Questa primavera abbiamo deciso di introdurre una lezione di Koryu che si svolgerà con cadenza fissa e che coinvolgerà anche i principianti. E’ la prima volta che lo facciamo. In genere siamo concentrati su ZNKR iaido anche perché ci sono esami vicini, campionati, principianti ecc. ed il koryu viene introdotto in modo non programmato e studiato non da tutti i partecipanti. Quest’anno proviamo invece a formalizzare di più la formazione e vedremo dove ci porta questa cosa.
Chi è venuto in Giappone ad allenarsi dal Sensei ha visto quanta attenzione e tempo il Sensei dedica all’insegnamento di Koryu. L’idea che viene trasmessa è che dobbiamo imparare meglio il Koryu e praticarlo di più. La raccomandazione che sentiamo ripetere ogni volta è di cercare di fare noi, e di insegnare, esattamente quanto ci viene trasmesso. La parola chiave della frase è “esattamente”.
Volendo si può praticare ZNKR Iaido per tutta la vita affinando progressivamente il nostro iaido ed acquisendo una profondità di pratica di rilievo.
Il Koryu però è il nostro legame con il passato e con il Sensei e questo legame è importante.
E’ anche molto importante, in quanto insegnanti, riuscire a trasmettere in modo chiaro le differenze nell’uso del corpo, nella velocità di esecuzione e nell’attitudine del Koryu. Bisogna evitare che si crei confusione. Ishido Sensei spiega questo concetto dicendo: pensa ad una riga per terra che divide lo spazio in due parti, da una parte c’è ZNKR Iaido dall’altra Koryu. Lo spazio è ben delimitato e non bisogna confondere le due cose.
Invece si vede spesso l’attitudine di portare le abitudine dello Iaido della ZNKR nella pratica di Koryu, in alcuni ryu come Musoshinden questa cosa può essere molto evidente. Da una parte manca la pratica nel senso stretto del termine: ore accumulate per eseguire un determinato movimento. Per esempio da noi succede perché non insegniamo con regolarità Koryu e quindi manca il dovuto allenamento. Come secondo punto può mancare chiarezza su quanto si sta facendo sia nell’insegnamento che nell’esecuzione.
Come ho detto più sopra il Sensei insiste molto sulla necessità di un’esecuzione corretta e il più possibile uguale a quella che lui ci trasmette. In questa trasmissione e in questa esecuzione, il più possibile allineata, sta il significato del Koryu. La relazione tradizionale studente- Sensei è racchiusa in questo praticare Koryu e contiene un insieme di significati importanti se si pensa di voler studiare Budo.
Quindi cominciamo ad introdurre formalmente delle lezioni di solo koryu e proviamo a spiegare il significato di questo cambiamento ed il legame che sottende. Vedremo se cambierà qualche cosa. Per ora non sembra esserci molto entusiasmo (inspiegabilmente) e si cominciano a vedere delle resistenze, fra qualche mese potremo fare un punto della situazione.
“Grazie alla pratica, in particolare alla meditazione Zen, affronto la vita con serenità. Il mio cuore (il mio spirito) e le mie mani sono uniti. So che l’arte della spada che ci insegna a resistere di fronte a un nemico sviluppa al contempo dei valori preziosi per la vita di tutti i giorni. Quando si raggiunge un grado sufficiente di allenamento e di evoluzione, non si vedono più i nemici, ma si è dentro il cuore del nemico. Si raggiunge allora uno stato di altruismo senza eguali.”
Sono le parole di un grande Maestro con cui il suo dōjō di Lille, in Francia, ha voluto ricordare Jean-Pierre RAICK, primo praticante europeo ad ottenere i gradi di settimo dan Kyōshi di Kendō e di Iaidō, e che ci danno l’opportunità di rendere omaggio ad un grande uomo e Maestro, non solo di spada, sei anni dopo la sua scomparsa.
Jean-Pierre RAICK Sensei è stato per molti anni il Direttore Tecnico dell’EKF e ha svolto un ruolo determinante per lo sviluppo del Kendo e Iaido in Europa.
Lo ricordiamo in questa intervista attraverso le parole del suo allievo Emilio GomezKyoshi 7° dan di Kendō e Iaidō.
RAICK Sensei era molto più di una figura eminente nel contesto europeo, non solo per i gradi che ha ottenuto, ma anche per l’enorme ruolo che ha avuto nello sviluppo e nella diffusione del Kendō, dello Iaidō e del Jodō. Che ricordo ha di RAICK Sensei?
Ho conosciuto Jean-Pierre RAICK Sensei durante i Campionati Europei di Kendō a Bruxelles nel 1977, quando ero principiante di Kendō e Iaidō.
Il ricordo che conservo di lui in occasione di quei campionati è quello di un kendoka “diverso” rispetto agli altri competitori. La sua pratica era “esatta”, mostrava un Kendō bello ed esprimeva una grande nobiltà d’animo nell’atteggiamento in relazione agli avversari. Alla vittoria o alla sconfitta faceva la tara, in altre parole mostrava già quel concetto di Tadachi Kendō che sentiamo spesso nominare dai grandi Sensei.
Questo primo incontro sarà determinante per me, poiché da quel momento ho iniziato a frequentare il suo dōjō a Lille.
Già a quell’epoca possedeva un senso innato per l’insegnamento ed una pedagogia senza pari. Sapeva catturare l’attenzione dei suoi allievi e farli elevare nel loro approccio al budō. Ciò spiega, tra le altre cose, come i suoi allievi diretti – a Lille così come a Lione, Bruxelles, Torino, Tel Aviv… – abbiano avuto una progressione lineare nel loro sviluppo tecnico ed abbiano raggiunto i gradi di sesto e settimo dan sia nel Kendō che nello Iaidō.
Jean-Pierre RAICK Sensei
In quale misura il suo lavoro, il suo esempio ed il suo insegnamento hanno influenzato la Sua formazione?
Senza dubbio RAICK Sensei è stato per me l’esempio classico di buon professore che resterà per sempre impresso nella mia memoria.
Il mio modo di insegnare è profondamente impregnato di tutto ciò che ho potuto imparare da lui. Quello che è degno di nota, inoltre, è il fatto che ha sempre condiviso senza riserve la sua esperienza e gli insegnamenti ricevuti in Giappone dai suoi maestri, come OKADA Morihiro Sensei, SATO Hiroshiro Sensei, KOBAYASHI Tadao Sensei e molti altri che sarebbe troppo lungo elencare…
Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, RAICK Sensei era molto esigente con sé stesso e quindi richiedeva il medesimo livello di attenzione ai dettagli ai propri allievi. L’impegno era totale in entrambe le direzioni, per alcuni si può parlare di una relazione di anime, “da cuore a cuore” o se preferite “I Shin Den Shin”!
[N.d.T. 以心伝心 è una formula Zen che indica l’essenza dell’insegnamento trasmesso da maestro ad allievo]
Oggi si ricorda RAICK Sensei con grande rispetto sia in quanto insegnante sia in quanto praticante di Budō, anche grazie al fatto che è stato uno dei rari insegnanti nel mondo delle arti marziali ad aver condotto più di dodici allievi a raggiungere il grado di settimo dan. Che cosa si provava partecipando ai suoi corsi ed ai suoi seminari?
I corsi nel dōjō di Lille erano basati sul rigore dei Kihon e della loro applicazione nel JIGEIKO o, ad essere più precisi, nello HIKITATE GEIKO. Inoltre metteva a dura prova i gradi più alti perché fossero attenti verso i gradi bassi al fine di “tirarli” verso l’alto, pur facendo in modo che il grado alto mantenesse una sua libertà di espressione così da permettergli di progredire da solo.
I seminari estivi di Kendō e Iaidō a Fontenay le Comte erano una grande occasione di raduno di tanti Kenshi provenienti da tutta Europa ed anche dal Canada o dalla Réunion… Per molti anni questo stage si svolgeva su un periodo di tre settimane di pratica intensiva, una settimana di Iaidō seguita da due di Kendō.
Personalmente, era durante questi periodi di pratica intensa che imparavo di più, non soltanto attraverso l’allenamento, ma anche grazie alle discussioni sempre molto interessanti che avevamo bevendo in amicizia. Le giornate erano lunghe e le notti molto corte. Ogni volta tornavo a casa con un sacco di preziosi spunti da cui trarre ispirazione per le lezioni nel mio dōjō di Bruxelles.
Jean-Pierre RAICK Sensei
I ricordi personali di ciò che abbiamo vissuto e condiviso con le grandi figure dell’arte della spada sono sicuramente un mezzo per avvicinare queste persone straordinarie a tutti quei praticanti che non hanno avuto la possibilità né il tempo di incontrarli di persona, e in tal modo ci permettono di contribuire con un episodio personale a far conoscere a tutti noi i grandi budoka europei , indipendentemente dalla loro età esperienza, disciplina o grado. Che cosa Le piacerebbe ricordare per darci un’idea del fatto di aver conosciuto personalmente un grande maestro come Jean-Pierre RAICK?
Ci sarebbero molte cose da dire in proposito… Posso dire senza dubbio di essere stato molto fortunato ad aver incontrato RAICK Sensei, ho avuto il privilegio di essere stato suo allievo e di averlo seguito fino alla fine della sua vita; ho avuto l’onore di essere stato suo amico e posso infine affermare di avere l’immensa fortuna di far parte di un gruppo ricco e forte soprattutto insieme agli “anziani” del Club di Lille. Senza Jean-Pierre RAICK non avrei mai potuto conoscere tutto questo!
Ancora oggi, sebbene ci abbia lasciati da più di cinque anni, l’atmosfera che regna al dōjō di Lille è stabilmente serena grazie ad insegnanti fuori dal comune come Bernard DEBACKER, Jean-Paul CARPENTIER, Fred DELAY, Yves MARESSE, Jérôme KOZAK e Patrick VIGNEAU, per citare solo coloro che hanno progredito al suo stesso ritmo.
Le difficoltà che abbiamo incontrato lungo tutto il nostro percorso ci hanno rinsaldati in un gruppo di amici che diffondono sempre il più fedelmente possibile l’insegnamento di RAICK Sensei.
Jean-Pierre RAICK Sensei
In conclusione, ci potrebbe riassumere in poche parole perché è importante ricordare una figura come quella di RAICK Sensei, sia come uomo che come insegnante ed alto rappresentante della trasmissione di una cultura così diversa dalla nostra?
RAICK Sensei rispettava moltissimo le tradizioni e si serviva spesso di esempi vissuti in Giappone per illustrarcele. Apprezzava ogni segno percettibile di rispetto della tradizione. Il dōjō, i seminari, l’impegno per i suoi allievi, il coinvolgimento in relazione alle istanze dell’EKF ed il lavoro che ha svolto in tutti gli anni in cui l’ho seguito, erano dei terreni propizi per migliorarsi ed affermarsi…
Le indicazioni sono l’evidenza stessa dei principii che ci sforziamo di applicare non soltanto nella nostra pratica di budō, ma anche nella nostra vita quotidiana.
Apparentemente tradizione ed indicazioni vanno di pari passo!
Ricordarsi di lui come insegnante, come uomo capace di trasmettere un ideale di budō mi aiuta a crescere ancora oggi. Mi piace dunque citarlo regolarmente per spiegare alcuni argomenti che tratto nei miei corsi e continuerò a farlo sempre come tributo di riconoscenza e di gratitudine verso di lui per tutto ciò che ha compiuto.
Conosco Sandro Donadio come praticante di Jodo e quando ho saputo che praticava anche Shodo, l’ho rincorso per un anno intero per ottenere questa intervista.
Ciao Sandro, grazie per averci concesso questa intervista. Prima di cominciare, raccontaci qualcosa di te, chi sei, cosa pratichi e da quanto tempo?
Ciao a te e a tutti i lettori del vostro Blog. Sono nato a Roma, classe ‘63. Fin da ragazzo mi sono interessato alla cultura orientale e, più in particolare, a quella giapponese.
Attraverso molteplici letture ho iniziato un percorso di approfondimento che mi ha portato, nel 2009, ad iscrivermi ai corsi di Shodo e Jodo promossi dall’Aikizen No Kai di Roma.
Il Jodo lo conosciamo, raccontaci allora cos’è lo Shodo?
Lo Shodo 書道, letteralmente “Via della scrittura”, è l’arte giapponese della calligrafia.
Sho = scrittura Do = Via
“Chi scrive con le dita, è inferiore Chi scrive con il braccio, è superiore Ma non si possono paragonare a chi scrive con il cuore”
Che materiali servono per praticare lo Shodo?
Si pratica attraverso l’uso di un pennello, di cui esistono moltissimi tipi a secondo della misura delle setole, sia in lunghezza che in quantità, e della loro origine animale (di tasso, di bue, di cavallo, …) oppure anche fatte con miscele di setole diverse per ottenere delle proprietà particolari di durezza / elasticità, di trattenuta e rilascio dell’inchiostro e così via per ciascuna esigenza tecnica / artistica.
Il pennello (Fude) viene intinto nell’inchiostro (Sumi) che si può trovare sia in barrette solide da sfregare su una apposita pietra / recipiente (Suzuri) sciogliendolo con l’aggiunta di acqua oppure bottigliette di inchiostri “industriali” già pronti all’uso o da diluire con acqua.
C’è da dire che la preparazione dell’inchiostro naturale attraverso lo sfregamento con acqua nel Suzuri richiede del tempo a secondo della quantità e della densità che si vuole ottenere. Un tempo utile allo Shodoka per immergersi nel progetto dell’opera calligrafica che ha intenzione di realizzare: un kanji particolare, una poesia, un motto, una preghiera. Potremmo dire che questo tempo sia il “mokuso” dello Shodoka. Una opportunità importante per avere un primo contatto fra se stessi e l’opera.
Dopo il Fude (pennello), il Sumi (barretta di inchiostro), il Suzuri (pietra da inchiostro), il quarto “tesoro del calligrafo” è la carta (Washi).
Molte sono le varietà prodotte. Volgarmente detta “carta di riso” in realtà è prodotta utilizzando le fibre vegetali del celso da carta o di altre piante. Di solito si usano fogli con misure standardizzate ed il calligrafo sceglierà quella più congeniale all’opera finita sia come dimensioni sia come fattura della carta.
Lo Shodo è assimilabile ad un’arte marziale?
Come nelle arti marziali, anche in questa arte calligrafica il suffisso è dō – via, percorso. Anche qui c’è tecnica, nulla è lasciato al caso, i tratti dello shodō devono essere eseguiti con fluidità, naturalezza e armonia. Ogni calligrafia è diversa dall’altra e più si va avanti nella Via, più si cerca di migliorare, non solo nell’estetica della singola opera ma, e soprattutto, nell’essenza spirituale.
L’avanzamento nello studio è scandito dal conseguimento dei gradi dal primo livello di 5° kyu arrivando al 1° kyu e proseguendo poi dallo shodan fino ai successivi dan più alti.
E naturalmente anche nello Shodo ci sono i kamae, i kata e i kihon.
Quindi anche per lo Shodo ci saranno delle scuole e dei maestri. Chi è il tuo sensei?
Pratico Shodo sotto la guida del maestro Norio Nagayama che ha fondato in Italia l’associazione Bokushin (Boku = inchiostro; Shin = cuore / mente) ed è esaminatore della J.E.C.F. (Japan Educational Calligraphy Federation) con sede a Tokyo.
L’associazione Bokushin ha gruppi di praticanti a Lugano ed in tutta Italia (Roma, Napoli, Bologna, Livorno, Milano, Genova, Cosenza, Padova). Per tutto l’anno accademico il Maestro si sposta da un gruppo all’altro una volta al mese per un giorno intero verificando il grado di avanzamento dei praticanti. Inoltre, vengono organizzati seminari di più giorni.
I principali percorsi di studio della nostra scuola (JECF) sono due: Kanji e Kana. Il percorso d’esami Kanji (lett. caratteri cinesi) prevede lo studio dei 5 stili calligrafici Kaisho (stampatello), Gyosho (semi corsivo), Sosho (corsivo o stile dell’erba), Reisho (Stile dei funzionari cinesi), Tensho (stile antico o sigillare).
Il percorso Kana prevede lo studio della scrittura giapponese.
Nelle prove di esame si affianca a questi due percorsi (che possono essere praticati anche contemporaneamente) lo studio dello Hannyashingyo (sutra del cuore) caratterizzato da uno stile calligrafico di particolare interesse a metà fra il Kaisho e il Gyosho.
Prima hai accennato agli esami ottenendo i gradi Kyū e Dan. Ma in cosa consistono questi esami?
Le prove di esame sono commisurate al grado da superare e vengono convalidate, in prima istanza, dal nostro sensei, e poi spedite in Giappone alla sede centrale, per essere certificate (se effettivamente valevoli). Un diploma della sede centrale certificherà il grado raggiunto.
Le prove d’esame consistono nella copiatura di classici calligrafici cinesi o giapponesi, aumentando ad ogni livello il numero delle copiature, gli stili presentati, il numero delle prove, con l’aggiunta, nei gradi superiori, anche di opere “libere” che attestino la preparazione del praticante.
Tutto molto interessante, ma la pratica è adatta a tutti? Si può imparare lo Shodo a qualsiasi età?
Chiunque può cimentarsi nell’arte della calligrafia. Potrei aggiungere “chiunque abbia voglia di incontrare se stesso”. Il pennello è come un sismografo sensibilissimo che lascerà traccia di noi e del nostro stato d’animo nella nostra opera, nero su bianco.
Tutto ciò che siamo, in quel tempo, si riversa nella nostra composizione calligrafica, il ritmo, le pause, tutto sarà scritto e quindi leggibile. Non ci sono correzioni possibili.
Ti ringraziamo tantissimo per questa breve intervista. L’argomento è tanto interessante quanto vasto. Speriamo in futuro di poterne riparlare. Chiuderei con un’ultima curiosità: ci sono posizioni particolari da assumere per creare una scrittura?
Si calligrafa in seiza oppure da seduti su una sedia (con alcune accortezze). Nelle opere su fogli (o teli) di grande formato, il corpo “entra” nell’opera stessa, da in piedi o inginocchiati scorrendo sul foglio.
La corretta “posizione” del corpo consente di svolgere un’attività fisica nel migliore dei modi, cioè con minore spreco di risorse e con minore conseguenza negativa per il nostro corpo. Come per ogni disciplina che si fonda sull’equilibrio del sé, la postura è importante anche nello shodo.
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