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Budo Jisho – 11 – Kesa Giri

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budo jisho

Budo Jisho – Le parole Giapponesi che usiamo nelle arti marziali.

Puntata 11: Kesa-Giri.

Continuando con la serie dei 12 kata della Zen Nippon Kendō Renmei, dopo aver visto i significati di Mae, Ushiro, Ukenagashi e Tsuka ate, oggi Cristina ci parla del 5° kata: Kesagiri.

Buona visione e non dimenticate gli approfondimenti nel pdf che trovate in fondo a questo articolo.

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Ed ecco il PDF di approfondimento

Per una consultazione più agevole, scarica il pdf tramite il bottone qui sotto.

Takuan Sōhō – 4

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Vittorio Secco

«Bene, allora dove bisogna porre la mente?»
«Se non la porrai in alcun luogo, la tua mente permeerà ogni parte del tuo corpo estendendosi per tutta la sua interezza. In questo modo, quando entrerà nella mano, guiderà le azioni della mano. Quando entrerà nel piede, realizzerà le funzioni del piede. Quando entrerà nell’occhio, compirà gli atti dell’occhio»

Takuan Sōhō, Fudōchishinmyōroku V, in W. S. Wilson (a cura di), Takuan Sōhō. Lo Zen e l’arte della spada, traduzione italiana a cura di P. Gonnella, Mondadori, Milano 2001, p. 37. [ed. or: The Unfettered Mind, Kodansha International Ltd., Tokyo 1986.]

Alla base della categoria di presenza nella realtà Cartesio poneva la certezza del cogito: «penso dunque sono». La possibilità stessa della mia attività di riflessione è la garanzia della reale esistenza e della non-illusorietà della mia presenza nel mondo. Lungi dall’essere banale, l’assunto cartesiano si muove all’interno di un mondo concettuale decisamente occidentale, che cerca risposte a domande diverse da quelle poste dagli abitanti dell’Asia orientale. In questo passaggio della sua opera sulla “saggezza immutabile”, Takuan Sōhō parla della correlazione tra pensiero, “mente”, e presenza in modo significativamente diverso da quanto avrebbe fatto Cartesio.

“porre la mente” è un’espressione che potremmo forse parafrasare in italiano corrente con “fermare la propria attenzione su qualcosa”. La prima domanda, posta retoricamente dall’autore, si preoccupa in primo luogo di definire l’oggetto della mia concentrazione non solo durante un duello di spada, ma in generale nella vita. “Su cosa debbo concentrarmi?”.
Risposta: non devi affatto concentrare la tua attenzione. Per quanto possa sembrare strano, è proprio l’attività intellettuale a bloccare i movimenti e in questo modo a rendere lenti, rigidi e, in ultima analisi, deboli. Cogito ergo pereo. È chiaro che qui il discorso non è legato al vaglio della statura ontologica della realtà, che semplicemente non si pone in questione, quanto piuttosto alla concretissima possibilità di sopravvivere e prevalere all’interno della stessa.

La mente libera dalla riflessione, non bloccata dalla stessa attività di concentrazione, è intuitivamente più forte della mente concentrata. Per lo meno nell’uso della spada.

Poche pagine prima, Takuan Sōhō aveva discusso alcune fasi nello sviluppo di questa non-riflessione. Se all’inizio il principiante “pone la mente” ora sull’avversario, ora sulla propria spada o su un preciso movimento del proprio corpo, decretando inevitabilmente la propria sconfitta, un primo passo verso la saggezza immutabile consiste nel porre la propria concentrazione nel tanden ovvero poco sotto il proprio ombelico.

C’è del vero in questo, e solitamente chi è in grado di porre la propria energia nel tanden ha già raggiunto un livello di pratica invidiabile dalla maggior parte dei praticanti di iaidō. Eppure, anche questo passaggio è in ultima analisi insufficiente. Il problema è lo stesso concetto di concentrazione, così come siamo abituati a pensarlo, in termini visivi, come “messa a fuoco” di un obiettivo rispetto ad altri elementi sullo sfondo. La sfida che pone il maestro di Izushi non è banale: l’assenza di concentrazione somiglia allo stato intuitivo tipico degli animali selvatici o anche dei neonati, in grado di nuotare senza mai aver appreso i movimenti del nuoto. Un adulto però dovrà necessariamente prima imparare a nuotare se non vuole annegare anche in poca acqua. Questo fatto comporta che il “segreto” della non-concentrazione non coincide con l’ignoranza o l’improvvisazione del neofita. Una persona dovrà passare molto tempo nella concentrazione sul singolo movimento; sull’osservazione del corpo dell’avversario, dei propri errori e di quelli dei compagni di pratica: mitori keiko. Solo dopo diversi anni, sarà in grado di iniziare a concentrarsi sul proprio tanden. Infine, dopo decenni di pratica, sarà possibile accedere a questo ultimo stadio: la non-concentrazione, lo stato di “mente-non-riposta”. Il lungo cammino dello iaidō si pone domande diverse da quelle poste dalla maggior parte delle attività che siamo abituati a svolgere quotidianamente.

Comprendere questa dimensione credo aiuti a ricollocare positivamente le nostre pretese verso noi stessi e la pratica che decidiamo di svolgere in dojo.

I Seminari

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Seminari Iaido
di Paolo Grassi

Si potrebbe dire, dissacrando un po’, che ormai ne esistono di ogni forma e colore.

Possiamo inoltre dire che ormai tutti i Sensei consigliano ai praticanti di frequentarli.

Quindi dando per scontato che bisognerebbe andarci ogni qualvolta ne abbiamo la possibilità, proviamo a fare un esercizio puramente accademico e riflettere sul perché ci andiamo, quali sono le nostre aspettative e cosa ci portiamo a casa.

Al netto di chi frequenta un seminario per “obbligo” la maggior parte di noi quando si iscrive ad un seminario penso sia spinto dalla volontà di crescere, uscire dalla propria comfort zone, semplificando apriamo il cancello del nostro bellissimo orticello e decidiamo di guardare oltre.

A questo punto, la domanda è, ma cosa penso di trovare?

La nostra cultura, il nostro modello scolastico e in generale il modo in cui abbiamo appreso fin dalla seconda infanzia ci porta a pensare che il Sensei di turno una volta salito sul piedistallo (vedi la cattedra che ha contraddistinto il nostro percorso scolastico) ci regali la verità assoluta che cambierà la qualità della nostra pratica per sempre…

Piccola anticipazione sul cosa ci portiamo a casa, spesso lo fa ma noi non riusciamo ad accorgercene.

Tornando alle aspettative, chi di noi durante un seminario vedendo il Sensei andare a correggere un altro praticamente non ha pensato “ma da me non viene mai?”.

Oppure chi di noi vedendo che la richiesta/requisito per migliorare e’ difficile, non cade dal cielo come la biblica manna, non ha pensato ad un escamotage, per fare meno fatica ad un alibi già pronto per giustificare alla nostra coscienza la scorciatoia o la rinuncia di turno.

Cavoli, questi seminari sembrano un tormento ma allora perché lasciare la soglia del nostro orticello…

Non sono un praticante esperto, conosco molte persone che vivono le nostre discipline da molto più tempo di me, e nel mio piccolo,  direi che nel tempo sono arrivato alla conclusione che la traduzione di seminario possa essere, “fatica e mal di testa”.

Si, fatica che vale la pena di fare e mal di testa che vale la pena di avere perche’ ogni volta che vado ad un seminario incontro amici che non vedo tutti i giorni, faccio fatica insieme a loro, condivido con loro il mal di testa che inevitabilmente viene quando ti rendi conto di quanto lontano sei da quella meta che non arriverà mai.

Quando non vedi la luce, vedi un tuo amico che ha acceso un cerino e sta andando nella direzione giusta e allora lo copii…

E scopri che quando il Sensei  sta’ correggendo qualcuno, sta correggendo anche te… (la soddisfazione del tuo ego e’ meno importante dell’imparare).

Cosa mi porto a casa, infondo esattamente quello che cercavo, la ricetta per migliorare, se voglio farlo.

E molto di più:

Gli Amici, una risorsa inestimabile da tutti i punti di vista.

Un esempio, I Sensei hanno fatto la stessa fatica e ne fanno ancora, hanno avuto gli stessi mal di testa, e sicuramente ne hanno anche di peggiori oggi.

Infondo se pensiamo che, come mi ha recentemente ricordato un documentario sulla Toyota…

“Qualche volta si vince, tutte le altre si impara”,

Allora da ogni nostro sbaglio dovrebbe nascere qualcosa di buono

Quindi speriamo di trovare il seminario che ci mostri lo sbaglio.

Buon seminario a tutti.

Paolo Grassi

Elogio della lentezza

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elogio della lentezza

“In un mondo che corre vorticosamente, con logiche spesso incomprensibili, il problema della lentezza si affaccia alla mente con prepotenza, come una meta del pensiero e della via da percorrere. Andare più veloci non significa conoscere più di quello che la strada offre e nessuno vuole arrivare prima alla fine della propria strada.”

ELOGIO DELLA LENTEZZA, LAMBERTO MAFFEI
elogio della lentezza

In questo periodo Claudio ed io siamo un po’ in difficoltà nel nostro insegnare.

Ci sembra di dire sempre le stesse cose e di non vedere dei veri progressi, in particolare per le persone che stanno allenandosi per gradi più alti.

Abbiamo appena fatto molti seminari con persone che non appartengono al nostro Dojo e la sensazione è un pò la stessa: è facile cambiare quando si è dei gradi bassi più difficile quando si devono affrontare cambiamenti che non sono solo legati ad imparare una tecnica ma a raffinarla fino ad eliminare tutte le imperfezioni, cosa impossibile come sappiamo ma a cui dobbiamo tendere.

Il nostro corpo continua a muoversi in base alle abitudini acquisite e non abbiamo la percezione del gesto che stiamo eseguendo o di come lo stiamo eseguendo. Possiamo approfondire rileggendo l’articolo di Cramarossa sulla propriocezione.

La mia sensazione è che spesso percepiamo l’inizio e la fine del movimento ma non cosa succede durante. Abbiamo la consapevolezza solo di alcuni punti, probabilmente di quelli che riteniamo inconsciamente più importanti, mentre gli altri entrano in una zona d’ombra che non vediamo veramente. Dovremmo invece avere la percezione di ogni frammento del nostro movimento perché spesso è in queste zone d’ombra che si costruisce un gesto efficace.

Per farlo, secondo me, dobbiamo tornare a rallentare e riappropriarci della capacità di vedere e controllare ogni singolo passaggio del nostro movimento. In velocità non riusciamo ad assumere questa consapevolezza e le correzioni che ci vengono fatte si perdono nelle abitudini del nostro corpo e della nostra mente.

“La perfezione si raggiunge a gradi lenti, richiede la mano del tempo.”

Voltaire

Praticare un kata lentamente è uno dei possibili modi di allenarsi e ne abbiamo già parlato. Osservando la pratica in dojo o nei seminari si può però notare che non è un modo molto utilizzato.

Per esempio mi correggono il taglio perché allungo troppo i polsi e vado in leva durante il movimento? Ho capito la correzione ma continuo a tagliare in velocità senza riuscire ad apportare nessun cambiamento reale alla posizione dei miei polsi in mezzo al movimento, controllo solo l’inizio e la fine del taglio. Quello che succede in mezzo è una zona d’ombra. Dobbiamo invece accendere un riflettore anche sulle parti intermedie, rallentare e cambiare quanto il nostro corpo fa per abitudine. 

Non credo ci siano altre possibilità per modificare un movimento acquisito.

Certo praticare lentamente non può essere l’unica forma di allenamento e i maestri giapponesi, abituati ad allievi che imparano con gli occhi più rapidamente di noi occidentali, non la utilizzano molto. Per noi però è una buona forma di allenamento da alternare all’esecuzione sciolta e veloce dei kata o a quella normale. 

E’ inutile continuare ad andare veloci facendo movimenti non corretti. Rallentiamo, controlliamo ogni passaggio, illuminiamo le zone d’ombra, riabituiamo il nostro corpo al gesto corretto e poi applichiamo le altre forme di allenamento. 

Se dobbiamo cambiare qualche cosa godiamoci qualche momento di lentezza.

Danielle 

Claudio Zanoni

Aggiungo qualche considerazione personale a quanto scritto da Danielle. Ultimamente sono portato sempre più spesso a vedere il movimento del corpo in relazione all’azione che ci siamo prefissi in base al Kata. Mi rendo conto che erroneamente pensiamo che un’azione veloce sia la soluzione per poter tagliare l’avversario, mentre non si tratta di velocità ma di tempi.  Amo molto il 6° kata, morote tsuki, perché nella sua semplicità ci dice veramente molte cose sullo iaido che stiamo facendo. Iniziamo dal primo taglio in cui si vede se veramente usiamo il corpo e se veramente stiamo tagliando l’avversario, riusciamo poi a costruire uno tsuki veramente efficace? (il rotolone di cartone in Giappone, di cui abbiamo parlato più volte, è una bella verifica) ed infine il furikaburi ed il taglio sono portati con il tempo giusto? Nove volte su dieci il furikaburi non è fatto in armonia con il corpo e la spada è sempre in ritardo rispetto al movimento del corpo con l’esito finale di tagliare con un Ki Ken Tai Ichi non corretto: siamo entrati nello spazio dell’avversario con il corpo senza che la spada sia pronta. 

Benchè tutto questo sia stato detto molte volte le abitudini che abbiamo non ci fanno cambiare e continuiamo a reiterare sempre lo stesso movimento automatico acquisito. Se riuscissimo ad avere meno interesse ad esibirci e più interesse a modificare il nostro movimento o se riuscissimo a soffermarci di più su cosa dobbiamo cambiare e con attenzione cercassimo di modificarlo forse il tempo necessario al cambiamento si accorcerebbe. Andare solo veloci non produce cambiamento.

Claudio

“C’è di più nella vita che aumentare la sua velocità.”

Mahatma Gandhi