Domenica mi sono trovato per l’ennesima volta in commissione d’esame per lo iaido.
Devo dire che non è assolutamente un “lavoro facile” anzi è molto molto complicato, io sono subentrato a giudicare i 4° ed i 5° dan, sicuramente due gradini importanti e senza dubbio difficili, ma come dico sempre gli esami sono uno diverso dall’altro e quindi ogni sessione ha una storia a sè.
Dovrebbe esistere una soglia superata la quale si raggiunge il grado mentre se si è al di sotto il livello non è considerato sufficiente, ma questa benedetta soglia come commissario la devi avere ben chiara in mente e non è assolutamente facile.
Ogni tanto hai la fortuna di avere qualche candidato che fa delle cose bellissime e quindi nessun dubbio. A volte è di nuovo facile in quanto le persone non hanno sicuramente il livello e quindi nulla di fatto senza incertezze, ma a volte hai dei candidati che alternano cose corrette a cose non propriamente corrette, piccoli errori o grandi errori. Diventa complicato capire se è sufficiente per raggiungere la soglia oppure no.
Come si fa a definire mentalmente la soglia, questa è la parte più complicata. Ci sono delle linee guida sul libretto della Zen Nippon Kendo Renmei ed altre redatte dalla IKF e si devono avere bene a mente. Anche chi affronta un esame dovrebbe conoscere bene queste cose ma mi rendo conto, tenendo gli stage di formazione, che spesso i candidati non conoscono queste indicazioni oppure non hanno dato loro la giusta importanza.
Vi faccio un esempio: sino al 3° dan la parola più ripetuta nelle regole IKF è corretto, precisione…. Se sul terzo o quinto kata si deve tagliare Kesa ed invece il taglio viene giù dritto fermandosi al centro del corpo dell’avversario, vuol dire che uno dei punti fondamentali non è stato capito. Altro esempio sempre sul terzo, se il taglio deve finire appena più basso dell’orizzontale e invece la spada finisce orizzontale, oppure taglia fino all’altezza del ginocchio, di nuovo non c’è precisione e quindi uno dei parametri non è stato raggiunto.
Da 4° dan in su oltre a quanto previsto per i gradi precedenti si debbono aggiungere altri punti, uno è la calma mentale. Ci sono persone che entrano nell’area d’esame tremando, che si perdono il sageo o per l’agitazione sbagliano il Torei, come si può pensare che questi candidati abbiano raggiunto la calma mentale?
Poi ovviamente per fallire l’esame si aggiungono altre piccole o grandi cose che alla fine determinano il risultato.
Abbiamo strutturato il seminario che precede gli esami alla giapponese, spiegando, libretto alla mano i 12 kata, non vi dico le critiche ricevute: noioso, lunghissimo, poco interessante, ecc. ecc.
Se però si esaminano i risultati degli esami e si guardano gli esami si vede che 9 persone su 10 fanno errori e spesso non sanno qual è la cosa corretta da fare, oppure sono abituati a fare quella determinata azione in un modo che gli risulta più comodo e quindi si autoconvincono che sia corretta. Non è così, si deve cercare di avere bene in mente quali sono le azioni corrette e bisogna cercare di realizzarle nel modo più corretto possibile. Si vedono spesso persone che fanno i kata in modo veloce ma confuso, non va bene, meglio essere un po’ più lenti ma corretti.
Purtroppo la scelta del 3° e del 11° kata per gli esami è un ostacolo difficile. Si sono visti tagli fatti senza tener conto di quale deve essere il target, passi sbagliati, movimenti del corpo non corretti rispetto a quanto richiesto…. si è visto veramente di tutto.
Spesso le persone ci chiedono se saremo buoni o cattivi durante l’esame ma questo non è l’approccio corretto. Sinceramente non sono né buono né cattivo, se secondo il mio metro di misura è sufficiente faccio un cerchietto, altrimenti la croce. Non ci sono altre valutazioni ed è importante che non ci siano anche per una questione di correttezza verso il praticante. A priori vorrei mettere tutti cerchietti perchè vi garantisco che è molto più facile e gratificante fare un cerchio piuttosto che una croce e vedere tanti visi felici attorno a me.
Però, come disse molto tempo fa il Maestro Nakano ad un seminario CIK, il livello deve crescere ed essere più uniforme e in linea con i dettami della ZNKR e questo non si vede durante gli esami in Italia. E’ necessario provare a studiare di più quali sono le cose corrette e come realizzare uno iaido in linea con quanto prescritto dalla ZNKR. Bisogna anche sforzarsi di uscire dal proprio dojo e dalla propria confort zone per confrontarsi con altri modi di praticare e bisogna ascoltare e guardare bene cosa dicono i Maestri giapponesi che, per fortuna, stanno ricominciando a venire in Europa.
Sabato 14 e Domenica 15 Maggio 2022 sono stati due giorni intensi per il Jodo italiano.
Buona parte dei praticanti di Jodo si sono trovati a Castenaso (Bo) per partecipare ai seguenti eventi:
interessantissimo seminario del maestro Murata al mattino del sabato
Seminario Arbitrale e, in contemporanea, l’allenamento della Nazionale di Jodo, al pomeriggio del sabato.
Taikai di Jodo, la domenica.
Recensione e riflessioni di Stefano Banti sul seminario di Murata sensei, Claudio Zanoni, sul taikai e Ramona Paravano su entrambe le giornate.
A proposito del Kamae
di Stefano Banti
Veramente possiamo dire che, nel Jodo, tutto inizia e tutto termina con un Kamae, vero Alfa e Omega di quest’arte.
Ma non dobbiamo pensare solo ai Kihon o ai Kata, altrimenti questa osservazione diverrebbe piuttosto banale: infatti, ancora prima ed anche dopo questi momenti di “espressione tecnica”, il Jo mantiene una guardia continua che lo accompagna sempre, nelle attese così come negli spostamenti, brevemente interrotta, ma solo per un istante, durante il saluto.
Al punto che questa posizione assume il nome di Tsune no Kamae, dove il primo termine, come spesso accade nella lingua giapponese, può avere vari significati – “normale”, “usuale”, “comune” ma anche “continuo”, “perenne” – tutti comunque volti ad indicare una condizione destinata ad accompagnarci sempre e comunque, senza possibilità di interruzione.
Personalmente, credo che questo sia una diretta conseguenza della natura stessa del Jo, un’arma intrinsecamente debole che trova la sua forza solamente nel livello di perfezione con cui viene utilizzata.
Nel Jodo, infatti, una delle prime regole da imparare è che nulla può essere concesso all’errore, proprio perchè di così poco si dispone per fronteggiare l’avversario.
Il Jo, gli esempi non si contano, deve contemporaneamente colpire e proteggere, o viceversa, in un ciclo continuo dove i confini tra attacco e difesa arrivano a sfumarsi al punto da finire per coincidere.
A tale proposito, il nono Kata del Jodo federale (Raiuchi), costituisce forse uno dei migliori esempi di applicazione dei principi sopra esposti.
Shijo, dopo essere passato dalla posizione di Tsune no Kamae a quella di Kasumi no Kamae, assume infine, per incrociare il proprio Jo con il tachi dell’avversario, la posizione di migi Gyakute no Kamae transitando fluidamente da un kamae all’altro, come volevasi dimostrare.
A questo punto, l’attacco portato da Uchidachi contro il suo tricipite sinistro verrà bloccato da Shijo trafiggendo in controtempo il suigetsu dell’avversario con il Josaki, la punta del Jo (la posizione finale è illustrata in figura).
Tuttavia, come si può vedere, la posizione del Jo sopra la testa offre anche un riparo, mentre la sua inclinazione, se corretta, costituisce un blocco per il braccio sinistro di Uchidachi il quale, se vorrà attaccare nuovamente, sarà prima costretto ad arretrare per sottrarsi a tale ostacolo, così come effettivamente avviene nel prosieguo del Kata.
Se questo fosse tutto, già sarebbe assai, in quanto riuscire ad attaccare, parare, proteggere e bloccare in un singolo movimento è cosa davvero degna di nota.
Ma il Maestro Takuya Murata, nel suo recente seminario tecnico culturale di Jodo, ha invece mostrato come sia possibile un livello di analisi ulteriore.
Infatti, il Kamae è un concetto dinamico e, in quanto tale, non costituisce solo la parte iniziale e quella conclusiva del confronto tra Shijo e Uchidachi: al contrario, esso accompagna ogni movimento diventando l’elemento che garantisce efficacia al gesto tecnico.
Durante il seminario, il Maestro ha evidenziato che, quando si parla di Kamae, occorre distinguere, dal punto di vista concettuale, la sua componente esterna, materiale, da quella interna, immateriale.
La parte sensibile include il Ken/Jo no Kamae (la guardia espressa dall’arma) e il Mi no Kamae (la guardia espressa dal corpo).
A questo proposito, è importante avere bene presente che il Kamae fisico ha come requisito necessario il mantenimento del proprio centro.
Tornando alla figura, possiamo vedere che il Josaki ha conquistato la linea centrale di Uchidachi, sottraendo ad esso, in questo modo, il suo Mi no Kamae.
Ma possiamo anche notare che, allo stesso tempo, il Jo è posto sulla linea centrale di Shijo: per quanto sopra, questo significa che la posizione assunta costituisce, a tutti gli effetti, un Kamae.
Mettendo insieme le cose, possiamo dire che Shijo controlla Uchidachi solo quando mantiene il proprio Kamae a scapito di quello dell’avversario.
Seguendo le indicazioni del Maestro Murata, possiamo quindi renderci conto di come il ruolo di Shidachi consista in un fluire continuo da una tecnica all’altra, l’efficacia di ciascuna delle quali dipende dal fatto di contenere, al proprio interno, i requisiti fisici del Kamae.
Non basta: come abbiamo detto sopra, esiste anche una componente immateriale, il Kokoro no Kamae (la guardia del cuore).
Chiunque abbia seguito un seminario con un Maestro giapponese saprà quanta importanza venga attribuita a questo aspetto della pratica: è infatti evidente come un Kamae puramente fisico perda completamente di significato in assenza della componente interna.
Per intenderci, è l’osservazione che così tante volte ci siamo sentiti dire rispetto ad una nostra esecuzione, magari formalmente corretta ma priva di quella intenzione necessaria a trasformarla in un reale combattimento.
La cosa interessante, però, è che proprio grazie a questa componente immateriale il Kamae può essere dinamico anche in assenza di movimento: per intenderci, pensiamo allo Tsune no Kamae nella fase conclusiva del Kata, quando, prima di arretrare, Shijo manifesta – con una posizione così tecnicamente semplice ma, al tempo stesso, così carica di intenzione – un livello tale di controllo su Uchidachi da indurlo a desistere dalla propria volontà di attaccare nuovamente.
L’invito finale, quindi, resta quello di perseguire sempre il significato autentico della nostra pratica attraverso l’espressione di un Kamae consapevole in tutti i suoi aspetti, esteriori e, soprattutto, interiori.
Stefano Banti
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Siamo tornati nei Paesi Bassi per un nuovo appuntamento con le interviste Kiryoku per conoscere la storia di un altro budoka europeo di alto livello, Aad van de Wijngaart sensei, kyoshi 7° dan di jodo e di iaido, affascinato dalle lame giapponesi fin dall’età di otto anni e che da allora ha percorso Vie differenti, tra le quali anche il karate.
Scopriamo attraverso la sua affascinante esperienza come ha vissuto gli inizi dello iaido, come ha maturato la sua visione accompagnato dagli insegnamenti del suo sensei e quali siano i suoi suggerimenti su come trasmettere realmente una passione.
Van de Wijngaart sensei, grazie per averci potuto dedicare del tempo per parlare di lei, della sua storia, del suo iaido, dagli albori europei di questa disciplina fino ai giorni nostri. Vogliamo cominciare con qualcosa della sua vita?
Sono nato a Rotterdam, nell’agosto del 1959. Ho studiato storia all’Università di Leiden e ho fatto anche il corso per insegnanti per quella materia. Quindi mi sono fatto un’idea di didattica.
Tuttavia, dopo aver terminato i miei studi ho trovato subito lavoro come scrittore freelance concentrandomi su informatica e scienza. È un lavoro che faccio da allora e che mi dà la libertà di inserire il budo nella mia vita.
Quindi lei è un sensei non solo per quello che riguarda lo iaido, ma una vera e propria carriera professionale come insegnante a 360 gradi lunga una vita. A proposito dello iaido allora, quando e come hai iniziato?
Da bambino, all’età di otto anni, sono stato ispirato a realizzare una katana, ma a causa dei materiali limitati a mia disposizione, per non parlare delle mie capacità limitate, non risultata realizzata in maniera corretta. Quasi vent’anni dopo insegnavo karate: ho comprato un libro su varie arti marziali, che conteneva anche alcune pagine sullo iaido, e per me è stato amore a prima vista! Ma è passato molto tempo prima dell’avvento di Internet e non sapevo che ci fossero effettivamente persone che praticavano lo iaido nei Paesi Bassi.
Tuttavia, ho trovato un libricino in tedesco che descriveva i sette (!) Seiteigata. E ho comprato una spada. Un daisho, in realtà. Ovviamente era una replica: top-heavy e senza bohi. Con queste due sole risorse, mi sono allenato per un anno.
Parlando di influenze e tornando all’inizio, come ha sviluppato la pratica dello iaido e che grado ha raggiunto?
Per la mia formazione ho utilizzato la vecchia sala da ballo del club studentesco di cui ero stato membro del consiglio. Il pavimento era stato riparato con dei piccoli chiodi, alcuni dei quali dovevo rimontarli prima di ogni sessione di prove. E non sapevo delle ginocchiere… Ma nel settembre 1984, una rivista olandese di arti marziali pubblicò un annuncio per un corso per principianti di iaido. Fu tenuto da Louis Vitalis, che in quest’arte deteneva l’alto grado di yondan. Mi sono iscritto al corso e dopo 15 lezioni di due ore più il primo seminario olandese di iaido, ho superato l’esame shodan.
Poco dopo, mi sono unito al dojo NKR più vicino, Kendo Kai Den Haag, e da allora sono rimasto in quel dojo. All’inizio degli anni ’90, tuttavia, erano rimasti solo tre membri per lo iaido. A causa delle circostanze personali degli altri due, ero diventato il membro con il grado più alto e mi hanno chiesto di assumermi la responsabilità dell’insegnamento: ho accettato la sfida e abbiamo organizzato un corso per principianti.
Fortunatamente, nel corso degli anni il dojo è cresciuto parecchio e ora abbiamo circa trentacinque membri per iaido e venti per jodo.
Ora sono kyoshi 7° dan di jodo e di iaido, il mio unico altro grado dan è lo shodan di karate. Probabilmente dovrei dire anche che ballo il tango argentino, poiché questo mi ha insegnato molto sulla morbidezza, la connessione e la continuità. Ne avevo davvero bisogno dopo aver praticato karate. D’altra parte, il karate mi ha dato flessibilità, forza e consapevolezza del corpo.
Ishido Sensei with members of Kendo Kai Den Haag during the 2018 Ishido Cup
Un amore a prima vista ma che non si è mai raffreddato, anzi, che si è rafforzato nel tempo e che le avrà dato modo di comprenderlo intimamente. Cosa rappresenta lo iaido per lei, che cosa le offre?
Per me, lo iaido è una sfida affascinante. Cerco di capirlo in tutta la sua profondità, di scoprirne i principi più basilari e farli miei. Per incarnare lo iaido, alla fine.
Certo, è abbastanza ambizioso! Non ci arriverò mai, ma cerco sempre di trovare il significato dietro ciò che ci viene insegnato. Ad esempio: le tecniche in iaido dovrebbero iniziare dolcemente, non come un’azione a scatti, ma quella morbidezza poi si trasforma in grande velocità. Com’è possibile?
Parte della risposta è nel principio della dimensione di Henneman: questa teoria fisiologica e ben collaudata descrive come vengono attivate le fibre in un muscolo. Queste sono organizzati in gruppi e ogni volta che viene detto a un muscolo di contrarsi, all’inizio i gruppi più piccoli di fibre vengono attivati dai neuroni. Questo è il motivo per cui noi umani possiamo usare il nostro corpo per lavori sottili e raffinati come dipingere o suonare. Quando è necessario aumentare la potenza, vengono aggiunti gruppi di fibre sempre più grandi.
Questo processo richiede tempo, anche se non molto. È importante dedicare al nostro corpo questo tempo: altrimenti la nostra coordinazione potrebbe essere compromessa.
Spesso, le persone cercano di aggirare questo problema tendendo i muscoli prima dell’inizio di un taglio. Usano i muscoli antagonisti per creare la resistenza che mobilita i muscoli con la loro piena potenza. Questa potrebbe essere un’interpretazione di “tame”, che potremmo interpretare come l’immagazzinamento, in questo caso, di energia.
A mio modesto parere, questa non è una buona idea. Prima la tensione richiede tempo, e poi ci vuole altro tempo per rilassare i muscoli antagonisti: si sta sprecando tempo ed energia. Nel frattempo l’avversario aspetta con impazienza che tu lo uccida. E alla fine la tecnica diventa un’azione semicontrollata, a scatti.
Questo è probabilmente il motivo per cui il quarto chakuganten di Mae dice che non dovrebbe esserci una pausa (“ma”) nel taglio verticale (“Ma o oku koto naku kirioroshite iru ka?”).
La logica dello iaido è in definitiva come usare una spada per uccidere le persone il più velocemente e facilmente possibile. Sulla base di questa logica, i kata sono stati sviluppati come strumenti didattici per formare combattenti in una società che era per lo più in pace, quindi guardo ogni kata per le lezioni specifiche che insegna al nostro corpo, mente e/o anima.
Ovviamente, ho lo stesso approccio investigativo per il Jodo. Se segui da vicino il manuale ZNKR, troverai indizi importanti su come usare il corpo per muovere il jo: penso che questo sia qualcosa che molte persone trascurano. È un vero peccato.
Trovo che lo iaido sia affascinante e bello oggi come lo era quando l’ho visto per la prima volta. La differenza è che ora sono in grado di condividere quell’amore con molte persone amichevoli ed entusiaste, attraverso l’insegnamento non solo nei Paesi Bassi, ma anche in altri Paesi.
Jodo, Aad van de Wijngaart sensei
Amare condividere la propria conoscenza ed esperienza è una delle più belle sensazioni che riflette davvero la profonda passione di un insegnante: ritiene che ci siano differenze tra l’approccio didattico giapponese, come quello del suo sensei, e quello occidentale, ad esempio il suo verso i suoi studenti?
In questo caso, la differenza potrebbe non essere così grande.
Il Sensei giapponese che ho sempre seguito è Ishido Sensei, ovviamente, e non è il tipico giapponese, almeno nel suo approccio all’insegnamento. Si è reso conto che aveva poco tempo per presentare ai praticanti europei qualcosa di molto diverso dal loro mondo, quindi ha cercato dei modi per chiarire le cose.
Io provo a seguire il suo esempio per spiegare come funziona lo iaido. Non ci può essere miglioramento senza cambiamento, quindi cerco di essere critico nei confronti delle mie percezioni dello iaido, e del jodo. Come una volta mi ha consigliato Ishido Sensei, filmo ogni minuto della mia pratica personale. È abbastanza rivelatore…
Ishido Sensei and Aad van de Wijngaart sensei, Personal correction (Villingen 2018)
Con una carriera così lunga alle spalle, quando ha iniziato a pensare di insegnare? Ha sviluppato una qualche preferenza per una classe specifica di allievi, per i loro requisiti unici, ad esempio bambini, agonisti o adulti?
Ho iniziato a insegnare karate nei primi anni ’80 e poi iaido e jodo nei primi anni ’90.
Personalmente, quando insegno mi piace lasciare del tempo per le domande e cerco sempre di rispondere nel miglior modo possibile. La cosa grandiosa delle domande è che mi danno un’idea di come gli studenti pensino allo iaido. E fanno pensare anche me, a cose che possono essere sfuggite alla mia attenzione o che ho sempre dato per scontate. Cercare di rispondere a queste domande mi ha insegnato molto sull’insegnamento e sullo iaido.
E alla fine è bello se puoi dare alle persone qualcosa che le aiuti. Questa è una fonte di gioia: condividere con le persone. Fondamentalmente sono come un bambino in un bellissimo giardino: contemplo tutte le meraviglie, cerco di capirle e condivido la mia gioia e le mie scoperte con gli altri.
Ma ovviamente, lo iaido è un’attività fisica. Hai imparato una tecnica solo se il tuo corpo ha imparato a farlo bene senza pensare, e ciò richiede molta pratica fisica mirata. Con i miei studenti sono aperto e positivo e cerco di vedere le cose buone nello iaido di chiunque, ma so esattamente cosa voglio e non mi arrendo mai.
Quindi miro a uno standard elevato, non solo per me stesso ma anche per loro. Alcuni dei miei studenti imparano molto velocemente, altri hanno caratteristiche che non giocao a loro favore, ma ognuno di loro merita tutta la mia attenzione. Finché sono disposti a imparare, io sono lì per aiutarli.
Dovrei anche menzionare che sono un fanatico degli appunti, cercando di imparare qualcosa non solo dai seminari, ma da ogni classe in cui insegno.
Aad van de Wijngaart sensei, taking notes
Credo che lei abbia appena menzionato un argomento critico, quale l’importanza per un insegnante di ascoltare e di ricevere a sua volta degli insegnamenti attraverso il rapporto con i suoi studenti. Le lezioni basate su tali fondamenta si saranno sicuramente sviluppate nel tempo, allora come è la sua lezione tipica di iaido oggi?
Una lezione dura tipicamente un’ora e mezza, e l’ultimo terzo di ogni lezione è a prove libere.
È bello per gli studenti perché possono esercitarsi sui kata che amano o che vogliono migliorare. Ed è bello per me perché posso prendermi del tempo per prestare attenzione a ogni singolo studente e mettermi in relazione con loro. Inoltre, costringe gli studenti ad assumersi la responsabilità del proprio sviluppo, a cercare consapevolmente cose e modi per migliorare. Li stimola ad allenarsi anche fuori classe.
A proposito di sviluppo personale, pensa che gli iaidoka non giapponesi possano davvero comprendere la cultura e la “filosofia” dietro lo iaido?
Questa domanda mi fa pensare all’epoca in cui i musicisti giapponesi hanno iniziato a registrare musica classica occidentale. Molte persone dissero che avevano una tecnica eccellente, ma non avrebbero mai “ottenuto” lo spirito di Bach o Beethoven. Al giorno d’oggi, alcune delle mie registrazioni preferite di Bach sono del direttore d’orchestra giapponese Suzuki Masaaki. A proposito, so che piacciono anche a Louis Sensei.
Quando un giornalista chiese a Suzuki se un giapponese potesse davvero suonare Bach, il direttorie rispose che in realtà era più qualificato della maggior parte degli europei. Perché, come Bach, lui era un devoto cristiano, mentre la maggior parte degli europei al giorno d’oggi non lo è.
Quindi, per rispondere alla tua domanda, è ovvio che per i giapponesi è più facile accedere alla cultura tradizionale che ha prodotto lo iaido. Ma non è un problema di bianco o nero, ad esempio ho sentito parlare di giapponesi che entrano nel dojo con le scarpe.
E scavando abbastanza in profondità nello iaido, si arriverà a livelli che sono gli stessi per tutti noi.
Oroshi, Aad van de Wijngaart sensei
Dato che stiamo approfondendo sempre più il tema dello sviluppo e di come le cose cambino con il tempo e l’esperienza, cosa pensa del futuro dello iaido europeo?
Molti anni fa ho scoperto che c’erano in realtà più orchestre di mandolino in Olanda che praticanti di iaido. Hai mai visto un’orchestra di mandolini? Io non l’ho fatto e non so quante orchestre di questo tipo ci siano oggi, ma il numero degli iaidoka non è cresciuto molto, almeno nei Paesi Bassi.
Ciò che è cresciuto è stato il nostro livello di comprensione. E così anche i nuovi principianti iniziano da un livello superiore. Ai Campionati Europei un mudan potrebbe anche battere un sandan, uno yondan o un godan.
Tuttavia c’è il rischio che lo iaido venga dominato da piccoli dojo di persone ambiziose che sono anche amici intimi e ciò potrebbe spaventare i nuovi principianti. E, beh, nessuno vive per sempre…
Quindi dobbiamo continuare ad attrarre nuovi principianti, preferibilmente giovani. I corsi per principianti ben pubblicizzati sono un buon modo per abbassare la soglia d’età del tuo dojo. Fai sentire i tuoi nuovi membri i benvenuti e li aiuta ad affrontare questo strano nuovo mondo.
Soprattutto, mostra loro che ti piace il budo, come ci ha detto Ishido Sensei durante il seminario del giubileo a Eindhoven. Perché farlo se non ti piace? Nessuno ti paga uno stipendio.
Members of Kendo Kai Den Haag during the 2015 dojo trip to train at Ishido Sensei’s dojo
Oltre ad accogliere i principianti rendendoli consapevoli di stare entrando in un gruppo veramente aperto, cosa consiglierebbe a chi si avvicini inizialmente allo iaido?
Le cose che impari per prime tenderanno a colorare il tuo iaido per sempre.
Cerca di trovare un buon istruttore e fai del tuo meglio per comprendere correttamente gli insegnamenti.
Dinner during the 2018 Ishido Cup
E come istruttore che si rapporti correttamente con i propri studenti, qual è un insegnamento del budo che le piace in particolare trasmettere?
Si dice che l’istruttore è l’ago e gli studenti sono il filo, perché seguono l’esempio del loro istruttore.
È come crescere dei figli: potrebbero non ascoltare i tuoi consigli, ma copieranno il tuo comportamento. E i tuoi errori.
Quindi la cosa più importante che possiamo fare, come gradi più alti, è dare un esempio di continuo miglioramento personale: dobbiamo alimentare il nostro amore per lo iaido allenandoci, studiando, insegnando e condividendo.
Sanpogiri practice with three live opponents at the Villingen seminar in 2012. No pressure!
Ancora una volta sono arrivato al termine di queste interviste senza rendermi conto di quanto tempo dei sensei abbia abusato, rapito di volta in volta da queste affascinanti storie delle quali vorrei sapere sempre di più. Quindi, mentre non posso che ringraziarla profondamente per il tempo dedicato a rispondere a tutte queste domande, ce n’è ancora una finale con la quale siamo abituati a chiudere: posso chiederle se ci sia un aneddoto divertente sulla sua vita da iaidoka che vorrebbe raccontarci?
Come ho già raccontato all’inizio, la mia prima spada non è stata uno iaito, ma una replica, senza bohi. Durante il corso per principianti, tutte le persone intorno a me creavano suoni sibilanti impressionanti, ma i miei tagli erano silenziosi, non importa quanto provassi a forzare la lama verso il basso. Così mi convinsi che fosse a causa della mia cattiva tecnica o per la mancanza di forza.
Ma un giorno, uno degli altri principianti comprò una nuova spada e durante la pausa me la fece provare: eseguii un kirioroshi, e poi cominciai a guardarmi intorno per vedere chi avesse emesso quel suono. Mi ci è voluto del tempo per realizzare che ero stato io.
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