Budo Jisho – Le parole Giapponesi che usiamo nelle arti marziali.
Puntata 09: Ukenagashi.
Continuando con la serie dei 12 kata della Zen Nippon Kendō Renmei, dopo aver visto i significati di Mae e Ushiro, oggi Cristina ci parla del 3° kata: Ukenagashi.
Buona visione e non dimenticate gli approfondimenti nel pdf che trovate in fondo a questo articolo.
https://youtu.be/ES1pgcnEYgs
Ed ecco il PDF di approfondimento
Per una consultazione più agevole, scarica il pdf tramite il bottone qui sotto.
“Il corpo e la spada vanno dove li portano i piedi!”
Non si può avere un uso corretto del corpo se non è corretto il movimento dei piedi.
Facendo riferimento allo iaido della zenkenren, o meglio, ai dodici kata di seitei, cercheremo di approfondire il tema di ashi sabaki.
Come si cammina
Il modo di avanzare o arretrare, nell’esecuzione dei kata di seitei, è riducibile a due modalità: ayumiashi e okuriashi.
Ayumiashi è il modo naturale di camminare, usato, ad esempio, nei primi quattro passi di sampogiri – 7.mo kata di seitei.
Vediamo lo schema della figura A. Partendo da fermi (1) muoviamo in avanti il piede destro (2), poi il sinistro (3), di nuovo il destro (4) e così via.
La differenza con la camminata naturale cui siamo abituati, quando ci muoviamo in casa o all’aperto, sta nell’appoggio del piede a terra che non dovrà essere di tallone, bensì con la parte anteriore del piede.
Il passo di okuriashi è meno naturale. In esso un piede, generalmente quello che si trova dietro rispetto alla direzione dello spostamento, spinge avanti il corpo e di conseguenza anche il piede anteriore. Ad esempio, i cinque passi di soogiri – 11.mo kata di seitei, sono da eseguire in okuriashi.
Per chiarire bene il funzionamento di okuriashi, immaginate di avere il piede destro sopra ad uno skateboard e di usare il sinistro per spingerti avanti.
Con riferimento alla figura B, dalla posizione (1) di partenza, il piede sinistro spinge avanti il destro in posizione (2) e chiude il passo spostandosi nella posizione (3). Da questa posizione spinge il piede destro in posizione (4) per chiudere in posizione (5) da dove spingerà il destro in posizione (6), e così via.
Anche con okuriashi il piede va in appoggio a terra sulla parte anteriore della pianta e non sul tallone.
Takuan Sōhō (1573-1645), Public domain, via Wikimedia Commons
La mente si ferma quando è trattenuta da un oggetto, un’azione, una riflessione, una preoccupazione la quale può essere di qualsiasi natura. Nell’ambito dell’arte marziale stessa fermarsi significa, ad esempio, osservare la spada in movimento mentre sta per colpire. La mente, fissa, si preoccupa della spada in sé, e non permette ai movimenti dello spadaccino di essere liberi e compiuti. In quel medesimo istante l’avversario ha la meglio. Occorre fare in modo che la mente non venga trattenuta dalla visione della spada che si muove per colpire. Occorre, altresì, entrare in sintonia con il ritmo della spada che avanza.
Takuan Sōhō, Fudōchishinmyōroku I, in W. S. Wilson (a cura di), Takuan Sōhō. Lo Zen e l’arte della spada, traduzione italiana a cura di P. Gonnella, Mondadori, Milano 2001, p. 21. [ed. or: The Unfettered Mind, Kodansha International Ltd., Tokyo 1986.]
Apro questa nuova rubrica sul celebre Takuan Sōhō presentando una sua citazione in cui ritengo che ciascuno possa ritrovare se stesso in almeno un momento della propria progressione nell’uso della spada. Sia nella pratica dello iaidō che in quella del kendō, almeno una volta, ma ad essere onesti ben più di una, si sperimenta questa condizione: vogliamo colpire il nostro avversario con la nostra spada, e nel tentare di farlo, sia poco prima che durante l’azione di furikaburi, proiettiamo il nostro pensiero sul movimento della nostra spada. Con somma delusione, notiamo che il nostro avversario ha nel frattempo anticipato la nostra intenzione con una controtecnica, o, nel caso specifico dello iaidō, percepiamo come ci sia una notevole dissonanza tra ciò che immaginavamo come un taglio efficace e quello riusciamo effettivamente ad esprimere, specie se teniamo in considerazione l’insieme del nostro corpo in movimento nell’atto di colpire. Come giustamente sottolinea l’antico maestro, in quel medesimo istante l’avversario ha la meglio. Nella pratica del kendō è relativamente semplice accorgersi che il risultato non è quello sperato, specie se ci si confronta con un praticante esperto: si manca il bersaglio e si viene colpiti. In uno scontro reale, quella sarebbe anche la fine dello scontro. Nello iaidō le cose sono più complesse, perché se è vero che con la pratica possiamo renderci conto da noi stessi se i nostri movimenti sono spezzati o il nostri muscoli sono tesi, non è sempre automatico comprendere da noi stessi in che cosa consistano i nostri errori. Certo, in entrambi i casi sarà il confronto con i compagni di pratica più esperti a mostrare con maggiore chiarezza le nostre mancanze, e quindi a spingerci a migliorare.
Non voglio essere frainteso: quando si impara un kataè giusto analizzare i movimenti con precisione e attenzione, lentamente, ed è inevitabile che un principiante inserisca degli stop nella successione dei movimenti che compongono l’azione. Tuttavia, è bene che praticanti di livello più avanzato non facciano allo stesso modo. Dovrebbe restare la lentezza, e sparire ogni frattura nell’esecuzione. “Lento ma continuo” è un mantra che ogni praticante dovrebbe fare proprio. Questo pensiero Takuan Sōhō mi ha ricordato da vicino un’osservazione di Claudio Zanoni in un recente seminario, in cui giustamente ci diceva: “pensate troppo alla spada; ma lo iaidō non è lì, è nella pancia”. Credo che l’affermazione di Claudio sia molto vicina a quello che intendeva Takuan.
Mi sono chiesto che cosa spinga la mente a fermarsi, come lui dice, su un oggetto o un’azione tanto da bloccarla e determinarne il fallimento. Analizzando la mia personale esperienza, sono giunto alla conclusione che sia una sola la radice ultima di questo errore, e sia la paura. La paura si manifesta in questo in primo luogo come proiezione, ansia di portare un’azione che crede di essere veloce, ma è in verità involuta nella rete del proprio pensiero: “se non attacco, muoio”; in secondo luogo, la paura si manifesta come insicurezza e per questa ragione spinge a riporre la nostra attenzione sull’oggetto da cui sembra dipendere la nostra salvezza, ovvero la spada. Inconsciamente siamo spinti a ricercare sicurezze e garanzie nella logica dei nostri piani e negli strumenti di cui ci serviamo per portarli a compimento. Ma questa paura non ci porta lontano, nemmeno nella vita. Occorre disfarsi di questa paura che ci tiene bloccati per poter liberare una pratica marziale finalmente efficace. Il che non è affatto facile né immediato. Infatti, al di ogni riflessione, sarà una pratica costante e attenta alle correzioni dei maestri a portare, a suo tempo, alla fine di questa paura, mettendo in movimento, insieme alla spada, anche il nostro pensiero nella fluidità dell’azione.
Un uomo …. un bastone di legno e un metallo ….. il bronzo. Sembra l’inizio di una storia di migliaia di anni orsono ed invece è la bella realtà che ha fatto felice te e tutti noi. Bravo Alessio!
M.C.
6-8 ottobre 2023: campionati europei di Jodo a Magglingen (Svizzera).
Poco meno di 200 partecipanti provenienti non solo dall’Europa ma anche dal Sudafrica.
Quest’anno c’era il Sudafrica, una strana inclusione a livello europeo che ci rende più vicini anche con paesi lontanissimi, ed è stato veramente molto bello.
Monia Menozzi
La delegazione italiana è formata da Detlef, Carratù, Covino, Caruso (il nostro coach!), Milana, Canovi, Menozzi, Pescini, Simeoni, Dondi, Rastrelli, Paravano, Ioppolo e Manfredi.
Appena arrivati, c’è quella fase in cui vedi e riabbracci gli amici di sempre e forse, per me, questo è uno di quei momenti più belli delle competizioni europee.
Il venerdì è la giornata dedicata al seminario. I Sensei giapponesi Fujisaki Koro, Jodo Hanshi 8°Dan e Hattori Tomoji, Jodo Kyoshi 8° Dan dimostrano nel dettaglio tutti i kihon (tandoku e sotai) e i 12 Kata della ZNKR.
Tra i tanti argomenti trattati, i sensei hanno insistito molto sull’interazione tra Shidachi e Uchidachie sull’importanza del Go No Sen.
Il Jodo si basa quasi completamente sul go no sen: la capacità di reagire ad un attacco molto veloce della spada e quindi la possibilità di coltivare un kamae molto forte, riuscendo a mantenere quella tranquillità e quella scioltezza dei movimenti che permette di fronteggiare un’arma potenzialmente molto più forte.
Luca Canovi
Una cosa particolare che mi è piaciuta del seminario è stata la dimostrazione dei kihon a coppie. I Sotai Kihon sono importanti anche per migliorare lato Tachi. Questi europei hanno dimostrato quanto è importante il Tachi in una competizione e, in alcune situazioni, avere un buon Uchidachi, ha fatto la differenza.
Ramona Paravano
Al termine, prima della pausa pranzo, riusciamo a fare un giro di tandoku kihon guidati da Renè Sensei.
Al pomeriggio ci dividono in gruppi:
Da mudan a nidan con Renè Sensei
Da sandan a godan con Hattori Sensei
Rokudan e Nanadan con Fujisaki Sensei
e ci lasciano mettere in pratica quanto appreso al mattino.
Foto by Pia Wiedmer
Dopo una breve pausa, ancora in gruppi ma questa volta il gruppo Rokudan e Nanadan partecipa ad un seminario arbitrale condotto sempre da Fujisaki Sensei.
Il pomeriggio si conclude con un training di tipo Motodachi: settimi e sesti dan schierati, con il Tachi, su due linee, che allenano, senza sosta, ogni volta un diverso praticante munito di jo.
Sono molto felice del lavoro che il nostro coach ha impostato in questi due anni. Penso che con tutte le difficoltà che ci sono state, comunque abbia fatto un ottimo lavoro per farci crescere e per impostare un certo tipo di lavoro.
Matteo Manfredi
Il sabato è il giorno dei campionati individuali.
Le competizioni si aprono con una gara di rokudan a cui ovviamente partecipano anche i nostri Carratù e Covino. E’ sempre bellissimo poter assistere e vedere un livello così alto di Jodo. Solo a vedere c’è tanto da imparare.
Poi tocca a noi.
Siamo tutti molto concentrati e forse anche un po’ troppo tesi. Coach e Team Manager in grande attività per dare consigli e fare in modo che ad ogni incontro shidachi (Jo) abbia il proprio uchidachi(Tachi).
Foto by Polski Związek Kendo
Passiamo tutti le pool e siamo contenti e sempre più gasati. Gli scontri a eliminazione diretta proseguono senza interruzione. I nostri avversari sono tutti molto forti e ogni incontro diventa sempre più difficile.
Vedo che il Jodo italiano sta prendendo la giusta strada e quindi spero che tutta questa passione per il campionato venga poi trasmessa anche In Italia tramite la federazioni, i dojo, gli insegnanti e senpai ai nuovi praticanti.
Luca Canovi
Alla fine, io (categoria sandan) e Milana (categoria Godan) otteniamo la medaglia di bronzo ma, al di là del risultato, siamo tutti soddisfatti perché sappiamo che ognuno di noi ha dato il massimo. Come dice il coach si poteva fare sicuramente meglio ma il livello che siamo riusciti comunque ad esprimere è molto alto.
Sono sicura che si possono fare molti progressi per crescere ancora di più e per portare a casa dei risultati migliori per tutti e mi auguro anche per me stessa.
Ramona Paravano
Il livello del jodo è comunque molto alto al livello europeo, soprattutto per certe nazioni che sono sempre le stesse ad ottenere i migliori risultati, e questo significa che dovremmo lavorare di più, come fanno loro del resto.
Francesca Pescini
La domenica è la volta della squadra capitanata da Milana, con Simeoni, Ioppolo e Manfredi. Superano la pool, vincono sull’Olanda ma vengono purtroppo fermati dalla Polonia che sarà poi la nazione vincente. Roberto però si aggiudica una meritata medaglia Fighting Spirit.
La mattinata è caratterizzata anche da una bella dimostrazione di Kendo no Kata eseguita da Jean-Pierre Labru Sensei e Katja Fleury Sensei.
Molto bella la dimostrazione dei Nihon Kendo Kata, riescono a dare un significato ancora più profondo ai kata di Jodo che facciamo.
Luca Canovi
Matthew solito organizzatore instancabile con tutto il team Svizzero.
Nel pomeriggio di domenica ci sono gli esami fino al settimo dan. Come sempre, qualcuno promosso e qualcun altro no.
In Italia serve profondità di pratica: rivedendo i video dei miei individuali, quello della gara a squadre e poi quello dell’esame, ho potuto vedere come, in tre giorni di pratica, il mio Jodo sia cambiato. Forse, se avessi avuto più tempo da poter dedicare al Jodo prima degli europei, magari avrei potuto tirare come ho tirato all’esame, già il primo giorno. Ma questo è un lavoro che devo fare io non solo durante gli incontri ma anche in palestra, cercare sempre di lavorare con un obiettivo in mente.
Matteo Manfredi
Ci sarebbe tanto da raccontare, sui consigli dei Sensei, sulle gare, sugli esami, sul Sayonara Party ma si tratta di considerazioni soggettive ed emozioni vissute che ognuno conserverà per sempre dentro se stesso.
L’anno prossimo, gli europei di Jodo si svolgeranno a Helsinki in Finlandia.
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