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Mental Coaching – 8 – Le Visualizzazioni

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Mental Coaching

Bentornato nella rubrica di mental coaching: utilizzare la mente per ottenere risultati migliori.
Il mio intento è quello di fornirti alcuni spunti per riuscire a dare il meglio di te negli allenamenti, nelle gare e negli esami di iaido e jodo.

Articoli precedenti:
1 - Introduzione
2 - Gli Obiettivi
3 - Motivazione
4 - Concentrazione
5 - Dialogo Interno
6 - La Respirazione
7 - Uscire dalla zona di comfort

Le visualizzazioni (in inglese, imagery) consistono nel ricordare qualcosa che è accaduto o nell’immaginare qualcosa che accadrà o che potrebbe accadere. Si tratta di una pratica che gli atleti professionisti compiono soprattutto prima di una gara. E dovrebbe essere fatto coinvolgendo il più possibile tutti i sensi, e cioè olfatto, udito, vista, tatto, gusto, ma anche sensazioni corporee propriocettive come equilibrio, temperatura, dolore, tensione, contrazioni. Quindi è l’uso di tutti i sensi per creare o ricreare un’esperienza nella mente.

Attraverso le visualizzazioni, un atleta potrà, per esempio, rivivere la sua migliore performance infinite volte rivedendo ciò che ha fatto ma anche sentendo i rumori originali, gli odori del luogo di gara e il sapore che aveva in bocca, quel che avvertiva nel toccare la sua arma (spada, jo, shinai, …) e le sensazioni del suo corpo, dei suoi movimenti, e anche le emozioni. Oppure potrà prepararsi al movimento che deve fare anticipando tutte le sensazioni a esso collegate.

Per dimostrare come la visualizzazione sia in grado di produrre effetti positivi sugli atleti sono stati condotti numerosi studi, dai quali è emerso come sia fondamentale focalizzare l’intero processo e non esclusivamente il risultato.

L’utilità e l’efficacia della tecnica consiste nel fatto che la mente non è in grado di riconoscere un’esperienza realmente vissuta da una solo immaginata.

I benefici delle visualizzazioni sono:

  • aumento della concentrazione
  • acquisizione, sviluppo e correzione della tecnica
  • ​​prevenzione e risoluzione dei problemi
  • ​preparazione per l’evento agonistico
  • ​incremento della fiducia
  • ​gestione delle emozioni
  • ​motivazione

Aumento della concentrazione

La visualizzazione può aiutare a non distrarsi e ad abituarsi a riportare l’attenzione sul compito in tempi brevi. Visualizzando situazioni in cui solitamente si perde la concentrazione, ci si può abituare a recuperarla il prima possibile per ricondurla dove è conveniente.

Acquisizione, sviluppo e correzione della tecnica

La ripetizione mentale di una tecnica stimola il sistema nervoso e aiuta lo sviluppo delle coordinazioni necessarie a padroneggiarla. Qualsiasi pratica fisica sarà molto più efficace se supportata dall’utilizzo della visualizzazione.

Prevenzione e risoluzione dei problemi

La visualizzazione può essere utilizzata per risolvere problemi di tipo tecnico, visualizzando eventuali errori, analizzandoli, comprendendoli e infine correggendoli. Inoltre si possono visualizzare situazioni di emergenza in modo da praticare la giusta reazione.

Preparazione per l’evento agonistico

Vedersi nel luogo di gara, nei momenti che la precedono e in quelli che la compongono, vedere e sentire tutte le varie possibili situazioni prepara alla competizione, fa acquisire esperienza e vissuto.

Incremento della fiducia

La visualizzazione di esperienze di successo porta all’incremento della fiducia nelle proprie possibilità e capacità. Visualizzarsi, riuscire a eseguire bene un movimento o un compito, vedersi realizzare la prestazione desiderata, vedersi risolvere i problemi che si presenteranno… tutto questo porta a un aumento della fiducia.

Gestione delle emozioni

La visualizzazione viene usata con successo per controllare le emozioni, per ridurre gli stati d’ansia e paura. Ma di questo ne parleremo più approfonditamente nella prossima puntata.

Motivazione

Riuscire a immaginare se stessi realizzare i propri obiettivi e raggiungere i risultati che ci si era prefissati, dà vita a emozioni e sensazioni che si riflettono positivamente sui livelli di motivazione. Questo può risultare particolarmente utile nei momenti difficili e in cui la motivazione rischia di venire meno.

La tecnica delle 3F

Questa è una tecnica di visualizzazioni che può essere usata per le correzioni tecniche durante la pratica della nostra arte marziale. Una volta che la si padroneggia può risultare particolarmente utile anche in competizione. Lo scopo è quello di correggere gli errori aumentando la padronanza di sé, la fiducia e la concentrazione.

Per 3F si intendono le tre fasi da osservare: Fix it, Forget it, Focus.

Fix it

In questa fase si analizza l’errore, visualizzandolo, lo si comprende e si analizzano le varie cose da fare per evitare di ripeterlo. Per correggere un errore bisogna averne prima consapevolezza e successivamente, sia nella pratica sia nelle visualizzazioni, verrà ripetuta l’azione corretta evitando l’errore fino a consolidare l’automatismo voluto.

Forget it

Non conviene rimanere troppo tempo con la mente nell’errore, bisogna spostare appena possibile l’attenzione su ciò che va fatto per raggiungere l’obiettivo. L’errore non deve portare a giudizi negativi ma deve essere considerato per quello che è: una realtà avvenuta da cui si può imparare a migliorare. Questo è importantissimo soprattutto in gara: non essere consapevoli dell’errore e delle sue cause molto probabilmente significa ripeterlo, ma allo stesso tempo rimanere con l’attenzione sull’errore significa distrarsi dal momento presente e dall’obiettivo.

Focus

Dopo aver compreso e analizzato l’errore, e dopo averlo dimenticato, cioè lasciato andare, è determinante riportare l’attenzione sul compito, sull’obiettivo immediato, visualizzando il da farsi. In questa fase il dialogo interno (self-talk) può essere di grande aiuto.

visualizzazioni

Esercizio di Visualizzazione pre-gara

Un utile esercizio di visualizzazione pre-gara può essere il seguente (da ripetere per diversi giorni, per 30 minuti, fino al giorno prima della gara).

Posizionarsi comodamente, su un divano, un letto o una poltrona comoda e chiudere gli occhi. Una musica rilassante di sottofondo può aiutare.

  1. Nella prima fase occorre concentrarsi solo sul respiro, respirare lentamente e profondamente, senza troppo sforzo.
  2. Fase di visualizzazione positiva: vedersi mentalmente mentre si viaggia verso la destinazione, mentre ci si prepara negli spogliatoi, mentre ci si riscalda, durante la competizione, e vedersi in tutte queste fasi esattamente come dovremmo essere: felici, rilassati, appagati di quello che stiamo facendo senza nessuna ossessione per il risultato, ma solo sentire il piacere di quello che stiamo vivendo.
  3. Vedersi in azione, vedere i colpi fluire, la spada tagliare o il jo colpire nel punto giusto, vedersi padroni del proprio corpo e della situazione, vedersi al meglio di come possiamo essere. Vedersi muovere esattamente come vorremmo, vedere il proprio corpo che fluisce nel movimento, alternando velocità e rallentamento (Jo Ha Kyu), pienamente padroni. Tutto ciò permetterà di aumentare la coordinazione e la determinazione con cui si eseguono le tecniche, aumentandone così l’efficacia. Questa è la fase più lunga, bisogna riuscire a immaginare in dettaglio tutta la sequenza dei kata. La mente deve abituarsi a tenere la concentrazione per tutto il periodo senza mai distrarsi.
  4. Fase di meditazione o “raffreddamento”: fermare i pensieri consapevoli, immaginare un luogo della natura che amiamo, lasciare che la mente vaghi, lasciare che i pensieri vadano e vengano, lasciare che i pensieri si susseguano liberamente, sino ad arrivare ad un sentimento di rilassamento.
  5. Fase di ripresa: muovere lentamente mani e piedi, stirarsi ad occhi chiusi, rialzarsi lentamente, stirarsi ancora, riprendere a muoversi lentamente, alzarsi lentamente dopo essersi stirati.

PER RAGGIUNGERE QUALCOSA CHE NON HAI MAI OTTENUTO FINO AD ORA, DEVI DIVENTARE QUALCUNO CHE NON SEI MAI STATO.

Galeotta fu la domanda

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world combat games 2023

E’ un po’ di tempo che la mia mente fa voli pindarici sul prossimo esame di Iaido che dovrò affrontare; quello da 8° dan.  Non preoccupatevi sono saldamente con i piedi per terra e so che non ci sono possibilità ma questo non toglie che io abbia voglia di provarci, sarà anche perché mi è capitato più volte ultimamente che i Maestri giapponesi mi chiedano quando devo fare l’esame e questo mi fa scattare il campanello d’allarme. Per i Maestri giapponesi è importante provare e mettersi in gioco anche con età avanzate o con scarse possibilità di successo.

Durante l’ultima esperienza di Riyad con Kusama Sensei è successo di nuovo e mentre passavamo del tempo assieme la domanda è arrivata “quando devi fare l’esame da 8° dan?” ovviamente mi ha colto di sorpresa….. seguita dal commento “il tuo iaido va bene” e poi inevitabilmente da piccole correzioni, ma vi posso assicurare veramente piccole (la posizione del polso alla fine del chiburi di Ukenagashi per esempio) talmente piccole che io non avrei mai nemmeno pensato potessero influenzare il mio Iaido.

Ed è in questo modo che arriviamo al Kangeiko di Modena con Oshita Sensei e Morita Sensei, durante l’allenamento del Venerdì sera riservato agli alti gradi e durante una spiegazione di Morita Sensei su cosa dovevamo considerare negli esami, mi è uscita spontanea la domanda fatta po’ come una battuta, “ma quando faremo l’esame da 8° dan guarderete anche per noi le cose positive nello iaido? O solo gli errori?” ovviamente il Sensei ha sorriso, ma da quel momento non mi hanno più guardato allo stesso modo.

Durante il seminario della domenica Morita mi ha dato dei suggerimenti per l’esame, devo tagliare di più con le gambe in Morote Tsuki ed in Soete zuki, in modo che i tagli siano portati dal corpo e non dalle braccia, ma per il resto il mio iaido, mi ha detto, va bene……

Quindi se analizziamo due Sensei che ti guardano, Kusama Sensei e Morita Sensei ho già 4 “ piccole cose da correggere” 4 cose che agli occhi dei due Sensei stonano, non sono mature, che in qualche modo sono un minus.  Ora pensate alla commissione d’esame 6 esaminatori con occhi esperti che analizzano il mio iaido e anche se avessi la fortuna di passare la prima selezione, dover proporre tutti e 12 i katà ad una commissione di 9/10 Sensei….. un’impresa al limite dell’impossibile.

Ma un Mandaloriano direbbe “questa è la Via”. 

Takuan Sōhō – 3

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Vittorio Secco Takuan Soho

Esiste un’azione detta “della scintilla e del sasso”. Analogamente a quanto detto prima, non appena si colpisce il sasso, appare la scintilla. Non vi è intervallo o spazio. Manca, quindi, lo spazio che potrebbe fermare la mente.
Sarebbe un errore considerare questo fatto solo come una questione di velocità. Anzi, è la riprova che la mente non deve essere distolta da oggetti, e che anche la velocità può costituire distrazione per la mente.
Quando la mente si ferma, viene catturata dall’avversario. In altre parole, se la mente si concentra sul fatto di essere veloce e agisce con rapidità, sarà fermata dalla sua stessa considerazione.

Takuan Sōhō, Fudōchishinmyōroku II, in W. S. Wilson (a cura di), Takuan Sōhō. Lo Zen e l’arte della spada, traduzione italiana a cura di P. Gonnella, Mondadori, Milano 2001, p. 31. [ed. or: The Unfettered Mind, Kodansha International Ltd., Tokyo 1986.]

Anche se per molti di noi “scintilla” e “sasso” non sono due concetti che siamo abituati ad accostare, nei tempi antichi, e non solo in Giappone, era uso comune quello di accendere un fuoco grazie alle scintille sprigionate dallo scontro tra due sassi. Ora, l’azione dello sfregamento appropriato tra due pietre genera immediatamente una scintilla. Quando l’autore dice: “non vi è intervallo o spazio”, si riferisce al fatto che l’azione dello sfregamento è immediatamente efficace, un po’ come per noi moderni potrebbe essere l’azione di accendere una lampada con un interruttore: schiaccio l’interruttore, e la luce si accende.

Questa considerazione apparentemente banale è utile a descrivere l’azione nel contesto marziale. Il fatto che la pietra sprigioni scintille immediatamente o che l’interruttore accenda la lampada non dipende affatto dalla mia velocità di esecuzione. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che se non imprimo abbastanza energia alle pietre queste non produrranno alcuna scintilla. Vero. Però il punto non è qui la produzione della scintilla in sé, ma il lasso di tempo che intercorre tra lo sfregamento delle pietre e la generazione della scintilla. Posso essere veloce quanto voglio, ma non influirò in nessun modo sull’immediatezza del processo fisico e chimico alla base di quell’evento.

L’azione efficace, anche nel contesto marziale, non è causata da una velocità superiore di esecuzione, bensì dalla spontanea coincidenza di causa ed effetto. Se si pensa di essere veloci, si sarà inevitabilmente bloccati, rigidi, frettolosi e, in ultima analisi, lenti.

È curioso che a scriverne sia proprio io, perché questo è forse il più grande ostacolo nella progressione del mio iaido. Però anche questo ci insegna qualcosa.

La conoscenza che si esercita e si apprende nell’arte marziale non è di tipo analitico-descrittivo. E anche se un certo grado di analisi è probabilmente necessario alla didattica, e forse anche di più per noi occidentali, in realtà il processo di apprendimento è fondato in primo luogo su un rapporto di copia e approssimazione verso un modello presentato come corretto nel corso di un tempo lungo. A costo di dire un’ovvietà, la pratica non è teorica.

E per questo è possibile il paradosso: si può capire un errore intellettualmente, e persino scriverne a vantaggio di altri praticanti, mentre correggerlo non è altrettanto automatico. La trappola cognitiva in cui spesso ci troviamo ad essere nasce in primo luogo dal fatto che non è possibile dilatare lo spazio che intercorre tra lo sfregamento delle pietre e la produzione della scintilla, così come sarebbe fuori luogo pensare che il modo in cui schiaccio l’interruttore influenzi il tempo di accensione della luce. Quell’azione, se deve accadere, può accadere solo per via immediata. Se in uno scontro reale io cominciassi a pensare alla successiva azione da intraprendere per sconfiggere il mio avversario, lui ne approfitterebbe immediatamente, colpendomi. La perfetta maestria della spada non si acquisisce nello stesso modo in cui si studia il contenuto di un libro di filosofia, ma somiglia molto di più al processo di apprendimento di una lingua straniera: finché avrò in mente un modello grammaticale in cui inserire delle parole tradotte dalla mia lingua di partenza, non sarà mai efficace. Occorre ascoltare molto, parlare ad alta voce e presentarsi all’altro sapendo di essere esposti all’incomprensione e persino al ludibrio. Ci vuole tempo, e di qualità.

Tuttavia quando questo tempo lungo sarà passato, mi accorgerò di non avere più bisogno di tradurre nulla, ma la conoscenza della lingua sarà perfetta e intuitiva, al punto da poter fare spontaneamente di quelle parole una poesia. Lo iaido non ha tanto a che fare con la concentrazione, ma con la presenza.

Kendô‐no Rinen e le trappole dell’Ego

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Kendo no Rinen

E’ da molto tempo che queste parole girano nella mia testa ma non so perché non volevo scriverle, qualche cosa bloccava il flusso, poi una sollecitazione esterna mi ha dato il giusto impulso. 

I principi del kendo (Kendô‐no Rinen/The Concept of Kendo) recitano: il kendo (iaido/jodo/aikido e forse tutte le altre discipline marziali) è una via per la ricerca della perfezione come essere umano. Nella seconda parte viene aggiunto anche che attraverso la disciplina del Kendo si arriverà a migliorare la famiglia e la Società. (documento allegato allo statuto CIK, Principi del Kendo).

Non c’è alcun dubbio su questo tipo di affermazioni, praticare una disciplina con costanza e per lungo tempo non può che influenzare il nostro modo di essere e di conseguenza la nostra relazione con gli altri, Famiglia o Società più in generale.

Quindi si possiamo affermare che il Budo è una via per la formazione dell’essere umano ma come in tutte le vie ci sono molti ostacoli e spesso non sono così evidenti.

Mutuando il linguaggio da altre discipline con connotati più evidentemente spirituali possiamo dire che il nostro ego riesce spesso a tenderci delle trappole di cui siamo per lo più poco consapevoli e si insinua con i suoi meccanismi in ogni percorso ed in ogni relazione.

Come ho scritto moltissimi anni fa nell’articolo “il sé osservante” il nostro ego è sempre presente, dobbiamo fare pace con esso e semplicemente osservarlo con distacco. Se non lo facciamo, applicandoci con molta costanza, può giocarci degli scherzi piuttosto interessanti.

Nel mondo delle arti marziali gli esempi di lavoro dell’ego si sprecano come in tutti gli ambiti della Società umana e si possono declinare in una qualche manifestazione della “specialezza” (passatemi il termine). Nessuno di noi è avulso da questi giochi dell’ego e solo una costante attenzione e lavoro possono farci osservare le nostre dinamiche. Naturalmente quelle degli altri sono più evidenti ma quelle utili ed interessanti sono le nostre.

Proviamo a fare una sintesi non esaustiva delle dinamiche dell’ego. Premetto è abbastanza facile identificarle: ogni volta che marchiamo una differenza fra noi e gli altri, ogni volta che lavoriamo sulla separazione invece che sull’unione, sull’aver ragione invece che sulla pace possiamo essere certi che ci sia il nostro ego al lavoro. In teoria è facile ma in pratica ci vuole molta attenzione e osservazione per esserne veramente consapevoli perché l’ego si sa è subdolo e utilizza tutto quello che ha a disposizione anche il nostro percorso di Budo.

In base all’osservazione del mondo marziale le dinamiche dell’ego si presentano principalmente sotto una di queste tre forme.

1 ) Il culto di sé. E’ facile da identificare e l’odierno mondo dei social amplifica di molto il fenomeno. Il nostro ego ci fa sentire speciali, diversi, più bravi degli altri, gli unici che hanno capito, gli unici cultori della purezza del pensiero giapponese, dei Sensei che dispensano, con parsimonia, il proprio sapere. Dei gran fighi in sintesi. Ci fa dimenticare quanto poco sappiamo di arti marziali e di Giappone nonostante tutti gli anni trascorsi a studiare e praticare ma ci fa credere che siamo “bravi”. Il bravi può assumere molti connotati ed ognuno può facilmente trovare degli esempi attorno a sé o, se ha voglia di approfondire meglio, dentro di sé. Quello che succede è che il nostro ego trova forme diverse per alimentarsi e per farci perdere di vista l’obiettivo finale: migliorare come essere umano. Se ci sentiamo diversi, migliori, più bravi …..  non stiamo procedendo nella giusta direzione, è semplice ma come sempre può non esserlo affatto.

2) Un’altra forma che può assumere la dinamica dell’ego è il gruppo speciale. Anche qui gli esempi si sprecano e sono in buona parte ripetitivi. In questo caso la “specialezza” non si manifesta nel singolo ma nel gruppo: siamo più bravi, più uniti, pratichiamo meglio, abbiamo un maestro più bravo, ci vestiamo meglio, siamo più …….. siamo diversi in qualche modo. Questo atteggiamento ci isola dagli altri e determina nuovamente un senso di superiorità che ha alimentato e alimenta le separazioni così frequenti nel mondo marziale. Ci fa dimenticare che tutti stiamo percorrendo una via e che ognuno ha forme e tempi diversi ma si trova comunque su un percorso che ci accomuna pur nella manifestazione di forme apparentemente diverse.

3) Un terzo modo che assume la specialezza ma che è una conseguenza del punto due è cercare di entrare in guerra con qualcuno. In questo caso la dinamica di separazione è io/noi ho/abbiamo ragione, lui/loro torto e per difendere le mie ragioni debbo alimentare un conflitto. Qui possiamo provare a riprendere il discorso di migliorare la Società: veramente pensiamo che entrare in conflitto determini un miglioramento della Società o ambiente i cui viviamo? A volte questo percorso ci sembra obbligato perché riversiamo fuori di noi le responsabilità di presunti torti subiti e ci sembra più facile “entrare in guerra” piuttosto che approfondire con noi stessi. Alla fine è sempre un tentativo del nostro ego di farci sentire diversi, in questo caso delle vittime, e di creare uno scenario conflittuale. Nuovamente in teoria è facile: dove c’è divisione, conflitto, ostilità, paura, sofferenza è il nostro ego che parla. Dove c’è pace non c’è il nostro ego. Spesso però la ragione, la paura, l’orgoglio ci fanno pensare di non avere scelta e di dover sostenere in qualche modo una battaglia. Non capiamo che stiamo comunque perdendo indipendentemente da come andranno le cose dal punto di vista pratico.

Queste dinamiche ci fanno perdere tempo ed energie e non ci permettono di affrontare davvero la questione di base: il problema è risolvibile solo dentro di noi. 

Il microcosmo delle arti marziali è utile perché a volte mette in evidenza con maggiore crudezza le dinamiche dell’ego che negli altri ambiti possono essere più sfumate. Se le affrontiamo nel Kendo/Iaido/Aikido/Judo ecc. probabilmente possiamo sperare di diventare esseri migliori ma spesso non ci rendiamo proprio conto, purtroppo, di quali dinamiche entrano in gioco. 

Come possiamo fare per migliorare noi stessi e avvicinarci all’ideale descritto nel Kendô‐no Rinen. Nella mia esperienza personale spesso l’arte marziale da sola non è sufficiente ed è più proficuo abbinare al nostro percorso di Budo anche una disciplina di altro genere. Per esempio la meditazione in una qualsiasi delle sue molteplici forme è utile. E’ anche utile l’esercizio zen del sé osservante che ho descritto molti anni fa in un articolo pubblicato sul sito kiryoku. L’esercizio è semplice ed è declinato, con alcune varianti, in molti contesti diversi. Applicato con costanza e onestà da risultati sorprendenti. È difficile prendersi veramente sul serio e coltivare il culto di sé stessi, per esempio, se si pratica con costanza l’osservazione senza giudicare. 

Le strade possono essere molte e hanno tutte una loro validità ma il punto di partenza è la decisione di voler veramente cambiare e la consapevolezza degli scherzi che il nostro ego ci gioca costantemente. A che punto siamo del nostro percorso? Come possiamo migliorare?

Anjin-San