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Storia Giapponese – 1 – Gesuiti in Giappone

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Storia Giapponese

1. Colonialismi a confronto

I primi europei ad arrivare in Giappone furono i Portoghesi.
Perché loro e non altri è presto detto.
All’indomani del primo viaggio di Cristoforo Colombo, papa Alessandro VI era intervenuto nella disputa sorta tra le potenze coloniali dell’epoca per il controllo delle terre d’Oltreoceano.
Avvenne allora che, con il Trattato di Tordesillas del 1494, il mondo al di fuori dell’Europa venne diviso in due zone d’influenza esclusiva lungo una linea posta 370 leghe ad ovest delle Isole di Capo Verde: le terre ad est di questa sarebbero appartenute al Portogallo, quelle ad ovest alla Spagna.
La svolta per il Portogallo arrivò pochi anni dopo, quando Vasco da Gama riuscì per primo nell’impresa di raggiungere l’Asia direttamente dall’Europa attraverso una rotta oceanica.
Fu quindi così che, nel corso del ‘500, mentre gli spagnoli si dedicavano a conquistare e saccheggiare le Americhe, i portoghesi concentrarono i propri sforzi in Oriente, stabilendo avamposti a Goa, a Malacca, nelle Molucche e a Macao.
Questa suddivisione del mondo ebbe importanti conseguenze, principalmente dovute alle differenti caratteristiche dei due sistemi coloniali.
Mentre infatti la Spagna ripropose in America la propria struttura socio-economica feudale, fondamentalmente basata sul controllo e lo sfruttamento territoriale, il Portogallo optò per la conquista di zone relativamente piccole, per lo più costiere, da utilizzare come basi per effettuare, più o meno pacificamente, scambi commerciali con gli stati locali.

2. Il Giappone feudale

Ai fini di una corretta analisi dei primi contatti tra Giappone e Occidente, può risultare utile una breve descrizione della realtà istituzionale e sociale che i portoghesi trovarono su queste remote isole.
La tradizione vuole che Jinmu, il capostipite della dinastia imperiale vissuto intorno al VII secolo a.C., fosse addirittura un pronipote di Amaterasu, dea del Sole.
Secondo le più antiche cronache giapponesi esistenti, il Kojiki e il Nihonshoki, la famiglia imperiale avrebbe mantenuto una discendenza continua, per cui questa dinastia, con i suoi 1500 anni di storia, sarebbe la più antica oggi esistente.
Se l’ascendenza divina ha garantito alla figura dell’imperatore un forte valore simbolico, le vicissitudini storiche hanno invece assegnato il reale potere politico ad alcune potenti famiglie di origine estranea a questa discendenza.
A partire dal decimo secolo, l’affermazione della casta militare dei samurai, unita alle inevitabili dispute tra i vari clan concorrenti, contribuirono ad indebolire ulteriormente il potere centrale determinando una grande instabilità politica nel paese.
Questo periodo convulso e violento culminò con la guerra Genpei (1180-1185), che vide il clan Minamoto prevalere sulle fazioni rivali: nel 1192, Minamoto no Yoritomo, esponente di questa famiglia, acquisì il titolo di Shogun, formalmente capo militare, di fatto detentore del potere effettivo.
Questo nuovo assetto istituzionale non valse tuttavia a sanare le tendenze centrifughe tipiche del paese, con un potere centrale debole e sostanzialmente incapace di controllare gli inquieti signori locali (Daimyō), desiderosi di sempre maggiore autonomia.

3. L’incontro tra due mondi

Il carattere pragmatico del colonialismo portoghese – finalizzato non tanto alla dominazione territoriale quanto alla apertura di proficui scambi commerciali – e la frammentazione del potere locale agevolarono, almeno nella fase iniziale, l’incontro tra queste due civiltà così lontane tra loro non solo in senso geografico.
Fernão Mendes Pinto (1509-1583), esploratore, mercante e missionario a tempo perso, fu tra i primi portoghesi a mettere piede sul suolo giapponese.
Nel suo libro autobiografico intitolato Peregrinação – Peregrinazione – pubblicato postumo nel 1614, Pinto narra di questi primi contatti tra le basi portoghesi nel sud-est asiatico e il Kyūshū, che avrebbero dato inizio al cosiddetto periodo del commercio Nanban, ovvero del commercio con i “barbari meridionali”, dal termine utilizzato dai giapponesi dell’epoca per indicare gli europei in quanto questi nuovi visitatori provenivano dall’India e le loro usanze erano certamente poco raffinate rispetto agli standard locali.

4. Il ruolo dei Gesuiti

Nel frattempo, in Europa, l’evoluzione spirituale di un nobile basco dedito al mestiere delle armi – Ignazio di Loyola – avrebbe giocato un ruolo determinante nelle relazioni tra Occidente e Giappone.
Ferito gravemente in combattimento, Ignazio abbandona la vita militare, studia le scritture e prende i voti.
Divenuto celebre per le sue visioni mistiche, viene accolto benignamente a Roma da papa Paolo III che, nel 1540, concede l’approvazione pontificia ai Capitoli costitutivi della comunità religiosa da lui costituita: nasceva così la Compagnia di Gesù, destinata a diventare uno dei più attivi e influenti ordini religiosi della chiesa cattolica.
I Gesuiti manifestano subito la propria vocazione militante intraprendendo un’ intensa attività missionaria nei paesi d’ oltremare.
In Oriente, il loro impegno fu grandemente supportato dal desiderio del re di Portogallo Giovanni III di evangelizzare quelle popolazioni lontane.
Già nel 1541 il gesuita spagnolo Francesco Saverio lasciava Lisbona alla volta di Goa, in India.
Nel 1545, il sacerdote si spinse ulteriormente a oriente, raggiungendo Malacca.
Qui, a quanto pare, Francesco Saverio incontrò il nostro Fernão Mendes Pinto di ritorno dal Giappone in compagnia di un certo Anjirō (o forse Yajirō) che, battezzato da Saverio con il nome di Paolo della Santa Fede, divenne verosimilmente il primo giapponese convertito al cristianesimo di cui si abbia notizia.
Questo incontro fortuito fu determinante in quanto Anjirō, descrivendo al sacerdote il proprio paese, lo impressionò a tale punto da indurlo a recarsi personalmente in Giappone.
Nel 1549, i tre sbarcarono a Kagoshima, importante città del Kyūshū, dove, con l’appoggio di un Daimyō locale, Francesco Saverio potè iniziare la sua attività di proselitismo operando un numero abbastanza rilevante di conversioni.
L’anno successivo, il missionario lasciò il Kyūshū e si spinse più a nord, nell’Honshū.
Presentandosi come inviato ufficiale del re del Portogallo, venne anche qui accolto benevolmente da Ōuchi Yoshitaka, Daimyō di Yamaguchi, il quale non solo gli consentì di predicare liberamente la dottrina cristiana, ma mise a sua disposizione anche un tempio buddista abbandonato, che Francesco Saverio adibì a proprio quartiere generale.

5. Il nobile Ōmura Sumitada

La vicenda personale di questo nobile giapponese è interessante in quanto indicativa del clima convulso dell’epoca.
Coinvolto nelle consuete lotte di potere e vedendo vacillare la propria posizione di comando, Sumitada decise di cercare l’appoggio di un alleato esterno agli intrighi locali, vale a dire gli europei.
Egli concesse speciali privilegi commerciali ai portoghesi nei territori sotto il suo controllo e, nel 1563, ricevette il battesimo con il nome di Bartolomeo, passando alla storia come il primo Daimyō convertito al cristianesimo.
Nel 1574, a seguito di un nuovo intervento dei portoghesi a suo favore, Sumitada fu costretto a cedere alle pressioni dei gesuiti volte ad estirpare ogni forma di “paganesimo” nelle sue terre: i templi furono distrutti e la popolazione fu obbligata a convertirsi in massa al cristianesimo.

6. Alessandro Valignano

L’opera di Francesco Saverio fu portata avanti dal suo successore, l’italiano Alessandro Valignano.
Sbarcato in Giappone nel 1580, egli trovò Sumitada impegnato nelle immancabili dispute contro i Daimyō delle prefetture confinanti e, come al solito, il suo appoggio fu ricompensato profumatamente: questa volta, i gesuiti ottennero i diritti di gestione esclusiva del porto di Nagasaki che, da quel momento, divenne la porta di accesso degli europei in Giappone.
Valignano trasformò in breve tempo un piccolo porto di pescatori in un fiorente centro commerciale grazie ai ricchi traffici di merci con Macao, gestiti anch’essi dai gesuiti su concessione esclusiva della corona portoghese.
Alla fine del ‘500, la missione in Giappone era ormai divenuta la più importante fonte di reddito della Compagnia di Gesù, in grado di finanziare agevolmente tutte le altre missioni dei gesuiti in Asia.
Ma, al di là dei floridi affari, Valignano fu anche e soprattutto un personaggio veramente illuminato.
In un’epoca caratterizzata da contatti brutali con le popolazioni indigene, egli sostenne fin da subito la necessità di proseguire l’opera di evangelizzazione senza intaccare la cultura e le tradizioni locali, verso le quali nutriva un profondo senso di rispetto e ammirazione.
Già nel 1581 Valignano redigeva a tale fine il “Cerimoniale per i missionari in Giappone”, vero codice di comportamento indirizzato ai suoi confratelli impegnati nell’attività missionaria sull’isola.
Studioso egli stesso della lingua giapponese, Valignano curò anche personalmente la redazione di una grammatica e di un vocabolario di questa lingua ad uso dei missionari.

7. Una visita insolita

Nel 1582, Valignano maturò un progetto veramente straordinario volto ad accrescere la consapevolezza reciproca tra due mondi così lontani.
La cosiddetta “ambasciata Tensho”, da lui promossa, fu la prima missione diplomatica giapponese inviata in Europa.
La delegazione, composta da quattro giovani seminaristi giapponesi di alto lignaggio personalmente scelti da Valignano e guidata da un padre gesuita con la funzione di interprete, partì dal porto di Nagasaki nel febbraio del 1582 per un viaggio che durò complessivamente oltre otto anni.
Transitando per le colonie portoghesi di Macao e Goa, il gruppo sbarcò finalmente a Lisbona nell’agosto del 1584, dove furono accolti con onori dalla nobiltà locale.
Successivamente, il gruppo raggiunse Madrid e venne presentato a Filippo II, divenuto pochi anni prima anche re di Portogallo a seguito di una disputa dinastica: qui la delegazione consegnò una lettera di sottomissione dei vari Daimyō convertiti alla corona spagnola.
L’anno successivo, la delegazione giapponese fece vela verso l’Italia.
Sbarcata a Livorno nel marzo del 1585, essa proseguì per Firenze dove venne anche qui accolta benevolmente da Francesco I, Granduca di Toscana.
Ma la loro destinazione principale era certamente Roma, dove ad attenderli vi era il papa in persona, Gregorio XIII.
Qui avvenne che, pochi giorni dopo l’arrivo dei giapponesi, il papa morì improvvisamente e il suo successore, Sisto V, anch’egli ben disposto verso i curiosi visitatori, li insignì della cittadinanza onoraria romana e donò loro una chiesa nel rione di Trastevere, Santa Maria dell’Orto, ancora oggi luogo di culto della comunità cattolica giapponese di Roma.
Infine, l’ambasceria si diresse verso nord visitando varie altre città italiane, tra cui Ferrara, Venezia, Mantova e Milano. Raggiunta Genova, il gruppo si imbarcò per Lisbona per fare ritorno in patria.
Il 21 luglio 1590, i presbiteri giunsero nuovamente a Nagasaki dove trovarono però una situazione assai differente rispetto a quella che avevano lasciato otto anni prima.

8. La parabola discendente

La predicazione del cattolicesimo in quelle terre aveva dato ottimi frutti anche dal punto di vista delle anime, con la creazione di una significativa comunità cristiana.
Tuttavia, nonostante i successi iniziali, la situazione politica interna restava comunque molto instabile, sopratutto a causa della debolezza del potere centrale e delle continue lotte per il predominio tra i vari feudatari.
Infatti, l’arrivo degli europei in Giappone coincise con la fase culminante del cosiddetto periodo Sengoku, o degli stati combattenti, che ridusse drasticamente il numero dei Daimyō da circa 300 a meno di 20.
In questa fase giocò un ruolo determinante Oda Nabunaga, da molti considerato una delle figure più importanti della storia giapponese.
Proveniente da una famiglia della piccola nobiltà, Nabunaga riuscì, grazie alle sue non comuni doti strategiche, a riunificare buona parte del paese cogliendo una serie strepitosa di vittorie militari, come quella di Nagashino (1575), ottenute soprattutto con un impiego massiccio delle nuove armi da fuoco introdotte dai portoghesi.
Nabunaga fu un estimatore della cultura occidentale e, molto probabilmente, fu uno dei primi giapponesi di alto rango ad indossare anche abiti europei.
Le reciproche affinità agevolarono l’instaurarsi di un rapporto di amicizia e rispetto tra il Daimyō e Valignano, il quale seppe mettere a frutto questo influente appoggio per espandere ulteriormente la propria opera di evangelizzazione.
Ma, come si diceva, il destino aveva programmi ben diversi per il nostro valente gesuita.
Nel 1582, Valignano, considerando la situazione sull’isola estremamente favorevole, partì per una visita delle altre missioni gesuite in estremo oriente lasciando Gaspar Coelho alla guida della comunità in Giappone.
Quello stesso anno, Nabunaga, al culmine del suo potere, cadde vittima di una congiura e fu costretto a suicidarsi.
La sua opera di unificazione fu continuata da un suo generale, Toyotomi Hideyoshi, il quale dimostrò ben presto un atteggiamento assai meno favorevole nei confronti dei gesuiti.
Coelho aveva infatti adottato una strategia alquanto spregiudicata di intromissione nella politica interna promettendo al migliore offerente l’appoggio delle truppe e delle navi da guerra portoghesi.
Ormai, molti in Giappone avevano iniziato a vedere con sospetto i gesuiti, considerati alla stregua di spie inviate da potenze lontane in preparazione di una possibile invasione.
Nel 1587, Hideyoshi emanò un decreto di espulsione per i gesuiti: anche se non applicato in modo rigoroso al fine di non penalizzare i floridi commerci con Macao, questo provvedimento chiuse per sempre il grande progetto di Valignano in terra giapponese.

Seminario Invernale a Budapest con Zanoni Sensei

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iaido seminar zanoni budapest 2024
English version here
di Bálint Farkas

Prima di tutto, permettetemi di esprimere la mia gratitudine per l’opportunità di condividere le mie impressioni sul blog Kiryoku riguardo al seminario invernale con Claudio Sensei a Budapest.

Il seminario si è svolto nell’arco di tre giorni a Budapest dal 2 al 4 febbraio e il programma prevedeva lo studio sia di Koryu che di ZNKR seitei. È stato bello vedere molte persone riunirsi (a livello ungherese) con la voglia di imparare e crescere in entrambe le discipline. Personalmente sono rimasto colpito dalla dedizione del nostro nuovo amico di budo, arrivato dal Messico per imparare. È difficile esprimere tutto per iscritto, ma ci provo.

Bálint Farkas
Bálint Farkas @ EIC2023

Il primo giorno abbiamo avuto una sessione di koryu che è servita come riscaldamento per tutto ciò che avremmo affrontato il sabato e la domenica. Claudio Sensei ci ha mostrato le pratiche di taglio, alcuni kata chuden e okuden, con un focus sul maneggio morbido e fluido della spada. Ha sottolineato che eseguire i kata e i tagli a livello di chuden e okuden è impossibile senza un maneggio morbido della spada. Molte persone, me compreso, sono “incantate” dal suono delle loro spade, quindi il taglio è apparentemente deciso e veloce ma in realtà è ancora molto rigido. Quindi, cambiare l’angolazione e tagliare correttamente non è possibile se non si è morbidi nell’utilizzo della spada. Alcuni nuovi partecipanti tentano ancora di imparare le “coreografie” dei kata, ma è bene non sviluppare questa cattiva abitudine. Come sempre tutti erano contenti di Yama Oroshi e personalmente io di Iwanami che occupa un posto speciale nel mio cuore.

Il secondo giorno siamo passati al seitei. A volte viene considerato un insieme di kata un po’ troppo “formale”. Sembra che tutto sia scritto nel manuale ZNKR e ci dimentichiamo degli “avvisi estesi” e delle spiegazioni dei Sensei Giapponesi Hachidan. Seguendo anche queste indicazioni si può trovare ulteriore profondità nel seitei. Abbiamo trascorso 8 ore praticando 5 kata più alcuni punti in tsuka-ate. Questo ha richiesto attenzione e concentrazione da parte di tutti i partecipanti. Il Sensei ha evidenziato la corretta sequenza dei movimenti per effettuare uno iai coerente ed efficace. Alcuni di noi si affrettano con il movimento dei piedi o non vedono l’ora di tagliare. Ciò può causare mosse incoerenti o addirittura mancare completamente l’avversario. Oltre a ciò, anche il ritmo è importante (e non la velocità!). A volte, a causa delle difficoltà con la postura o i piedi corretti, ci si può dimenticare di tagliare immediatamente una volta che siamo pronti. Ho commesso errori simili. Come ho osservato io stesso, ho percepito che questa abitudine faceva assomigliare i kata a un “fumetto” di Batman in cui ogni azione viene fermata fino all’immagine successiva. Anche se ho la sensazione di fare movimenti fluidi. Non posso elencare qui tutti i punti che ho percepito, ma Claudio Sensei ha fornito molti dettagli che possono essere utili non solo nel seitei ma anche nel koryu.

L’ultimo giorno abbiamo assistito a tutta la serie shoden di koryu. Partecipo al seminario Muso Shinden koryu a Torino dal 2014 e ogni volta apprendo nuovi dettagli. Forse perché, essendo principiante, per me è tutto nuovo. Non sorprende che la stessa cosa sia accaduta qui a Budapest. Avevamo partecipanti provenienti da alcuni dojo diversi, quindi Claudio Sensei ha prima contestualizzato le possibili piccole differenze tra alcuni insegnanti, chiarendo però che si trattava solo di “variazioni” piuttosto che di differenze. Poi ha sottolineato che segue e insegna secondo la linea di Ishido sensei. Ha anche condiviso le novità ed i singoli dettagli appresi da Ishido Sensei in Giappone a settembre.

Giusto per citare alcuni punti di ciò che abbiamo imparato: uno può pensare di fare un corretto “seme” apparendo serio e spingendo la spada in avanti, ma in realtà dobbiamo mantenere questa posizione finché non si sbilancia l’avversario e approfittare di questo breve istante per eseguire il furikaburi e tagliare. Questo non è affatto così ovvio come sembra. Questo concetto è già evidente in shohatto. Inoltre anche l’uso del corpo è importante e l’avanzamento deve essere corretto. In altre parole, si tratta di un movimento fatto con tutto il corpo, non solo un avanzamento sulle ginocchia. In ryuto abbiamo imparato l’importanza del movimento dei piedi perché è un kata molto conosciuto e i movimenti sono molto scenografici. Questo può distogliere l’attenzione dal corretto movimento dei piedi che però è una parte essenziale di questo kata.

Una volta che sono riuscito ad acquisire maggiore familiarità con un movimento rispetto al passato, mi sono sentito un po’ più a mio agio. Questo evento mi ha ricordato che se voglio migliorare il mio iai devo sentirmi a disagio – anche se è doloroso in alcuni movimenti – ma è necessario per cambiare. Se l’esecuzione del kata è comoda per me, mi devo insospettire, molto probabilmente lo sto eseguendo da principiante o addirittura ne ho solo una comprensione superficiale.
Alla fine abbiamo praticato alcuni kata della serie okuden in piedi per divertirci e ricordare a noi stessi l’importanza dei movimenti morbidi e fluidi.

In conclusione ho scoperto molte aree di miglioramento in alcuni movimenti di cui ho parlato prima ma non sono riuscito ancora a osservarle in modo così approfondito. È stato un grande piacere imparare tutto questo. Auguro a tutti voi una buona caccia a dettagli simili nello iaido.

Grazie mille per l’insegnamento.

Bálint Farkas

iaido seminar zanoni budapest 2024

Mental Coaching – 9 – Le emozioni

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Mental Coaching

Bentornato nella rubrica di mental coaching: utilizzare la mente per ottenere risultati migliori.
Il mio intento è quello di fornirti alcuni spunti per riuscire a dare il meglio di te negli allenamenti, nelle gare e negli esami di iaido e jodo.

Articoli precedenti:
1 - Introduzione
2 - Gli Obiettivi
3 - Motivazione
4 - Concentrazione
5 - Dialogo Interno
6 - La Respirazione
7 - Uscire dalla zona di comfort
8 - Le Visualizzazioni

Cosa hanno in comune le mie due passioni, il mentalismo e lo iaido?
Molte! La ricerca della perfezione, lo studio minuzioso, l’allenamento costante e continuo, l’impossibilità di commettere errori, l’esibizione in pubblico e la ricerca di emozioni.
Si, ed è proprio quest’ultima che mi spinge ad andare avanti, giorno dopo giorno, perché tutti noi siamo alla ricerca di una vita intensa, piena e ricca di emozioni.
L’emozione che accompagna un successo sul palco decretato dagli applausi del pubblico, così come quella che deriva da una vittoria ad una gara o dal passaggio di grado in un esame. Ma anche quella di ansia e paura prima di una prova o di rabbia per qualcosa che è andato storto.
Se qualcosa non emoziona, per me, non ha valore.
Ma non tutti vivono le proprie emozioni allo stesso modo. C’è chi ad un esame esprime appena il 50% delle proprie potenzialità e chi invece riesce ad ottenere una performance migliore rispetto alle aspettative.

Le emozioni

Un buon motivo per praticare lo iaido, è proprio prendere coscienza dei propri limiti, sia fisici che mentali, e cercare di superarli.
Tra i limiti mentali, riuscire a controllare le emozioni occupa una delle prime posizioni.
Riuscire a comprendere e riconoscere le proprie emozioni per poterle utilizzare a proprio vantaggio è un obiettivo fondamentale per tutti coloro che all’esercizio fisico vogliano intraprendere anche un percorso di mental training.

Le emozioni sono stati mentali soggettivi che comportano cambiamenti fisiologici di breve durata, automatici e involontari. Visto che tali emozioni incidono sulla nostra pratica (soprattutto in caso di esami e gare) è giusto imparare a gestirle in modo efficace e produttivo.

Le emozioni possono essere positive e negative. Ricordate l’ultimo esame di iaido superato? Beh la gioia era chiaramente un’emozione positiva. Tra quelle negative invece, quelle che più ci interessano ai fini dello iaido, sono rabbia, paura e ansia.

La rabbia

La rabbia è una di quelle emozioni negative che, se non controllata, può portare rigidità nei movimenti, troppa forza e poco controllo.
Soprattutto nello iaido in cui determinazione, autocontrollo e concentrazione sono elementi fondamentali, la rabbia può essere considerata un’emozione disturbante.
Quante volte, durante una competizione, una decisione della commissione arbitrale a nostro avviso sbagliata, ci provoca questa emozione?
Un allenamento mentale sul controllo di questa emozione può trasformare la rabbia in determinazione e tenacia nel raggiungimento dell’obiettivo. Infatti la rabbia può essere considerata come un’emozione con valenza negativa, se inaspettata e non controllata, ma anche positiva se gestita in modo corretto.

La paura

La paura è un’emozione che proviamo tutti molto spesso e che influisce negativamente sulle nostre performance. La paura può essere associata al timore di perdere una gara o fallire un esame. Più si ha paura, più la nostra prestazione risulterà scadente. Risulta quindi di fondamentale importanza capire che la preoccupazione è una costante che si verifica sempre in situazioni in cui ci mettiamo in mostra davanti ad altre persone poiché pensare di deludere se stessi o gli altri porta a provare questa sensazione di vulnerabilità.

L’ansia

L’ansia che è una parente stretta della paura, è sempre stata la peggior nemica della prestazione sportiva. Durante lo stato di ansia si attivano in noi una serie di alterazioni fisiche che ci portano ad una condizione di stress molto elevata. Avete presente, subito prima di entrare in uno shiai-jo, quello stato di apprensione e tensione che ci porta ad avere un battito cardiaco molto accelerato ed un’eccessiva sudorazione alle mani?

Cercare di controllare e gestire queste emozioni solo prima di una gara o un esame non ha molto senso. Senza un allenamento specifico di mental training, esattamente come avviene per sviluppare le abilità fisiche, non si andrà da nessuna parte.
Lo scopo di questo allenamento mentale è riconoscere i cambiamenti fisiologici ed emotivi del proprio organismo durante un embu di iaido utilizzarli a proprio vantaggio al fine di ottenere piena consapevolezza e controllo dei pensieri, sentimenti e sensazioni.

Il primo passo è comprendere la percezione che abbiamo di noi stessi, identificando i nostri punti di forza e di debolezza. Quali sono le caratteristiche che influenzano la nostra pratica e su quali lavorare per raggiungere una performance eccellente.

La gestione delle emozioni

Pensate ad uno iaidoka bravo, uno di quelli che vince sempre; pensate non si emozioni? Sbagliato. Si emoziona anche lui, forse anche di più. Però ha imparato a gestirle e a trasformare le emozioni negative in energia e concentrazione.

E’ importante ricordare che le emozioni sono spontanee e non è possibile bloccarle. Si può però controllarle e usarle a proprio vantaggio. Le emozioni sono una fonte straordinaria di energia.

Saper controllare le emozioni vuol dire avere la capacità di portare l’attenzione verso l’obiettivo immediato.
Sostanzialmente per far ciò si consiglia l’uso di alcune strategie per controllare, gestire e ridurre l’emozione considerata disturbante – per esempio l’ansia o la paura o la rabbia – tramite l’utilizzo di tecniche di rilassamento, di respirazione, di visualizzazione, di self-talk.

Se è vero che l’ansia può modificare, per esempio, la respirazione e il tono muscolare, è proprio controllando la respirazione e inducendo un rilassamento muscolare, un abbassamento della tensione, che potremo agire sull’ansia riducendola. Allo stesso modo si potrà utilizzare un self-talk (dialogo interno) positivo che vada a bloccare i pensieri negativi.

In conclusione, due sono le fasi importanti per quel che riguarda le emozioni nel nostro percorso di mental training: la prima è imparare a riconoscere le proprie emozioni; la seconda, saperle regolare. Alcune emozioni sono estremamente energizzanti e produttive e vanno quindi stimolate, coltivate; altre andranno invece regolate e mitigate.

L’abilità di controllo delle emozioni non si impara dall’oggi al domani: è per questo che gli iaidoka più esperti se la cavano meglio. La pratica di tecniche di respirazione, di rilassamento, di visualizzazione, di self-talk, e allo stesso tempo lo sviluppo della capacità di attenzione e la gestione degli obiettivi – analizzate nei capitoli precedenti – ci porterà ad una maggiore abilità di controllo delle emozioni e a un enbu migliore e vincente.

PER RAGGIUNGERE QUALCOSA CHE NON HAI MAI OTTENUTO FINO AD ORA, DEVI DIVENTARE QUALCUNO CHE NON SEI MAI STATO.

Ashi Sabaki, il movimento dei piedi – 3

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ashi sabaki

Terza parte: fumikae e fumikomi

“Il corpo e la spada vanno dove li portano i piedi!” 

In questa terza parte vediamo come si piazza il piede sinistro dopo una rotazione di 180°.

I termini a cui faremo riferimento sono fumikae e fumikomi.

Fumikae: nell’ultimo movimento di apertura il piede sinistro si sposta a sinistra senza avanzare. Analiziamo i passaggi che portano all’esecuzione di fumikae in ganmenate – 8.vo kata di seitei.

Con riferimento alla figura (F): in ganmenate, dopo aver colpito l’avversario con la tsukagashira, i piedi destro e sinistro sono rispettivamente nelle posizioni 1 e 2. In questo momento il piede destro è jikuashi (vedi seconda parte di questi articoli dedicati ad ashi sabaki) e dalla 1 passa alla posizione 3 ruotando completamente.

Contemporaneamente ruota anche il piede sinistro che dalla 2 va alla posizione 4.

Questo movimento si conclude con fumikae, ovvero con l’apertura del piede sinistro nella posizione 5 alla stessa altezza di dove si trovava in 4. Ciò consentirà l’avanzamento del piede destro dalla posizione 3 e l’esecuzione dello tsuki.

Fumikomi: nell’ultimo movimento di apertura il piede sinistro si sposta a sinistra avanzando. Analiziamo i passaggi che portano all’esecuzione di fumikomi in ushiro – 2.do kata di seitei.

Con riferimento alla figura (G): in ushiro, dopo aver sollevato le anche partendo con la gamba destra in posizione 1, contemporaneamente si solleva il ginocchio sinistro (posizione 2) e si ruota la gamba destra dalla posizione 1 alla 3, con il piede sinistro che si piazza in posizione 4.

In questo momento si è pronti ad eseguire sayabanare e nukitsuke mentre il piede sinistro, dalla posizione 4, apre a sinistra avanzando contemporaneamente ed eseguendo fumikomi.