«Bene, allora dove bisogna porre la mente?»
«Se non la porrai in alcun luogo, la tua mente permeerà ogni parte del tuo corpo estendendosi per tutta la sua interezza. In questo modo, quando entrerà nella mano, guiderà le azioni della mano. Quando entrerà nel piede, realizzerà le funzioni del piede. Quando entrerà nell’occhio, compirà gli atti dell’occhio»

Takuan Sōhō, Fudōchishinmyōroku V, in W. S. Wilson (a cura di), Takuan Sōhō. Lo Zen e l’arte della spada, traduzione italiana a cura di P. Gonnella, Mondadori, Milano 2001, p. 37. [ed. or: The Unfettered Mind, Kodansha International Ltd., Tokyo 1986.]

Alla base della categoria di presenza nella realtà Cartesio poneva la certezza del cogito: «penso dunque sono». La possibilità stessa della mia attività di riflessione è la garanzia della reale esistenza e della non-illusorietà della mia presenza nel mondo. Lungi dall’essere banale, l’assunto cartesiano si muove all’interno di un mondo concettuale decisamente occidentale, che cerca risposte a domande diverse da quelle poste dagli abitanti dell’Asia orientale. In questo passaggio della sua opera sulla “saggezza immutabile”, Takuan Sōhō parla della correlazione tra pensiero, “mente”, e presenza in modo significativamente diverso da quanto avrebbe fatto Cartesio.

“porre la mente” è un’espressione che potremmo forse parafrasare in italiano corrente con “fermare la propria attenzione su qualcosa”. La prima domanda, posta retoricamente dall’autore, si preoccupa in primo luogo di definire l’oggetto della mia concentrazione non solo durante un duello di spada, ma in generale nella vita. “Su cosa debbo concentrarmi?”.
Risposta: non devi affatto concentrare la tua attenzione. Per quanto possa sembrare strano, è proprio l’attività intellettuale a bloccare i movimenti e in questo modo a rendere lenti, rigidi e, in ultima analisi, deboli. Cogito ergo pereo. È chiaro che qui il discorso non è legato al vaglio della statura ontologica della realtà, che semplicemente non si pone in questione, quanto piuttosto alla concretissima possibilità di sopravvivere e prevalere all’interno della stessa.

La mente libera dalla riflessione, non bloccata dalla stessa attività di concentrazione, è intuitivamente più forte della mente concentrata. Per lo meno nell’uso della spada.

Poche pagine prima, Takuan Sōhō aveva discusso alcune fasi nello sviluppo di questa non-riflessione. Se all’inizio il principiante “pone la mente” ora sull’avversario, ora sulla propria spada o su un preciso movimento del proprio corpo, decretando inevitabilmente la propria sconfitta, un primo passo verso la saggezza immutabile consiste nel porre la propria concentrazione nel tanden ovvero poco sotto il proprio ombelico.

C’è del vero in questo, e solitamente chi è in grado di porre la propria energia nel tanden ha già raggiunto un livello di pratica invidiabile dalla maggior parte dei praticanti di iaidō. Eppure, anche questo passaggio è in ultima analisi insufficiente. Il problema è lo stesso concetto di concentrazione, così come siamo abituati a pensarlo, in termini visivi, come “messa a fuoco” di un obiettivo rispetto ad altri elementi sullo sfondo. La sfida che pone il maestro di Izushi non è banale: l’assenza di concentrazione somiglia allo stato intuitivo tipico degli animali selvatici o anche dei neonati, in grado di nuotare senza mai aver appreso i movimenti del nuoto. Un adulto però dovrà necessariamente prima imparare a nuotare se non vuole annegare anche in poca acqua. Questo fatto comporta che il “segreto” della non-concentrazione non coincide con l’ignoranza o l’improvvisazione del neofita. Una persona dovrà passare molto tempo nella concentrazione sul singolo movimento; sull’osservazione del corpo dell’avversario, dei propri errori e di quelli dei compagni di pratica: mitori keiko. Solo dopo diversi anni, sarà in grado di iniziare a concentrarsi sul proprio tanden. Infine, dopo decenni di pratica, sarà possibile accedere a questo ultimo stadio: la non-concentrazione, lo stato di “mente-non-riposta”. Il lungo cammino dello iaidō si pone domande diverse da quelle poste dalla maggior parte delle attività che siamo abituati a svolgere quotidianamente.

Comprendere questa dimensione credo aiuti a ricollocare positivamente le nostre pretese verso noi stessi e la pratica che decidiamo di svolgere in dojo.

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