Il monaco buddista Kaion affermava che, quando uno incomincia a capire un poco crede di conoscere le sue virtù e i suoi difetti, ma questo non è altro che orgoglio. In verità è difficile conoscere le proprie virtù e i propri difetti.

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure II, 88 (trad. it. L. Soletta) 

Conoscere se stessi non è un’operazione banale. Essa richiede tempo, probabilmente tutto il tempo della nostra vita, e talvolta potrà sorprenderci lo scoprire di non essere neppure padroni a casa nostra, nel nostro intimo.

Il  concetto di conoscenza-di-sé non è estraneo alla cultura occidentale, anzi si ritrova precisamente ai suoi albori, inciso sulla roccia del tempio di Apollo a Delfi: conosci te stesso.

Già, ma che cosa significa nel concreto questa espressione? 

Forse saremmo portati a ritenere che il conoscere-se-stessi sia legato alla frequentazione di se stessi; in altre parole, dal momento che nessuno di noi può separarsi dal proprio io, si potrebbe credere che questa conoscenza abbia a che vedere con la familiarità, ovvero con una forma di intimità rivelatrice delle inclinazioni e delle aspirazioni personali. In effetti, noi il più delle volte diciamo di conoscere qualcuno proprio in base a questi criteri. Perché non dovrebbe valere per noi stessi?

In realtà, l’antica massima del tempio di Delfi non allude a tale familiarità, ma significa invece: conosci i tuoi limiti.

Questo excursus sull’antichità classica potrebbe sembrare fuori luogo rispetto al contesto di un commento ad una massima giapponese del XVIII secolo, ma lo è molto meno di quanto sembri.

La citazione del monaco Kaion che riporta Tsunetomo va esattamente nella medesima direzione dell’antico detto greco. Tutto questo ci porta a riflettere ancora una volta sul processo di apprendimento alla base delle arti marziali che pratichiamo, anche se sono persuaso che queste stesse considerazioni possano mantenere la loro validità anche in altri ambiti dell’esperienza umana.

Quando apprendiamo qualcosa, siamo inevitabilmente inseriti all’interno di una rete di relazioni. In un dojo, queste relazioni sono rappresentate dai compagni di pratica e da chi insegna. Questa rete di relazioni fornisce, più o meno consapevolmente, una griglia di autovalutazione basata sul concetto di familiarità con le singole persone, un po’ come si è accennato poco sopra. 

In altre parole, noi utilizziamo i compagni di pratica come parametro per stabilire che cosa sappiamo fare noi, come un modo di conoscere i nostri pregi e i nostri difetti.

In questo, naturalmente, non c’è nulla di male di per sé, perché si tratta di un processo sociale che mettiamo in campo più o meno naturalmente nel momento in cui ci adeguiamo ad una nuova realtà, e anzi senza questa dinamica non sarebbe neppure possibile apprendere qualcosa. 

Il problema, tuttavia, nasce dal fatto che la conoscenza di noi stessi che ricaviamo dalla semplice frequentazione di un ambiente non basta alla via. È chiaro che questo non impedisce di imparare qualcosa in assoluto – tanto è vero che lo stesso Kaion premette che anche l’orgoglioso ha cominciato a capire qualcosa – ma senza dubbio esso impedisce un miglioramento, una progressione, sul lungo periodo.

È vero, è difficile conoscere le proprie virtù e i propri difetti, ma è anche vero che questa difficoltà, segnata dall’esperienza del nostro limite, è essenziale ad un percorso pienamente consapevole. Del resto ogni via termina all’orizzonte, ma non per questo si smette di camminare.

In altre parole, conoscere il proprio limite significa abitarlo.

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