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Mental Coaching – 10 – I Vantaggi del rilassamento

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Mental Coaching

Bentornato nella rubrica di mental coaching: utilizzare la mente per ottenere risultati migliori.
Il mio intento è quello di fornirti alcuni spunti per riuscire a dare il meglio di te negli allenamenti, nelle gare e negli esami di iaido e jodo.

Articoli precedenti:
1 - Introduzione
2 - Gli Obiettivi
3 - Motivazione
4 - Concentrazione
5 - Dialogo Interno
6 - La Respirazione
7 - Uscire dalla zona di comfort
8 - Le Visualizzazioni
9 - Le Emozioni

Viviamo in un’epoca in cui tutto scorre molto velocemente e anche la nostra stessa vita non è da meno: chi si ferma è perduto! Riempiamo la nostra agenda di appuntamenti, di cose da fare e corriamo da un evento all’altro per riuscire a completare la nostra to do list. E così arriviamo in dojo che siamo stressati, con la mente piena di preoccupazioni, di avvenimenti della giornata e di cose ancora da fare.

Il nostro allenamento non potrà mai, in queste circostanze, essere costruttivo e produttivo.

Se poi, allo stress quotidiano, aggiungiamo la tensione che si viene a creare naturalmente prima di un esame o di una gara allora la nostra performance sarà sicuramente pregiudicata dal nostro stato. Ed ecco allora che saper diminuire la tensione è alla base di un allenamento, gara o esame, rilassato ed efficace.

In linea più generale e non solo finalizzata alla performance, possiamo affermare che la capacità di rilassarsi può fare la differenza tra una vita all’insegna dello stress ed una caratterizzata da benessere e serenità.

I vantaggi del rilassamento

L’abilità nel rilassarsi ci offre una maggiore consapevolezza nell’apprendimento e nell’automatizzazione delle tecniche e permettere prestazioni più efficienti.

Abbiamo già parlato di altre tecniche utili ad uno stato mentale ottimale per le nostre performance, come respirazione, dialogo interno, gestione delle emozioni e visualizzazioni. Conoscere anche le tecniche di rilassamento ci permetterà di avere la serie completa di strumenti per affrontare la sfida e raggiungere il nostro obiettivo, che sia un allenamento proficuo, la vittoria in una gara o il superamento di un esame.

Le tecniche di rilassamento sono molteplici e vengono utilizzate per:

  • Acquisire consapevolezza della tensione muscolare a riposo e in attività;
  • Essere in grado di ascoltare il nostro corpo e sentirci padroni di esso;
  • Gestire situazioni di ansia o stress;
  • Prepararci all’utilizzo dell’abilità immaginativa (le Visualizzazioni): infatti ogni visualizzazione deve essere preceduta da una sessione di rilassamento.

Le principali tecniche di rilassamento oggi utilizzate sono due:

  • il Rilassamento Muscolare Progressivo di Jacobson
  • il Training Autogeno di Schultz

Interessante notare come, a parità di efficacia della tecnica, il rilassamento muscolare progressivo è una tecnica Muscle to mind, cioè che parte dal corpo per raggiungere un rilassamento mentale. Per contro, il training autogeno è una tecnica Mind to muscle, che predilige un approccio mentale per raggiungere uno stato di rilassamento anche fisico.

I Vantaggi del rilassamento - rilassamento progressivo muscolare

Il rilassamento progressivo muscolare (RPM)

La tecnica dell’RPM è piuttosto semplice e consiste nell’acquisire consapevolezza della differenza fra contrazione e rilassamento nei muscoli. Ogni fase prevede una contrazione seguita dal rilassamento della stessa zona che è stata contratta.

In pratica, si assume la solita posizione comoda (piedi appoggiati bene a terra e un po’ divaricati; l’angolo del ginocchio, fra gamba e coscia, deve essere di circa 90 gradi; anche l’angolo dell’anca, fra coscia e busto, di circa 90 gradi; il busto è eretto, mento leggermente retratto verso il collo in modo da avere la testa dritta con la nuca leggermente alzata), e si eseguono alcuni respiri profondi.
Poi si passa a contrarre i singoli gruppi muscolari: per ogni gruppo, tendere i muscoli per 7-10 secondi, poi rilassarli per circa 10 secondi. I muscoli vanno contratti con forza, ma non troppo; non si deve avvertire dolore.

Mani e avambracci

Stringete la mano destra a pugno e piegate il braccio finché non avvertirete la presenza di tensione nei muscoli. Tenete contratto il muscolo, rilassandolo poi d’un colpo e lasciatevi andare alle sensazioni che provate. 2 volte il braccio destro, 2 volte quello sinistro, poi 2 volte entrambe le braccia insieme.

Muscoli del viso

Corrugate la fronte, stringete cautamente i denti e quindi le labbra. Mantenete la tensione, rilasciatela e sentite come il rilassamento si diffonde nel corpo.

Spalle e collo

Sollevate le spalle all’altezza dei lobi rimanendo seduti con la schiena diritta. Mantenete la tensione e poi rilasciatela. Lasciatevi andare alle sensazioni che provate in corrispondenza del collo e delle spalle.

Addominali

Tirate in dentro l’ombelico e mantenetelo in tensione. Rilasciate e rilassatevi. Lasciatevi andare alla sensazione di rilassamento che si diffonde nel corpo.

Glutei

Stringete i glutei e irrigidite le gambe: contraete le cosce, premete a terra i talloni, sollevate le dita dei piedi. Rilasciate la tensione e concentratevi sulle sensazioni che provate.

Acquisire la consapevolezza degli stati di contrazione e di rilassamento è il vero fine della tecnica e percepire la differenza tra i due stati, è la parte più importante. Questo per permettere successivamente di rilassare i vari distretti muscolari in modo immediato con un semplice comando.

Per ottenere buoni risultati bisognerebbe eseguire almeno 6 sedute nell’arco di 2 o 3 settimane. Come per tutte le tecniche di rilassamento, anche il rilassamento muscolare progressivo, può essere eseguito con una musica di sottofondo (ce ne sono alcune create appositamente) ed a occhi chiusi.

I Vantaggi del rilassamento - training autogeno

Il training autogeno

Questa tecnica di rilassamento trae ispirazione sia dall’ipnosi sia da tecniche meditative orientali quali lo Yoga.

J.H. Schultz chiamò il suo metodo “autogeno” proprio perché si “genera da sé” (spontaneamente), senza alcun intervento attivo della volontà, ma solo grazie ad un allenamento costante. In questo caso, allenarsi vuol dire comportarsi in modo opposto rispetto a ciò che siamo abituati a fare: normalmente cerchiamo di imparare a “fare” qualcosa, mentre nel training autogeno ci si allena a “non fare”, a creare uno spazio in cui possano presentarsi in modo del tutto spontaneo le sensazioni tipiche del riposo e della calma.

Gli esercizi di rilassamento fondamentali si suddividono in inferiori e superiori. Nei primi l’attenzione mentale viene rivolta a particolari sensazioni corporee; nei secondi, invece, l’attenzione viene rivolta a particolari rappresentazioni mentali. In tutto gli esercizi di rilassamento sono sei, i primi due sono detti fondamentali e gli altri quattro complementari:

  • esercizio della pesantezza, che agisce sul rilassamento dei muscoli;
  • esercizio del calore, che agisce sulla dilatazione dei vasi sanguigni periferici;
  • esercizio del cuore, che agisce sulla funzionalità cardiaca;
  • esercizio del respiro, che agisce sull’apparato respiratorio;
  • esercizio del plesso solare, che agisce sugli organi dell’addome;
  • esercizio della fronte fresca, che agisce a livello cerebrale.
I Vantaggi del rilassamento

Per saperne di più, basterà inserire su Google e su YouTube il nome delle singole tecniche di rilassamento. La rete è piena di approfondimenti e video pratici.

Io personalmente prediligo la tecnica di Jacobson perché per me è più semplice concentrare l’attenzione sui muscoli che sulla mente.

Le tecniche di rilassamento dovrebbero essere apprese in un ambiente tranquillo, caldo ed accogliente, seduti o distesi in una posizione confortevole che possa essere mantenuta per un tempo sufficientemente lungo da consentire lo svolgimento indisturbato delle esercitazioni.

In tutti i casi, per poter usufruire dei possibili benefici del rilassamento, occorre acquisirne la padronanza attraverso l’allenamento quotidiano. Il rilassamento è una tecnica che si impara e non necessita di caratteristiche psicologiche particolari. Richiede di esercitarsi in modo costante, regolare e quotidiano, traendo soddisfazione e piacere dallo svolgimento di questa attività.

PER RAGGIUNGERE QUALCOSA CHE NON HAI MAI OTTENUTO FINO AD ORA, DEVI DIVENTARE QUALCUNO CHE NON SEI MAI STATO.

Campionati Italiani iaido 2024

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CCII2024
Fotografie © PierVittorio Pozzo
CCII2024
Fotografie © PierVittorio Pozzo
di Andrea Cauda

Nuovo anno, nuovo appuntamento coi Campionati italiani, in quel di Modena.

in questo articolo non mi concentrerò sulle prestazioni o sui risultati, che in un modo o nell’altro fanno sempre da contorno a qualcosa di più importante e significativo.

C’è chi riesce ad esprimersi al meglio e chi invece soffre di più la pressione della gara; in questo blog si è cercato di dare numerosi consigli e strategie per provare ad affrontare queste situazioni, spero che ognuno riesca a recepirne anche solo un pezzettino per far crescere la propria pratica.

Quello di cui sono personalmente più contento sono i numeri. Esatto, la quantità più che la qualità.

Finalmente, dopo diversi anni in cui i partecipanti erano più o meno sempre gli stessi e i numeri non particolarmente entusiasmanti, quest’anno gli iscritti sono tornati ad esser numerosi con tanti ritorni e tanti volti nuovi. Peccato per alcune defezioni, alcune dell’ultim’ora, ma ciò che conta è stata la volontà di iscriversi e mettersi in gioco, sappiamo che poi la vita è fatta di imprevisti.

Non so se sia un segnale di qualcosa, anche se coincide anche col più alto (credo) numero di iscritti alla Selezione della Nazionale da sempre, circa 73 praticanti.

Questo non può che farci gioire e sentire soddisfatti, sperando che non sia un evento unico e raro, ma l’inizio di una nuova fase del movimento italiano.

Più iscritti ci sono, maggiori sono le possibilità di crescita. Ma dobbiamo partire dalla quantità appunto, per costruire anche la qualità. In Italia siamo fortunati, abbiamo tanti gradi alti, diversi incontri e seminari annuali, sia federali che privati, anche con Maestri stranieri e giapponesi e una Federazione che supporta il movimento.

Quindi la qualità e le basi per costruire e portare avanti qualcosa di buono c’è e sono convinto ci sarà anche in futuro.

Quello che mancava un po’ ultimamente erano i numeri, ossia persone nuove che si affacciano alla scena nazionale e alle competizioni, mettendosi in gioco, perdendo e imparando (si spera) anche dalle sconfitte o dalla mancata selezione per i Campionati Europei che io e Andrea dovremo fare, perché solo in questo modo si può crescere tutti insieme.

Perché darsi nuovamente una possibilità o crearne una nuova, che sia abbiamo 16 anni o 70 è fondamentale anche per coinvolgere altre persone e i propri compagni di dojo. I gruppi, come sappiamo, funzionano così.

Non posso sapere se nei singoli dojo ci sia stata maggiore spinta o attenzione da parte degli Istruttori o se ci sia un generale rinnovato interesse, ma invito tutti a non sottovalutare questa parte. Troppo spesso, infatti, negli anni abbiamo visto fazioni, dissidi, contrasti spesso basati sul nulla o su scelte non condivise. Nel momento in cui lasciamo che un modo di fare troppo “politico” (?), rigido e conservativo prenda il sopravvento, non possiamo pensare di costruire un futuro piacevole e sereno, perchè non siamo su un luogo di lavoro, ma stiamo tutti cercando (con errori e incertezze) di fare al meglio ciò che ci piace e appassiona, e per questo dovremmo quantomeno esser tutti focalizzati sullo stesso obiettivo, con ovviamente modi di fare, insegnare e imparare differenti, proprio per l’intrinseca natura umana.

Quindi partecipiamo, coinvolgiamo e attiriamo sempre più persone a questi eventi. Non solo ai seminari per mantenere una qualche qualifica federale, che perde completamente di senso proprio per questo motivo.

D’altronde, come possiamo vedere tutti i colori del mondo se rimaniamo chiusi nella nostra stanza?

Andrea Cauda


CCII2024
Fotografie © PierVittorio Pozzo

Gara a squadre – Il coraggio di alzare la bandierina

di Andrea Setti

Anche quest’anno i Campionati Italiani di Iaido sono terminati offrendo, come al solito, un’occasione unica per confrontarsi, osservare e crescere. Normalmente quando parlo di iaido mi metto sempre dalla parte del competitore, dopo quasi vent’anni di gare e nazionale penso sia del tutto normale ragionare un po’ a senso unico.

La verità è che quest’anno, per la prima volta, ho affrontato il campionato con una consapevolezza diversa, molto più sbilanciata verso l’arbitraggio che verso la competizione. Questo è il sesto anno che mi trovo a essere sia competitor che arbitro durante questo evento, con tutto il trambusto che provoca questa cosa. 

Potete infatti immaginare quanto sia impegnativo dedicarsi al 100% all’arbitraggio quando si è molto concentrati anche sulla gara. Chi come me ha provato quest’esperienza sa che non è semplice partire subito con gli shihai senza un minimo di riscaldamento, per poi cambiarsi al volo e correre dall’altra parte e arbitrare. Senza contare poi che chi riesce ad arrivare in finale deve poi correre nuovamente a cambiarsi a fine giornata tornando a vestire gli abiti del competitor. Non è semplice rimanere concentrati e dimostrare il 100% delle proprie iaido skills in un contesto di questo tipo.

Quest’anno però sono riuscito a dedicarmi all’arbitraggio al massimo e con un occhio molto critico, considerato anche che questa attività risulta davvero utile per poter valutare il livello degli atleti ai fini di una corretta selezione della nazionale. 

Nella gara individuale è stato bellissimo vedere parecchie new entry nelle categorie KYU e 1° DAN, nuova linfa fondamentale per alimentare la diffusione dello iaido in Italia. La cosa però che mi è piaciuta di più è stata arbitrare la categoria dei 3° DAN, che quest’anno mi hanno davvero stupito mettendomi in seria difficoltà in alcuni incontri specifici.

Vengo però al punto oggetto del titolo di questo breve articolo: il coraggio di alzare la bandierina. Quest’anno durante la gara a squadre ho avuto un dubbio durante un incontro (non cito i nomi dei competitor per questioni di privacy) che, nello specifico, vedeva un 4° impegnato contro un 2°. I due competitor hanno fatto complessivamente un buono shihai però…

Il 4° DAN è stato un po’ più impreciso del 2° ma ha dimostrato decisamente uno spirito maggiore. Sono stato seriamente indeciso sul da farsi e, alla fine, non ho avuto il coraggio di premiare il competitor di grado inferiore e il 4° DAN ha vinto 2 a 1, quindi il mio voto avrebbe potuto fare la differenza.

Quello che voglio cercare di trasmettere non deve portare la vostra attenzione sul giudizio che, giusto o sbagliato che sia, resta sempre un giudizio sincero e che si basa sulla riflessione individuale da arbitro di quel preciso momento. Voglio però invece farvi riflettere sull’importanza della gara a squadre, unica occasione che abbiamo in Italia in cui è possibile vedere incontri con competitor di gradi diversi.

Quello che succede in maniera del tutto naturale è che il competitor di grado più basso spesso riesce a tirare fuori un livello più alto del suo normale standard, perché si sente libero di esprimersi nel massimo dello spirito visto che è portato a pensare di aver già perso in partenza con un grado più alto del suo. Allo stesso modo anche il competitor di grado più alto cerca di tirare al massimo delle sue possibilità perché, diciamocelo, a nessuno fa piacere perdere con una persona che ha meno anni di pratica sulle spalle.

Questa situazione specifica scatena un meccanismo di crescita eccezionale per i due competitor ma anche per chi è chiamato ad arbitrare questo tipo di incontri. Avere il coraggio di lasciarsi andare impegnandosi a vincere un incontro con un avversario tecnicamente più preparato è qualcosa di prezioso e che ci aiuta tantissimo a crescere nella nostra pratica. Così come avere il coraggio di alzare quella bandierina per premiare chi ha elevato il proprio livello competendo alla pari, se non meglio, di un atleta di grado superiore costituisce un’esperienza incredibile e preziosa anche per un arbitro.

Auguro a tutti di trovare quel coraggio, sia ai competitor che agli arbitri. Perché è una componente fondamentale e meravigliosa della nostra crescita personale e di pratica.

Andrea Setti

CCII2024
Fotografie © PierVittorio Pozzo

Budo Jisho – 12 – Morote Tsuki

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budo jisho

Budo Jisho – Le parole Giapponesi che usiamo nelle arti marziali.

Puntata 12: Morote Tsuki.

Continuando con la serie dei 12 kata della Zen Nippon Kendō Renmei, oggi Cristina ci parla del 6° kata: Morote Tsuki.

Buona visione e non dimenticate gli approfondimenti nel pdf che trovate in fondo a questo articolo.

Video

PDF

Ed ecco il PDF di approfondimento

Per una consultazione più agevole, scarica il pdf tramite il bottone qui sotto.

Takuan Sōhō – 5

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Takuan Sōhō

Tornando alle arti marziali, si può dire che la mente non deve essere occupata dalla mano che sfodera la spada. Si deve, invece, colpire e trafiggere l’avversario dimenticandosi completamente della mano. Non bisogna, altresì, che l’avversario occupi la nostra mente. L’avversario deve essere simile al Vuoto. La mano che impugna la spada, la spada stessa, è il Vuoto. Occorre comprendere questo, ma non si può permettere che la mente sia occupata dal Vuoto stesso.

Takuan Sōhō, Fudōchishinmyōroku IX, in W. S. Wilson (a cura di), Takuan Sōhō. Lo Zen e l’arte della spada, traduzione italiana a cura di P. Gonnella, Mondadori, Milano 2001, p. 47. [ed. or: The Unfettered Mind, Kodansha International Ltd., Tokyo 1986.]

Chiunque abbia praticato iaido con una qualche serietà, avrà sentito ripetersi queste frasi centinaia di volte: “ricordati della sinistra!”, “non c’è abbastanza sayabiki!”, “la sinistra!”; oppure, per i gradi più avanzati: “ricordati di guardare!”; “prima guarda, poi taglia!”; “hai guardato prima di muoverti?”, “Metsuke!”. Si potrebbe arricchire questa rassegna con molte espressioni simili. Il significato di queste parole è chiaro: l’insegnante ci richiama a qualcosa che stiamo trascurando, perché stiamo ancora imparando ad acquisire quello che non è ancora stato assimilato dal nostro corpo come un automatismo.

Ma allora perché Takuan Sōhō ci dice di non pensare alla mano sinistra, e di non pensare all’avversario, cioè, nello iaidō moderno, al metsuke? Qualche lettore occidentale potrebbe travisare profondamente le parole del maestro, parafrasandole come “l’importante è che funzioni” oppure “la sostanza vale più della forma”. Niente di più sbagliato.

Le parole del maestro non possono essere utilizzate come scusa per non apprendere correttamente il kihon alla base dello iaidō. Chi intendesse in questo modo, già di per sé dimostrerebbe di non essere in grado di applicare senza pensare un corretto sayabiki e un corretto metsuke. Il livello di riflessione a cui si pone il maestro non è quello di un principiante nella pratica. Perché quello che dice il maestro di Izushi abbia un senso, occorre già essere in possesso di automatismi sviluppatisi nel corso di molti anni di studio. Pensando al moderno iaidō, si potrebbe forse dire che questi obiettivi dovrebbero essere del tutto assimilati intorno al grado di quinto dan. Circa 12 anni di pratica assidua, come minimo. Naturalmente il margine di errore continua ad esistere ad ogni livello, ma il punto fondamentale è che non ha alcun senso immaginare di applicare questo tipo di considerazione nonostante la presenza di macroscopiche imperfezioni nella propria pratica. Tutto è Vuoto quando la presenza si manifesta pura nell’azione, senza distrazione, senza blocchi in questo o quell’elemento della nostra pratica.

In un vecchio contributo su questo sito, si parlava della “pista cifrata” che il principiante deve tenere a mente nel processo di apprendimento e perfezionamento di una forma. Eppure viene il tempo in cui anche connettere i punti l’uno dopo l’altro si trasforma in ostacolo alla piena realizzazione della propria tecnica, perché la presenza ne sarebbe irrimediabilmente compromessa. Allo stesso modo, sarebbe un errore il cominciare a pensare al Vuoto sforzandosi di liberare la mente durante la pratica. Semplicemente non è possibile. Il Vuoto o è totale, o non è vuoto. Il Vuoto si manifesta, ma non si cerca, perché è una conseguenza della fiducia in se stessi (confidence) sviluppata lungo anni di duro allenamento. È una sensazione assai difficile da descrivere, e personalmente non credo di averla ancora vissuta nella pratica dello iaidō. Forse non è lontana alla condizione di flow che si sperimenta talvolta nell’esecuzione presente ed efficace della composizione di un testo scritto o di un’opera d’arte, ma non posso garantirlo. Per quanto mi riguarda, la mia mente avrà ancora bisogno di concentrarsi sul tanden, e di visualizzare bene l’avversario.