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Stage CIK di Jodo

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stage cik jodo

Il 16 e 17 marzo 2024 si è svolto il consueto stage CIK di Jodo a Castenaso (Bo) con esami fino al 5° dan.

Più di 50 partecipanti, non solo italiani, riuniti per questo evento che è stato condotto dai sensei:

  • René VAN AMERSFOORT – Kyoshi 8 Dan
  • Louis VITALIS – Kyoshi 7 Dan
  • Corinne MARIE DIT MOISSONKyoshi 7 Dan
  • Edwin DE WITKyoshi 7 Dan
  • Karl DANNECKERKyoshi 7 Dan
  • Bernhard MERKELKyoshi 7 Dan
stage cik jodo

Dopo i saluti ufficiali da parte del consigliere CIK Luca Canovi si è partiti subito con un riscaldamento intenso di quelli a cui ci ha già abituati René sensei. Dopo una serie di esercizi fisici efficaci si passa al riscaldamento con le armi e da qui cominciano – per alcuni – le prime correzioni da parte di René sensei. Se non prendiamo coscienza, durante questi “semplici” esecizi, dell’uso del nostro corpo in rapporto al maneggio delle armi, non riusciremo mai a progredire.

A seguire, gli immancabili Kihon Tandoku Dosa eseguiti lentamente, evitando un movimento automatico già acquisito e cercando di percepire ogni singolo movimento per comprenderne la giusta esecuzione.

Il programma delle due giornate viene subito definito, si “lavora” sui 12 kata ZNKR – anche in previsione degli esami della domenica – con il già sperimentato format: spiegazione e dimostrazione di ogni singolo kata da parte dei sensei e poi tanta pratica.

Siamo tutti così presi dai nostri kata, che al mattino ci “dimentichiamo” di fare la pausa caffé. Adoro i seminari dove si pratica tanto.
Praticare con persone diverse, ricevere correzioni dai sensei, vedere i sensei eseguire i kata in maniera impeccabile (compreso una bellissima ed emozionante esecuzione di Ranai da parte di Margherita e Emanuele), tutto questo non ha prezzo.

E così, dopo una troppo lunga pausa pranzo, si va avanti fino alle 17:30, stanchi ma contenti.

Non sono molte le possibilità di passare tante ore studiando e praticando Jodo e quando ciò avviene, il nostro livello fa sempre un gran passo in avanti. Quando poi si è assistiti dai migliori sensei europei che ti guardano e ti correggono, il passo diventa un bel salto.

La giornata finisce con aperitivo e cena ufficiale per rafforzare sempre più quel rapporto di amicizia che ci lega gli uni agli altri.

stage cik jodo

La domenica, veniamo divisi in due gruppi: esaminandi e tutti gli altri. I primi si allenano tutta la mattinata con il proprio partner, eseguendo i kata da esame, sotto la supervisione dei sensei. Gli altri, sotto lo sguardo vigile di René sensei, continuano l’allenamento cambiando spesso partner.

E così, con la pausa pranzo, si conclude ufficialmente lo stage e si aprono le porte agli esami.

  • 4 primi kyu – tutti promossi
  • 2 shodan – tutti promossi
  • 4 nidan – tutti promossi
  • 9 sandan – tutti promossi
  • 1 yondan – promosso
  • 2 godan – purtroppo nessun promosso

Si ritorna a casa, fisicamente stanchi ma mentalmente adrenalinici. Sono sempre tanti i punti annotati su cui migliorare ma di certo tutti gli intervenuti concorderanno con me che, partecipando a questo evento, un altro grande passo è stato fatto nel percorso della Via.

stage cik jodo
Foto di Corinne Marie Dit Moisson Sensei

Takuan Sōhō – 6

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takuan soho

C’è un detto: “Lancia una palla nella corrente e non si fermerà”. Ciò significa che se si lancia una palla in un corso d’acqua che scorre rapido, questa cavalcherà le onde senza mai sostare immobile

Takuan Sōhō, Fudōchishinmyōroku XI, in W. S. Wilson (a cura di), Takuan Sōhō. Lo Zen e l’arte della spada, traduzione italiana a cura di P. Gonnella, Mondadori, Milano 2001, p. 51. [ed. or: The Unfettered Mind, Kodansha International Ltd., Tokyo 1986.] 

In questa pagina del suo Fudōchishinmyōroku il maestro di Izushi cita un detto che si trova in una celebre raccolta cinese di kohan del XII secolo, il Pi Yen Lu, la “raccolta della roccia blu”, nota anche con il nome giapponese di Hekigan-roku. Il testo, che riveste una particolare importanza per la corrente Rinzai del Buddhismo Zen, permette di accedere, attraverso la meditazione di espressioni apparentemente semplici e quotidiane, alla comprensione intuitiva (cioè non-filosofica) di alcune verità sull’essere umano e il mondo che lo circonda.  

In particolare, l’osservazione di per sé banale di una palla lanciata in un torrente che non stazionerà in un luogo fisso, ma fluirà nella medesima direzione delle acque che la trasportano, permette alcune considerazioni analogiche sullo stato della mente presente nella pratica marziale. Il contesto del kohan originario è interessante anche al fine di comprendere l’intenzione di Takuan Sōhō nel proporlo nel contesto di una riflessione sull’uso della spada: 

Un monaco domandò a Chao-chou: “Un neonato possiede le sei percezioni?” Chao-chou rispose: “Getta una palla nella corrente rapida”. Il monaco chiese allora: “Cosa vuol dire ‘getta una palla nella corrente’?” T’ou-tze rispose: “non si ferma mai”. 

Il punto interessante consiste nel fatto che già nel kohan originario si tratta di comprendere come un bambino percepisca la realtà. Il fatto che Takuan Sōhō integri questo detto all’interno di una riflessione sullo stato della mente durante il combattimento dice qualcosa sul tipo di apertura che occorrerebbe apprendere nel corso di una vita di pratica marziale. 

Occorre imparare a dimenticare, cioè ritornare allo stato di apertura intuitiva del bambino, già in grado di nuotare senza aver preso neppure una lezione di nuoto. Il fatto che la mente del neonato non si fermi mai la pone nello condizione favorevole dell’apertura all’apprendimento e all’esecuzione spontanea di ciò che le sarebbe altrimenti difficile, se non impossibile, apprendere.  

Lo abbiamo detto più volte anche analizzando precedenti pagine del maestro: la mente che si fermi, anche nella concentrazione seria su un singolo oggetto, verrà da quella medesima concentrazione altresì impedita. Eppure, la rapida corrente ha una direzione.  

Credo non sia banale notare che la palla che non si ferma segue la corrente, sa dove sta andando. Non può agire contro-corrente, e seguire un cammino diverso. In questo senso, anche l’esperienza storica che ciascuno di noi affronta nel proprio tragitto lungo la via richiede una direzione, e il percorso effettivamente compiuto dal punto di incontro della palla con l’acqua e l’arrivo alle foci del fiume non è indifferente. 

A mio avviso il rischio più grande di leggere queste parole a partire da una lettura occidentale della vita consiste nel confondere la condizione della mente che non si ferma con la categoria della spontaneità. Non si tratta affatto di questo: la spontaneità è un valore tipicamente occidentale e comunque assai recente, che ha a che vedere con un concetto di unicità dell’individuo che non appartiene alla cultura giapponese. La mente può arrivare alla condizione della palla nella corrente non per un suo talento intrinseco, ma soltanto attraverso il percorso della corrente stessa, cioè, fuori dalla metafora, attraverso il tragitto esperito nella via. Questo raggiungimento è in ultima analisi l’esito di un percorso, lungo e anche faticoso, di disciplinamento del proprio pensiero, e coincide con un umile esercizio della pratica protratta nel tempo.

Guelfi e Ghibellini

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Guelfi e Ghibellini

No, non vi preoccupate, non sarà un articolo storico. Il titolo è ironico ma è da un po’ che questa cosa è lì che gira nella mia testa, poi ho letto l’intervento di Anjin san e ho deciso di metterla per iscritto.

Mi trovo a leggere di iaido e amicizia e rimango sempre un po’ stupito di quanta importanza si dia a questa parola e a come si tenda a sottolinearla ripetutamente, quasi a farne una bandiera.

Ma quanto in realtà questa amicizia si può considerare reale?

Personalmente ho un sacco di conoscenti ma quanti di questi rispecchiano i canoni della vera amicizia? È soprattutto quali sono i canoni della vera amicizia?

Sinceramente non so rispondere con certezza a questa domanda, ci sono molte sfumature. Per me l’amicizia dovrebbe essere qualcosa che esula da fattori quali: religione, politica, gusti, sessualità, provenienza, cultura, Maestri di riferimento nello iaido, ecc. ecc.  Dovrebbe crescere nel tempo e rafforzarsi anche se la frequentazione viene meno o si dirada.

Un esempio è la mia amicizia con il mio compagno di pesca Paolo, siamo amici da oramai 40 anni e abbiamo diviso diverse avventure e disavventure assieme.  Ovviamente crescendo il lavoro, la famiglia e altri mille impegni hanno ridotto la nostra frequentazione. Ci siamo sentiti a fasi alterne telefonicamente, magari anche ad un anno di distanza, ma questo non ha mai scalfito il nostro rapporto, sincero, senza secondi fini e senza aspettative di nessun genere, ci sentiamo, ci raccontiamo le news belle e brutte, e poi magari ci riaggiorniamo dopo un anno.

Ora, visto che il mio tempo libero è aumentato, abbiamo ripreso a vederci più regolarmente con la scusa di andare a pescare e tutto è come 40 anni fa, ne più ne meno, solo gli acciacchi di tutti e due sono aumentati.

Quando leggo di stage fatti in un clima di amicizia mi viene un po’ da sorridere, io direi più in un clima piacevole e sereno di persone che hanno la stessa passione, che per un periodo seguono la stessa via, con le stesse finalità e quindi camminano assieme.

Purtroppo in 26 anni di iaido, ma lo possiamo riscontrare anche in tantissimi altri contesti (sul lavoro ad esempio) ho visto troppe volte la natura umana prendere il sopravvento e far litigare fazioni, oppure persone, che fino al giorno prima erano “amici”.

Questa mia riflessione non vuole essere una critica a nessuno, io sono il primo che, avendo un pessimo carattere e poca pazienza,  determina spesso reazioni negative negli altri. Mi fa però sorridere continuare a leggere commenti sullo iaido e l’amicizia.  Si è amici, o meglio compagni, quando si hanno interessi in comune, quando praticare insieme è utile o comodo, ma quando i miei interessi cambiano, e l’altra parte in qualche modo non segue o non si allinea, la famosa amicizia scompare o a volte degenera e proprio non ci parliamo più, arrivando al punto più basso di cercare di danneggiare in qualche modo l’altro. 

Forse sarebbe più onesto definirci compagni che percorrono la stessa via, magari insieme per tutta la vita oppure solo per un tempo più breve. Qualcuno potrebbe diventare un amico e quasi una famiglia, altri rimangono compagni.  Sicuramente porterebbe dei vantaggi a tutti sviluppare un atteggiamento di gratitudine per il tempo, breve o lungo, trascorso insieme. Anche un atteggiamento di piacevole apprezzamento delle diversità di opinione o di pratica aiuterebbe: in fondo stiamo tutti studiando sulla via. 

Women in Iaido Seminar 2024

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women in iaido seminar 2024

Nei giorni 24 e 25 febbraio, si è tenuto il seminario International Women in Iaido 2024.

Recensione e riflessioni di Marilena Cioni, Adriana Meme, Silvia Salati e Yves Lepoivre.

women in iaido seminar 2024

Finalmente di nuovo women in iaido

di Marilena Cioni

È stata veramente una piacevole gradita notizia sapere che nel 2024 avrebbe avuto luogo di nuovo il seminario riservato alle donne.

Scoprire un settimana prima dell’evento che Kinomoto sensei non sarebbe stata fisicamente presente ha rappresentato, confesso, una piccola delusione, mitigata dal sapere che il seminario sarebbe stato gestito da Borra sensei e Kanto sensei, con il collegamento in remoto di Kinomoto sensei.

Quindi armate del solito entusiasmo con cui affrontiamo le trasferte dal profondo sud d’europa, disposte ad affrontare 12 ore di viaggio e i sarcastici commenti di amici e conoscenti (sei pazza è  l’epiteto più gentile) eccoci in partenza,venerdì 23 febbraio, per Utrecht.

Raggiungiamo dopo 12 ore di viaggio l’albergo prenotato, sperduto nella campagna olandese, praticamente situato nel nulla, però molto carino.

E finalmente il mattino dopo alle 9 eccoci al palazzetto, si il seminario sarebbe iniziato alle 10, ma sapete bene come siamo fatti noi iaidoka, se non arriviamo almeno mezz’ora prima non siamo contenti, 1 ora è ancora meglio.

Prima bella sorpresa rivedere amiche ed amici da tutta Europa che non vedevamo da tempo, sentire un piacevole entusiasmo che si riflette sui volti e si percepisce negli abbracci, si, eravamo tutte davvero contente di essere lì.

Iniziamo. 

Borra sensei ci espone la situazione dello iaido femminile in Europa ed Italia, numeri e percentuali piuttosto deprimenti, ma purtroppo, temo, riflettono una situazione generale. 

Ad oggi 2024 l’altra metà del cielo fatica ad ottenere risultati, spesso anche per nostra colpa, mancanza di tempo in primis, ma anche di volontà e incapacità di impegnarsi veramente a fondo. Come insegnante sono situazioni che affronto da anni, con le percentuali di presenza femminile decisamente basse e di abbandono decisamente alte.

Poi si passa ad illustrare le differenze nell’istruire uomini e donne, le risposte arrivano da istruttori italiani, non sono certo esaustive, ma le considero illuminanti di quello che è l’approccio maschile all’insegnamento, direi che gli istruttori non hanno, in generale, la sensibilità di comprendere che forse le differenze fisiche hanno bisogno anche di approcci diversi, le difficoltà riscontrate nell’affrontare alcuni kata da parte delle donne dovrebbero essere tenute in maggiore considerazione.

E finalmente arriva il collegamento con Kinomoto sensei.

women in iaido seminar 2024

Siamo contente di vederla in buona forma (e lei ci assicura che il problema che le ha impedito di essere presente è in remissione). Kinomoto sensei ha un grande interesse per le problematiche legate alla vestizione da parte delle donne, quindi anche quest’anno, come già nei seminari precedenti, dedica parecchio tempo a questo argomento, anche se quest’anno è dedicato a come indossare il montsuki,  come usare i vari accessori, come conservarlo, le differenze tra l’indossare un kimono ed uno iaidogi.

Interessante ma non entusiasmante.

Prima della pausa pranzo Borra sensei e Kanto sensei illustrano quelli che saranno i punti che verranno curati durante il seminario, decisamente interessanti, visto che sono i punti critici di buona parte di noi; iai-goshi e nuki uchi.

Bene l’ inizio è promettente.

Spendiamo il pomeriggio ad affrontare esercizi predisposti con l’ausilio di Kinomoto sensei e volti a sviluppare e ad aumentare la nostra percezione di iai-goshi. Molto molto interessante.

La sera sayonara party. In un locale sperduto tra il fango di una strada in costruzione, scopriamo che mangiare pancake di sera è tipicamente olandese, ma direi che non ha suscitato l’entusiasmo di coloro che provengono da nazioni in cui il cibo è un aspetto importante di cultura e tradizione. 

Domenica l’incontro con Kinomoto sensei è decisamente più tecnico. Ecco ritornare quanto anticipato da Borra sensei e Kanto sensei. Con l’ausilio di Matsuoka sensei un’attenta descrizione, anche grafica di come e dove dobbiamo percepire iai-goshi, alcuni suggerimenti ed esercizi per imparare ad usare bene la mano sinistra nel nuki uchi, e come cercare di comprendere distanza e movimento lavorando con i boken in due.

E poi alcune riflessioni.

Nella fase di chiusura di un kata lo zanshin cambia tra il momento in cui finiamo il taglio e quello in cui stiamo per rinfoderare, perchè in questo momento dovremmo pensare che non abbiamo abbattuto un nemico, ma ucciso una persona, con famiglia, genitori, figli. Dovrebbe essere quindi evidente la pietà, non la soddisfazione per la vittoria.

E ancora una riflessione tecnica: non si taglia con le braccia, ma con i piedi, non con i piedi ma con le anche, non con le anche ma con korokoro. 

Si può forse sintetizzare con Ki Ken Tai Ichi o è una mia impressione?

Nel pomeriggio con l’ausilio anche di Renè van Amersfort sensei, Aad van de Wijngaart sensei e Philippe Bruwier sensei abbiamo proseguito con gli esercizi già visti, e con alcuni kata da eseguire come kihon focalizzando la nostra attenzione su iai goshi e nuki uchi.

Quale conclusione trarre da questi 2 giorni?

Ci sono delle evidenti differenze fisiche tra uomini e donne, da qui l’esigenza di trovare metodi adatti per eseguire correttamente i kata.

Ci sono differenze emotive tra uomini e donne, da qui un modo diverso di affrontare spiritualmente i kata.

Ma alla fine dobbiamo raggiungere lo stesso risultato, c’è un solo modo di fare iaido, ma le strade per raggiungere l’obiettivo possono essere diverse. Camminiamo verso la stessa meta, ma ci sono sentieri diversi per raggiungerla. Nessuno è migliore o peggiore degli altri, sono solo adatti alle diversità che ci contraddistinguono. Lo iaido nasce come attività maschile, è quindi costruito sulla struttura fisica maschile, ma se vogliamo giungere a buoni risultati dobbiamo trovare in noi le giuste risorse e risposte.

Non abbiamo la forza muscolare maschile, ma lo iaido si esegue in modo rilassato e usando l’energia, non la forza.

Dobbiamo combattere contro il kasoteki, perchè dobbiamo vincere o soccombere, ma le donne sono ottime combattenti.

Dobbiamo mostrare empatia verso il nostro avversario vinto, ma le donne hanno una capacità di pietà innata.

Quindi chissà, forse lo iaido è più adatto a noi donne ……

2 giorni interessanti, trascorsi in amicizia facendo qualcosa che ci piace e accomuna tutte noi.

Abbastanza per farci affrontare serenamente altre 12 ore di viaggio per tornare a casa. 

Ma lo dico da sempre: noi iaidoka siamo masochisti.

Un grazie a Kinomoto sensei che ha tentato di essere comunque presente, a Danielle Borra sensei, a Yuki Kanto sensei, senza le quali questo seminario non sarebbe stato possibile.

Ci auguriamo tutte di ritrovarci l’anno prossimo.

Marilena Cioni

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