovrà ancora trascorrere è relativamente lungo, ma anche così breve al punto da pensare che possa non essere sufficiente.
Sarà ed è certamente un “good time” riportando le parole sussuratemi da Momiyama Sensei.
È un “time” che per divenire e per rivelarsi anche “good”, dovrà essere vissuto con tanta intensità di pratica e di impegno.

L’occasione avuta con lo stage svoltosi a Villingen ha consentito nuovamente di rivedere i punti fondamentali per ogni kata di Seitei secondo quanto codificato, garantendo un livello di pratica costante per diverse ore consecutive.
Lo scenario di svolgimento del kata deve essere talmente chiaro ed evidente da permettere la visualizzazione dell’avversario non solo a se stessi, ma a chiunque stia assistendo all’esecuzione della forma.
Sempre maggiore il coinvolgimento emotivo e passionale, sempre maggiore la precisione, lasciando nulla al caso.
Alcune osservazioni sulla chiusura del taglio, sull’impugnatura finale della spada e su come debba essere preparata ancor prima di realizzarla, hanno sicuramente impegnato parte del tempo che ho dedicato a questo training.

L’aver rivisto e ritrovato compagni di pratica conosciuti ai primi campionati europei disputati, è stato non solo piacevole ed emozionante, ma sicuramente arricchente ed è dimostrazione di come, nonostante il tempo passi e favorisca il fluttuare degli eventi, alcuni aspetti della vita rimangano costantemente in equilibrio pur in balia dei cambiamenti. Ci si riconosce nell’impegno dei compagni, nelle loro difficoltà a realizzare uno iaido sempre più vicino a quanto ci viene insegnato.
Ci si riconosce nei successi dei compagni di pratica e anche nelle loro insoddisfazioni.

Si prosegue nella condivisione di una parte di quel prezioso tempo che ora abbiamo a disposizione, non solo praticando insieme, ma viaggiando insieme.
Durante il viaggio si ritrova anche quel “good time” per sorridere, per ridere di se stessi e per arrivare serenamente pronti a riscrivere la forma del nostro kata.

Ringrazio tutti i Sensei presenti,
ringrazio il capo, Claudio Zanoni VI dan renshi di Iaido,
ringrazio i compagni di viaggio e di pratica

Stefania Battista, 5 dan

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© La foto di gruppo dello stage di Villingen è disponibile, con altri scatti, sulla pagina Facebook Kiryoku International

L’importanza del dare: conversazioni con il Maestro Takashige Yamazaki, hanshi 8° dan

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Sono passati alcuni mesi dalla realizzazione del campionato europeo di iaido a Torino, avvenimento che ha coinvolto molte delle persone del nostro dojo. In questi giorni ho ritrovato questi appunti che non avevo pubblicato, e mi hanno fatto ritornare in mente tutta la stanchezza dell’organizzazione di quell’evento ma anche tutte le facce felici e soddisfatte – perché la cosa stava venendo bene – ed il clima di collaborazione e di amicizia fra tutti in quei giorni. Se è vero quanto dice il Maestro, il nostro cuore in quei giorni ha sicuramente fatto dei progressi.
Ancora grazie a tutti!

Ho avuto la fortuna di passare del tempo con il maestro Yamazaki e di poter usufruire delle sue conversazioni. Chi lo conosce sa che il Maestro ha molto a cuore lo iaido italiano ed è una persona con una profondità spirituale rara.
Alcuni anni fa a Modena durante i vari pranzi e cene mi ha detto più volte che nello iaido è importante anche che cosa si dà agli altri. Non si può fare iaido solo per se stessi, chiusi nella propria palestra. Questo è uno iaido sterile, possiamo diventare bravi formalmente ma il nostro cuore non progredisce, il progresso si vede da quanto siamo disposti a dare agli altri. La nostra bravura si misura dalla qualità dei nostri allievi e da cosa costruiamo attorno a noi.

Ha continuato dicendo che quando bisogna esaminare un grado elevato agli esami non si può guardare solo quello che fa in quel momento ma bisogna valutare il suo cuore: c’è pace oppure conflitto, c’è altruismo oppure egoismo. È una cosa molto delicata, ma non si può dare un grado ad una persona che non ha le condizioni “spirituali” idonee.
Il maestro Mitani ascoltava e aggiungeva alcune considerazioni, per esempio ha detto che la ZNKR manda il maestro Yamazaki proprio perché è un maestro di altissima levatura che sa leggere il cuore degli uomini.
Io non so veramente cosa significhi tutto questo, né come si possa “leggere il cuore” di un praticante che non hai mai visto o non conosci, ma mi è molto chiaro che ad un certo punto lo iaido può diventare sterile se non si riesce a dare delle cose agli altri. Dare delle cose può voler dire insegnare ad altri oppure impegnarsi nell’organizzazione per far crescere un movimento.

Impegnarsi senza secondi fini, semplicemente per far progredire il movimento o per far si che un avvenimento riesca bene.
Il dare aumenta il proprio cuore, ci fa crescere come esseri umani e migliora il nostro iaido. Quest’ultimo aspetto non sono proprio in grado di valutarlo, ma non posso che fidarmi dell’esperienza e della profondità di chi ha studiato tanto più di noi!

Danielle Borra, 7 dan kyoshi

Lo specchio e il servizio da caffè

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Spesso, quando pratichiamo, ci vengono indicati errori che non riusciamo a riconoscere. Si tratta di una problematica di cui anche la sensei Danielle Borra ha fatto menzione, nel suo penultimo articolo. Quando mi capita, provo una fastidiosissima sensazione di impasse e dalla rabbia passo alla frustrazione, quindi sopraggiungono tristezza e senso di inadeguatezza. In genere, poi, ad un certo punto mi stanco da sola di me stessa e di queste reazioni, allora provo a concentrarmi sulla gratitudine per le indicazioni ricevute, a mettere da parte il modo in cui mi sento, a far tabula rasa, ed inseguo il cambiamento con rinnovata determinazione. Non sempre, però, ho riscontrato che questo fosse sufficiente… Quanto segue è una riflessione molto personale, frutto di osservazioni arbitrarie.

Uno degli aspetti che mi piacciono di più, concettualmente, riguardo lo iaido, è il fatto che il kasoteki con il quale ci misuriamo sia alto e largo quanto noi. Questa indicazione, determinante a fini pratici, io l’ho sempre interpretata anche in modo più metafisico. Se uno degli scopi del budo è renderci persone migliori, allora forse quel kasoteki ha anche la nostra stessa faccia e la nostra stessa anima, e forse per imparare a sconfiggerlo veramente, oltre a lavorare sul piano tecnico, dobbiamo sforzarci di conoscerlo davvero.
Eccoci quindi davanti allo specchio, in dojo come a casa. Ci guardiamo e ci ricontrolliamo mille volte, per cercare di valutare la pulizia e la precisione della nostra tecnica, o, più onestamente, per cercare di capire da dove abbiano origine i nostri errori e per sperimentare l’efficacia delle correzioni che riceviamo e che cerchiamo di applicare, traducendole con il nostro fisico dopo averle più o meno filtrate con la nostra mente (tra l’altro, sarebbe meglio che questo filtro non esistesse proprio…).

Negli anni, grazie alla frequentazione di seminari e competizioni e alla presenza in nazionale, ho potuto incontrare moltissimi praticanti, fra i quali il maestro che ho deciso di seguire – anche se farsi chiamare così non gli piace, e lo sappiamo tutti. Rompendo il guscio della mia naturale timidezza, piano piano ho potuto conoscere alcune di queste persone, e mi sono resa conto che tutte quelle che mi hanno impressionata maggiormente appaiono dotate della stessa virtù: parlo di una sorta di trasparenza di intenti e di pensieri, una comunione di azione e filosofia, in parole povere mi hanno dato l’impressione di essere molto oneste.
Forse l’attività in dojo non basta. Ho iniziato a pensare che sia realmente necessario intraprendere un percorso quotidiano che vada oltre il cercare di tenere le anche basse e le spalle dritte mentre porto fuori il cane (semplificando). Se dobbiamo confrontarci con un kasoteki che siamo noi, come si può prescindere dal cercare di vederlo davvero, e accettarlo? Se non lo si fa, come si può pensare di lavorarci sopra e cambiarlo?

Penso a un servizio da caffè. Immagino un bel piattino con il centro preformato per accogliere una e una sola tazza. Devo trovare proprio quella: finchè crederò di essere migliore di come sono, sul mio piattino ci sarà una tazzona enorme che non potrà stare in equilibrio, e magari il mio caffè si rovescerebbe se ce lo versassi dentro. Finchè continuerò a sottovalutarmi e a disprezzarmi, al centro del mio piattino metterò una tazza minuscola che non mi disseterà e che apparirà incredibilmente sgraziata. Se riuscirò ad ammettere i miei difetti così come i miei pregi (e la seconda, per me, ha sempre rappresentato una sfida maggiore) forse riuscirò a trovare quella tazzina che si posiziona perfettamente sul mio piattino. Una volta trovata, potrò lavorarla. Se il manico è rotto, potrò tentare di incollarlo. Se c’è qualche crepa, potrò cercare di smaltarla. Se il colore della ceramica non si intona con quello del piatto, potrò provare a decorarla.

Ammettere a sé stessi di essere diversi da come si vorrebbe non è affatto semplice. Tuttavia, anche per quanto riguarda me stessa, la mia breve vita e il mio breve percorso nello iaido, ho l’impressione che, posto un duro lavoro in dojo, ai cambiamenti si siano sempre abbinati momenti di maturazione, in cui ho accettato qualcosa di me e ho capito che dovevo migliorarlo, o trovare il coraggio di mostrarlo platealmente ed espormi alla critica del prossimo, per comprendere, per maturare. Credo che concentrarsi su questo tipo di introspezione possa condurci ad un maggior rispetto per gli altri, e ci possa far apprezzare maggiormente il lavoro di senpai e sensei, che si sforzano di darci ogni volta il miglior esempio possibile da seguire.

Chiara Bonacina, 3 dan