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La mente del Samurai, citazione e commento (9)

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Kumazawa_Banzan

Occuparsi dell’ignorante e dell’immaturo fa parte degli scopi dell’uomo nobile. È naturale pensare a come incoraggiare con garbo le persone e rendersi utili allo stato. Se riesci a farlo, provi compassione per l’incapace; se vuoi affermare te stesso, rafforza gli altri. Tutto ciò è basato sulla sincerità.

Tomida Dairai (attivo ca 1800), in T. Cleary (ed), Training the Samurai Mind: a Bushido Sourcebook, Shambala, Boston (MA) 2008. [ed. italiana: La mente del Samurai, Mondadori, Milano 2009, pp. 206]

Il detto di Tomida Dairai, prolifico scrittore confuciano a cavallo tra XVIII e XIX secolo, si conclude con un’affermazione che credo vada valorizzata nell’interpretare le parole che la precedono: «tutto è basato sulla sincerità».

In cosa consista il “tutto” di cui l’autore parla, credo lo renda evidente il contesto: si tratta del processo educativo in ogni sua componente relazionale. L’uomo nobile, la cui categoria possiamo oggi tranquillamente estendere in senso inclusivo ad ogni persona, in primo luogo è dunque una persona sincera. Tale sincerità che lo caratterizza nasce necessariamente da un esercizio introspettivo: siamo nell’ambito di una riflessione circa i limiti delle competenze e dell’insegnamento, e questo conduce inevitabilmente il pensatore ad esaminare la propria storia, e dunque i propri limiti, con sincerità, per l’appunto. Senza tale premessa introspettiva, questo detto comunicherebbe soltanto un vago senso di arroganza e classismo, poco utili alla crescita di chiunque.

Invece l’introspezione e la sincerità vengono valorizzati sino a condurre ad una constatazione: è naturale per un tale tipo di persona muoversi nella direzione dell’altro, provare compassione per coloro che hanno avuto meno possibilità e vivono in un determinato ambito una condizione di ignoranza o immaturità.

Resta da chiedersi se per l’autore il primato spetti a questo movimento centrifugo, dall’analisi introspettiva verso la condizione dell’altro, o se egli ritenga la sincerità una qualità intrinseca alla nobiltà umana, data una volta per tutte.

Quel “se riesci a farlo” che collega le due proposizioni centrali nel detto, lascia intendere che il concetto di “naturale” non coincide con qualcosa di intrinseco e automaticamente realizzabile da chi rientri in una data categoria: richiede impegno e perseveranza, un lavoro sulla propria persona. In questo senso, “naturale” significa qualcosa di più simile a “conforme ai costumi”.

Questa è una buona notizia. Perché in effetti chi oggi si trovi in una dimensione di maggiore consapevolezza o conoscenza rispetto a qualcun altro ha avuto tempo e modo per lavorare su di sé abbastanza da superare una vecchia condizione, nella quale pure si è personalmente trovato ad essere. La sincerità conduce alla compassione, mentre l’arroganza è evidentemente ancora segno di immaturità e ignoranza. Del resto questa sincerità è dinamica, e va in due direzioni: da un lato deve nascere da un confronto onesto con la propria storia, ed essere radicato nella pratica personale; dall’altro lato si volge all’esterno per aiutare l’allievo nella realizzazione di una consapevolezza simile eppure sempre unica, rinnovata in ogni individuo. In altre parole, non si può diventare nobili se non a costo di prendere coscienza del proprio limite, e nel tentativo inesausto di mantenere una relazione sincera e propositiva nelle relazioni cui siamo spinti a vedere una parte della nostra stessa storia. In questo senso, sincerità e compassione sono due facce della stessa medaglia, incoraggiano il prossimo e, in definitiva, rendono migliore ogni gruppo umano.

Non è la prima volta che in questa rubrica ragioniamo sui processi educativi e sul modo in cui si trasmette la conoscenza nella relazione insegnante-allievo. Ho l’impressione che molte di queste affermazioni conservino una straordinaria rilevanza per chi anche oggi si occupa delle arti marziali e della loro divulgazione.

A proposito di Tsuba, Tsuka e Sageo 3° parte

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Katana

Parte terza: il Sageo

di Carlo Sappino

Nel tempo, mi sono imbattuto in articoli e considerazioni relative alle parti della katana, libri interi sono stati scritti sulle lame, articoli, manuali, saggi sulle tsube … un po’ meno su tsuke e sageo.

Abbastanza recentemente ho avuto la possibilità di sentire la chiacchierata in materia di un esperto praticante giapponese di iaido.

Molte cose sono già sicuramente note a chi magari da anni è impegnato a seguire la Via della spada nello iaido e nel kendo, tuttavia ho trovato alcune informazioni interessanti ed ho deciso di riproporle.

Per chiarezza nei confronti di chi dovesse leggere senza conoscere la spada giapponese specifico che la tsuba è l’elsa della katana, la tsuka è l’impugnatura mentre il sageo è un cordino fissato al fodero della katana.

Tsuba, Tsuka, Sageo
Foto di Carlo Sappino

La katana ha un peso enorme nella cultura giapponese, basti pensare che assieme al pettine ed allo specchio, è stata per secoli il simbolo della divinità dell’imperatore ed ancora oggi, pur non ritenendo più l’imperatore un essere divino, al momento della cerimonia d’insediamento, gli vengono consegnati questi tre oggetti.

Anche se andiamo nella subcultura del fumetto giapponese è l’arma più rappresentata e conosciuta.

Al di là dei significati che nel tempo le sono stati assegnati, da simbolo divino ad anima del samurai, la katana è comunque uno stupendo pezzo d’arte tanto da avere ancora ai nostri giorni un pubblico di appassionati collezionisti, musei inclusi.

A seconda del periodo a cui risale una katana cambiano, anche sostanzialmente, le procedure di fabbricazione, le forme e le finiture, per cui farò riferimento ad una spada standard, come quelle oggi utilizzate nella pratica dello iaido e come quella raffigurata nella fotografia qui sopra. 

SAGEO

Tsuba, Tsuka, Sageo
Foto di Carlo Sappino

Adesso guardiamo il sageo, la cordicella collegata al fodero, saya in giapponese.

I sageo sono fatti di seta o cotone e come per le parti di cui abbiamo già parlato, il loro disegno e come sono intrecciati sono differenti a seconda del periodo in cui sono stati realizzati.

La funzione del sageo è molto differente tra come si usa oggi e come lo utilizzavano in passato i samurai.

Prima di tutto il sageo oggi è più lungo di quanto lo fosse in passato. In media oggi la lunghezza è compresa tra i 180 e i 240 cm mentre in passato quello dei samurai difficilmente superava i 150 cm.

Oggi usiamo il sageo per legare la saya alla katana quando viene riposta o per legre la saya ai lacci dell’hakama quando la spada è inserita nella cintura ed a proposito, ci sono anche differenti modi e stili di legare il sageo. Questo fa in modo che il fodero non scivoli fuori dall’obi quando si muove la spada.

In passato il sagheo era più corto e guardando immagini storiche o dipinti notiamo che i samurai non lo legavano alla loro hakama.

Nessuno oggi lo sa con certezza, ma sembra che fosse uno strumento con differenti scopi e queste sono le 6 teorie più diffuse su come era usato dai samurai.

  1. una corda per intervenire sulle ferite (come laccio emostatico);
  2. una corda d’emergenza per riparare lo tsuka-maki qualora si fosse rotto;
  3. una corda per legare la spada sulla schiena;
  4. una corda per legare un prigioniero;
  5. uno strumento per sondare il buio e combattere nell’oscurità;
  6. una corda per legare le maniche del kimono in modo che non ostacolassero l’uso della spada o di altre armi in un duello.

Coi suoi colori, a volte sgargianti, oggi è anch’esso un elemento anche decorativo della katana, di quest’oggetto così rappresentativo della cultura giapponese ad ogni livello. A volte perfino investito di sacralità e custode di significati profondi, soprattutto quando diviene strumento fondamentale per seguire la Via, quando quindi diviene il motore del nostro divenire … ma questa è tutta un’altra storia.

Certo è che, soprattutto nella pratica dello iaido che conserva in maniera più profonda del kendo gli elementi della tradizione e della cultura della spada, sarebbe impensabile eliminare tutta la parte di rispettoso rituale col quale il praticante, prima d’indossarla e appena la sveste, saluta la sua spada.


Termini tecnici utilizzati in questo articolo:

Hakama: ampio pantalone tradizionale usato nella pratica dello iaido e del kendo ed anche in altre discipline marziali giapponesi.

Katana: spada tradizionale dei samurai, tanto bella quanto letale se maneggiata con perizia.

Sageo: è una cordicella composta da fili di cotone o seta intrecciati in vario modo ed è fissata alla saya.

Saya: fodero della spada.

Tsuba: elsa della spada giapponese, di forma generalmente tondeggiante e e di metallo.

Tsuka: impugnatura della spada giapponese strutturata per una presa a due mani.

A proposito di Tsuba, Tsuka e Sageo 2° parte

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Katana

Parte seconda: la Tsuka

di Carlo Sappino

Parte prima: la Tsuba
Parte seconda: la Tsuka
Parte terza: il Sageo

Nel tempo, mi sono imbattuto in articoli e considerazioni relative alle parti della katana, libri interi sono stati scritti sulle lame, articoli, manuali, saggi sulle tsube … un po’ meno su tsuke e sageo.

Abbastanza recentemente ho avuto la possibilità di sentire la chiacchierata in materia di un esperto praticante giapponese di iaido.

Molte cose sono già sicuramente note a chi magari da anni è impegnato a seguire la Via della spada nello iaido e nel kendo, tuttavia ho trovato alcune informazioni interessanti ed ho deciso di riproporle.

Per chiarezza nei confronti di chi dovesse leggere senza conoscere la spada giapponese specifico che la tsuba è l’elsa della katana, la tsuka è l’impugnatura mentre il sageo è un cordino fissato al fodero della katana.

Tsuba, Tsuka, Sageo
Foto di Carlo Sappino

La katana ha un peso enorme nella cultura giapponese, basti pensare che assieme al pettine ed allo specchio, è stata per secoli il simbolo della divinità dell’imperatore ed ancora oggi, pur non ritenendo più l’imperatore un essere divino, al momento della cerimonia d’insediamento, gli vengono consegnati questi tre oggetti.

Anche se andiamo nella subcultura del fumetto giapponese è l’arma più rappresentata e conosciuta.

Al di là dei significati che nel tempo le sono stati assegnati, da simbolo divino ad anima del samurai, la katana è comunque uno stupendo pezzo d’arte tanto da avere ancora ai nostri giorni un pubblico di appassionati collezionisti, musei inclusi.

A seconda del periodo a cui risale una katana cambiano, anche sostanzialmente, le procedure di fabbricazione, le forme e le finiture, per cui farò riferimento ad una spada standard, come quelle oggi utilizzate nella pratica dello iaido e come quella raffigurata nella fotografia qui sopra. 

TSUKA

Tsuba, Tsuka, Sageo
Foto di Carlo Sappino

Parliamo adesso della tsuka, l’impugnatura della katana.

Se a prima vista può sembrare un tutt’uno, avvicinandoci potremmo osservarne tutti i dettagli e le componenti.

Osservando i vari elementi partendo dall’interno della tsuka, capiremo meglio lo scopo dei vari elementi e perché sono stati usati quei specifici materiali.

Tre sono gli elementi principali che costituiscono una tsuba:

  1. la struttura di base in legno;
  2. la copertura in pelle di razza;
  3. la fettuccia che costituisce l’avvolgimento esterno.

1 – la struttura di base in legno.

La lama della katana termina con un codolo, nagako, che s’inserisce nella parte interna della tsuka costituita da un guscio di legno che da la forma generale all’impugnatura.

Per primo il nagako (codolo), chiamato anche tsuka-shitaji in giapponese, s’inserisce nell’impugnatura che è di legno ho-no-ki (magnolia).

Si usa la magnolia perché è moderatamente soffice, elastica da assorbire bene gli impatti e le sollecitazioni di quando si taglia o colpite qualcosa con la spada.

È anche facile da lavorare per gli artigiani ed è adatta a prevenire l’ingresso di umidità.

Nei tempi antichi si utilizzavano anche altri tipi di legno come il cedro giapponese o il cipresso.

Alcune delle più antiche katane, risalenti all’8.vo secolo, registrate come tesoro nazionale, già usavano l’ho-no-ki.

2 – la copertura in pelle di razza.

Ora che la base di legno della tsuka è pronta si ricopre con pelle di razza sulla quale  viene anche applicata della lacca bianca o nera.

Curiosamente la pelle di razza, è chiamata “pelle di squalo”, in giapponese: same o tsuka same.

Essa è usata in quanto forte e facilmente lavorabile e migliora la presa sulla spada.

Alcuni dicono anche che la bellezza della pelle ha anche un significato spirituale, che la ferocia dello squalo infonde potere alle spade e questo è il motivo per cui si usa tale materiale.

Tuttavia la pelle di razza ha un punto debole, diventa fragile quando è bagnata.

Questo è il motivo per cui vi si applica sopra della lacca, per proteggerla dall’umidità.

3 – la fettuccia che costituisce l’avvolgimento esterno.

Completata la copertura di same, è giunto il momento di avvolgere e intrecciare lo tsuka ito, la fettuccia, attorno  all’impugnatura e creare così lo tsuka-maki. Fettuccia che può essere di cotone, seta o pelle

Lo tsuka-maki è stato pensato per rinforzare l’impugnatura e prevenirne la rottura e migliorare la presa della spada.

Quando oggi s’impugna una katana si comprende immediatamente che le dita possono perfettamente adattarsi al disegno dello tsuka-maki.

Vari sono i modi d’intrecciare lo tsuka ito ed il disegno ottenuto, oltre, come detto, a rinforzare la tsuka, costituisce anche un elemento decorativo della spada.

L’avvolgimento della fettuccia inizia dal fuchi, l’anello metallico che separa la tsuka dalla tsuba e termina fissato alla kashira, altro elemento metallico posto al termine dell’impugnatura.

In sintesi la tsuka è quindi costituita, dall’esterno verso l’interno, dallo tsuka-maki avvolto ed intrecciato attorno al same laccato con la quale si ricopre la struttura di ho-no-ki nella quale s’inserisce il nagako della lama.

Tsuka e nagako sono forati. In tale foro passante, mekugi ana, s’inserisce un perno di bamboo, mekugi, che consente di fissare solidamente la lama all’impugnatura. Senza di esso la lama potrebbe facilmente scivolare fuori quando la spada viene fatta oscillare.

Il semplice perno di bamboo è facilmente rimovibile e questo consente di separare con facilità la lama dall’impugnatura per procedere ad operazioni di manutenzione.

Infine, tra lo tsuka-maki ed il same sono inseriti due piccoli oggetti metallici, raffiguranti oggetti, fiori o animali, uno su ciascun lato della tsuka. Questi si chiamano menuki mentre il perno è il mekugi. Facile ricordare se si tiene a mente che kugi significa chiodo in giapponese.

In origine i menuki erano stati pensati per trattenere il mekugi al suo posto, tuttavia attraverso la storia sono stati gradualmente separati, più verso la kashira sul lato sinistro e più verso la tsuba sul destro.

Adesso i menuki non solo migliornao la presa della tsuka, ma sono anche un elemento decorativo dell’impugnatura.

Come per la tsuba di cui abbiamo già parlato, il loro disegno ha il significato di augurare buona fortuna, prosperità, forza, vittoria ecc.


Termini tecnici utilizzati in questo articolo:

Fuchi: anello di metallo posto sulla tsuka dal lato della tsuba.

Ho-no-ki: magnolia, legno di magnolia.

Katana: spada tradizionale dei samurai, tanto bella quanto letale se maneggiata con perizia.

Kashira: parte terminale metallica della tsuka.

Mekugi: perno di bamboo.

Mekugi ana: foro della tsuka dove s’inserisce il mekugi.

Menuki: piccolo elemento di metallo inserito nella tsuka.

Nagako: codolo della lama della spada.

Sageo: è una cordicella composta da fili di cotone o seta intrecciati in vario modo ed è fissata alla saya.

Same: squalo, pelle di squalo.

Saya: fodero della spada.

Tsuba: elsa della spada giapponese, di forma generalmente tondeggiante e e di metallo.

Tsuka: impugnatura della spada giapponese strutturata per una presa a due mani.

Tsuka ito: fettuccia di cotone, seta o pelle che avvolge la tsuka.

Tsuka kashira: vedi kashira.

Tsuka-maki: l’intreccio dello tsuka ito attorno alla tsuka.

Tsuka same: pelle di razza utilizzata per la realizzazione della tsuka.

Tsuka-shitaji: vedi nagako.

I Marimo, le Alghe Palla danzanti considerate l’anima del lago

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Marimo
(immagine da http://en.visit-eastern-hokkaido.jp/things_to_do/8115)
English version here
Marimo
(immagine da http://en.visit-eastern-hokkaido.jp/things_to_do/8115)

Il nome scientifico è Aegagropila Linnaei, la famiglia è qulla delle Cladophoracee, ma è più simpaticamente nota con il nome di Marimo, nome composto dai termini giapponesi Mari, pallina, e Mo, indicante generalmente le piante d’acqua.

È un’alga che si sviluppa come una morbida sfera verde brillante dalla superficie vellutata, conosciuta fin dall’inizio del XIX secolo, ufficialmente scoperta in Europa, chiamata Marimo dal botanico giapponese Tatsuiko Kawakami solo alla fine dello stesso secolo, e già nota alla popolazione autoctona giapponese degli Ainu come torasanpe, anima del lago, o tokarippu, cosa che rotola nel fango.

I Marimo in Giappone sono tipici del lago Akan, nell’Hokkaido, la più settentrionale delle isole giapponesi, e sono considerati come una sorta di speciale monumento naturale, oltre ad essere stati nominati Tesoro Nazionale Giapponese nel 1921, e ai quali tra l’altro è stato dedicato un museo sull’isola di Churui, una delle quattro del lago Akan, all’interno del quale è possibile osservare dal vivo queste simpatiche alghe in un acquario gigante creato a somiglianza del lago Akan stesso, oltre che attraverso a telecamere subacquee che possono dare un’idea del loro ambiente naturale.

Marimo
(immagine da http://en.kushiro-lakeakan.com/things_to_do/2943/)

In realtà quest’alga può crescere in tre diverse forme

  • sulle rocce, in genere sui lati in ombra
  • filamenti liberi, ovvero ciuffi filamentosi sul fondo dei laghi
  • a palla, la forma più nota anche commercialmente, dai cui il suo appellativo di alga palla

e in comune, come intuibile dal primo tipo, hanno la caratteristica di non amare particolarmente la luce e di crescere molto lentamente: i Marimo a palla infatti crescono di circa cinque millimetri all’anno, ma hanno una longevità incredibile, e sono pertanto considerati come regali particolari per augurare longevità, oltre ad avere un costo proporzionale alla loro vita e quindi alla dimensione.

La forma sferica garantisce la funzione clorofilliana indipendentemente da quale “lato” sia esposto, a differenza delle foglie, e curiosamente sono soggette ad un naturale declino in termine di popolazione a causa dell’eccesso di nutrienti derivanti da agricoltura e allevamento ittico, che ne causano spesso la scomparsa dai laghi.

Uno infatti degli aspetti peculiari dei Marimo tenuti in casa è quello di richiedere una cura veramente ridotta al minimo: poca esposizione alla luce, e soprattutto mai diretta, nessuna alimentazione, cambi d’acqua non troppo frequenti, meglio se declorata, che li rendono “compagni” adatti a tutti coloro che come me non brillano per passione e capacità manutentive di acquari e piante in vaso, pur restano una piacevolissima presenza sulla scrivania. A tal proposito sono anche utilizzati come strumenti per l’educazione verso l’ambiente: queste alghe definite anche come “da compagnia” vantano infatti un merchandising di tutto rispetto grazie ad una bambolina chamata Marimokkori, sintesi di Marimo e Makkori, termine onomatopeico giappoenese che indica qualcosa che cresce sotto i vestiti, e a volte dotata di perfino vibrazione, realizzata con un sistema elettromeccanico che la fa muovere, dandole un che di vitale. In realtà l’associazione del Marimo con l’educazione ambientale è più legata alla sua funzione simile ad un Tamagotchi vivente, mentre la bambolina, che viene spesso indicata come inquietante a causa del suo particolare rigonfiamento e ad un sorriso non propriamente bonario, ma che comunque suscita ilarità, ha incontrato fortune diverse nel tempo, arrivando a non voler più essere venduta, ma resta comunque un gadget particolare apprezzato da bambini e adulti. Al giorno d’oggi il Marimokkori dà la forma a innumerevoli oggetti d’uso comune, ne sono stati realizzati diversi tipi, e l’immagine è stata anche ridisegnata in stile manga per commercializzare cibi e snack.

Marimo
(immagine da https://www.tofugu.com/japan/marimo/)
Marimo
(immagine da https://matcha-jp.com/en/3684)
Marimo
(immagine da https://www.tofugu.com/japan/marimo/)

Anche se legata alla popolazione Ainu, la relazione tra i Marimo, la popolazione e la sua tradizione è però controversa. Nonostante nell’Hokkaido si organizzino anche festival dedicati all’alga palla, da una parte gli Ainu apprezzano il fatto che l’area del lago Akan venga invasa dai turisti, e dall’altra contestano che non esistano dati storici o leggende che li colleghino ai Marimo, anzi, erano ritenuti piuttosto una seccatura in quanto si impigliavano continuamente nelle reti da pesca. L’unica “leggenda” è quella riguardante l’origine dei Marimo, che deriverebbe dalla tragica fine di una ragazza Ainu, figlia di uno dei capi tribù della zona che si innamorò di un uomo di rango inferiore, relazione naturalmente osteggiata dalla famiglia di lei. Durante la loro fuga d’amore, caddero sfortunatamente nelle acque del lago, dove affogarono insieme, restando per sempre uniti sul fondo: secondo la leggenda, furono quindi tramutati in Marimo, motivo per il quale questa pianta è oggi nota anche come sinonimo di affetto, amore eterno e buona sorte di coppia, regalati spesso alla persona con la quale si vorrebbe passare insieme il resto della vita.

Una leggenda tragicamente romantica che pare avere più appiglio per il richiamo dei turisti che non con la tradizione degli Ainu, il cui apprezzamento per la natura resta comunque un profondo valore spirituale. Durante i tre giorni del Marimo Festival che si tiene ogni anno in ottobre sin dal 1950 si possono apprezzare le celebrazioni Ainu per questa pianta, che culminano il terzo giorno quando un anziano della comunità a bordo di una piccola imbarcazione di legno riporta gentilmente e rispettosamente i Marimo sul fondo del lago.

Sia come sia, al giorno d’oggi il mercato dei Marimo è in crescita, anche se spesso non sono sono gli originali naturali a palla: la vendita infatti è controllata dalla Commissione per la Pesca dell’Hokkaido, che offre Marimo realizzati dall’arrotolomento artificiale della varietà filamentosa in modo da prevenire il depauperamento di quelli a palla.

Per chi comunque fosse affascinato da queste alghe ma non volesse impegnarsi nell’accudirle è possibile invece sfruttare l’app “Marimo” (https://apps.apple.com/jp/app/marimo-shui-caode-xiaosana/id398361669) che permette di fare crescere la simpatica palla in un acquario virtuale: come un nuovo Tamatgochi, il Marimo cresce un pochino di giorno i giorno, ma se non lo si cura abbastanza l’acqua assumerà un aspetto fangoso e porterà alla triste fine la nostra palla.

Marimo
(immagine da https://apps.apple.com/jp/app/marimo-shui-caode-xiaosana/id398361669

Una caratteristica molto particolare dei Marimo è quella del galleggimento: in natura durante il giorno le sfere spesso galleggiano a pelo d’acqua poiché la fotosintesi produce ossigeno che le spinge verso la superficie, mentre un’altra grande fonte di ossigeno deriva dall’assorbimento di una gran quantità di nitriti, nitrati e componenti ammonici nell’acqua e il gas rilasciato è quindi osservabile sotto forma di bollicine visibili in superficie sugli steli.

Sono stati condotti esperimenti di varia natura su quella che è stata definita la danza dei Marimo, ovvero il caratteristico movimento quotidiano dal fondo verso la superficie dell’acqua che avviene esclusivamente di giorno. Nonostante l’ossigeno prodotto dalla fotosintesi e dal metabolismo sia il principale responsabile, si ritiene i Marimo siano dotati di un orologio circadiano biologico, che li porti a raggiungere la superficie durante le ore più luminose per massimizzare la fotosintesi, mentre si pensa che l’affondamento notturno sia imputabile a motivi di protezione dal freddo eccessivo o dal ghiaccio che possa formarsi sulla superficie dell’acqua.

Marimo
(immagine da https://www.youtube.com/watch?v=zTuvdcytq_g)

Che siano tenuti in acquario o in vaso, i Marimo si produrranno quindi in questa simpatica danza (https://www.youtube.com/watch?v=zTuvdcytq_g) che contribuisce a renderli simpatici compagni di tavolo. Non aspettatevi comunque danza scatenate, in genere si muovono lentamente in verticale, ma in virtù di moti relativi tra diversi Marimo presenti in un vaso possono muoversi anche in altre direzioni, dando realmente l’idea di simpatici animaletti che giocano.

Grazie all’attenzione minima che richiedono si possono anche portare in vacanza, e mi piace pensare che apprezzino particolarmente il cambio d’aria e la vista sui monti, dato che li vedo sempre più propensi a scatenarsi nelle loro danze felici. Ovviamente, poi, fate attenzione al gatto, perché sono palline irresistibili che sono bellissime da sgattare fuori dal vaso.

Marimo
(immagine di lele bo)

lele bo

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